La guerra: La parola contro il sangue

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Massimiliano Greco

Fondamentale in tutte le guerre è lo stratagemma.
Quindi, se sei capace, fingi incapacità; se sei attivo, fingi inattività.
(Sun Tzu – L’arte della Guerra)

L’informazione è la prosecuzione della guerra con altri mezzi
35509Questo articolo, prosieguo de: La guerra: ferro contro sangue si focalizzerà sopratutto sul ruolo dei media e, in generale, sull’importanza della kultur kampf, nelle nuove guerre. In particolare, faremo riferimento sopratutto a  Luttwak1 e a Sun Tzu. Inoltre, metteremo tutto ciò in relazione col recente discorso di Obama riguardo al nuovo modo di condurre le guerre.
Partiamo direttamente dal discorso del presidente americano, che potete leggere qua. Nel corso dell’articolo inseriremo alcuni spezzoni, non tradotti, dello stesso.
Cominciamo con questo:
“In Ukraine, Russia’s recent actions recall the days when Soviet tanks rolled into Eastern Europe. But this isn’t the Cold War. Our ability to shape world opinion helped isolate Russia right away. Because of American leadership, the world immediately condemned Russian actions, Europe and the G-7 joined with us to impose sanctions, NATO reinforced our commitment to Eastern European allies, the IMF is helping to stabilize Ukraine’s economy, OSCE monitors brought the eyes of the world to unstable parts of Ukraine.
And this mobilization of world opinion and international institutions served as a counterweight to Russian propaganda and Russian troops on the border and armed militias in ski masks.
This weekend, Ukrainians voted by the millions. Yesterday, I spoke to their next president. We don’t know how the situation will play out, and there will remain grave challenges ahead, but standing with our allies on behalf of international order, working with international institutions, has given a chance for the Ukrainian people to choose their future — without us firing a shot.”
In sostanza Obama ha preso il fallimento americano in Ucraina, ormai palese, lo ha dipinto dei colori arcobaleno della pace e del gay pride e lo ha camuffato da successo. Ovviamente ha ribaltato le responsabilità, nonostante la sua stessa amministrazione avesse rivendicato, all’indomani del colpe maidanista, di averlo finanziato con 5 miliardi di dollari. Ma questo è possibile e concesso perché la quasi totalità degli organi di informazione è in mano agli atlantici.
E il presunto isolamento della Russia, comunque sarebbe impossibile senza quella potentissima macchina da guerra che è l’informazione occidentale (e quella orientale di complemento, vedi i vari Al Jazeera).
“Tienilo sotto pressione e logoralo. Quando il nemico è unito, dividilo. Il segreto per creare le divisioni interne sta nell’arte di suscitare i seguenti cinque contrasti: dissensi tra i cittadini nelle città e nei villaggi; dissensi con gli altri paesi; dissensi all’interno; dissensi che hanno per conseguenza la condanna a morte; e dissensi le cui conseguenze sono i premi e le ricompense. Queste cinque specie di dissensi non sono che rami di uno stesso tronco.2”
Adesso, dalle parole di Obama e dalla saggezza millenaria di Sun Tzu, sappiamo che, tutte le volte in cui appaiono manifestazioni antigovernative contro Paesi non amici degli Usa, qualunque sia il pretesto (corruzione, omofobia, razzismo etc) dietro di esse c’è la longa manus americana.
“Similarly, despite frequent warnings from the United States and Israel and others, the Iranian nuclear program steadily advanced for years. But at the beginning of my presidency, we built a coalition that imposed sanctions on the Iranian economy, while extending the hand of diplomacy to the Iranian government. And now we have an opportunity to resolve our differences peacefully. The odds of success are still long, and we reserve all options to prevent Iran from obtaining a nuclear weapon. But for the first time in a decade, we have a very real chance of achieving a breakthrough agreement, one that is more effective and durable than what we could have achieved through the use of force. And throughout these negotiations, it has been our willingness to work through multilateral channels that kept the world on our side.
The point is, this is American leadership. This is American strength.”
Qui Obama parla chiaro: al di là della parola “pacificamente” che suona davvero ridicola, in soldoni dice: prima spendevamo un sacco di soldi per abbattere i regimi con le nostre armi, dopo di che restavamo con un pugno di mosche, perché non riuscivamo a garantirne la pace (vedi Iraq e Afghanistan). Quindi adesso otterremo le stesse cose senza sparare un colpo e in maniera più duratura.
Per far ciò si avvalgono (perché è dalle “primavere arabe” e dall’uccisione di Gheddafi, che usano queste strategie) sia di tecniche di guerriglia, messe in campo da milizie locali, mercenari e forze speciali, sia di colpi di stato e “rivolte di piazza”, appoggiati da massicci bombardamenti mediatici direttamente nei cervelli di centinaia di milioni di occidentali e finanziati generosamente (ma comunque molto più economici del classico intervento americano).
In questo tipo di nuove guerre, la giornalista della CNN, il soldato dei Navy Seal, e le Pussy Riot sono da considerare commilitoni a tutti gli effetti.
Ma perché gli Usa sono passati, nel corso della loro breve storia, dalla politica del dollaro, a quella della superpotenza, per poi tornare a una versione aggiornata della politica originaria (un misto di corruzione e operazioni speciali, invece dell’uso della forza bruta) aggiungendovi il ruolo schiacciante dei media?
Per tre ragioni. Una di carattere squisitamente economico, un’altra che è un misto di economia e strategia, e la terza sociale.
Cominciamo da quella sociale:
“I mutamenti sociali che dissuadono dal combattere per paura delle perdite (questa è l’eccezione) sono effetti secondari del progresso della prosperità, che è a sua volta un effetto secondario della pace. In passato, la prosperità spesso incoraggiava a una guerra – gli aggressori erano le nazioni economicamente più progredite: la Prussia piuttosto che l’impero asburgico nel 1866, ancora la Prussia piuttosto che la Francia nel 1870, la Russia imperiale piuttosto che l’impero ottomano nel 1876, il Giappone imperiale piuttosto che la Cina nel 1894 e gli Stati Uniti piuttosto che la Spagna nel 1898. Ma i progressi odierni sono di ordine diverso, in quanto arricchiscono non solo le nazioni ma anche una netta maggioranza delle loro popolazioni; arricchiscono non solo le società, ma provocano in esse profondi cambiamenti demografici e culturali.
Secondo la definizione classica, le grandi potenze erano Stati forti quanto bastava per gestire da soli con successo una guerra, cioè senza alleati. Ma questa distinzione è superata perché oggi il problema non è soltanto se si può combattere una guerra con o senza alleati, ma se la guerra può essere combattuta – tranne in modi remoti e tecnici che non comportano un grave rischio di perdite. Ne deriva che lo status di grande potenza ha sempre avuto una tacita precondizione: quella di essere pronti a usare la forza ogni volta che poteva essere vantaggioso, accettando le conseguenti perdite in combattimento – finché la loro entità era proporzionata ai successi.
In passato questa precondizione era fin troppo ovvia e troppo facilmente soddisfatta per meritare commenti sia da chi la praticava sia da chi la teorizzava. Mentre le grandi potenze di norma potevano contare sull’intimidazione più che sullo scontro militare vero e proprio, questo accadeva soltanto perché era dato per scontato che esse avrebbero fatto uso della forza ogni volta che lo avessero voluto, senza temere la prospettiva delle eventuali perdite. E una grande potenza non avrebbe limitato l’uso della forza alle sole situazioni in cui erano in pericolo interessi «davvero» vitali, per esempio quelli della sopravvivenza. […]
Per chiarire quanto sia irreale ai giorni nostri il concetto di grande potenza è sufficiente ricordare l’improvviso abbandono della Somalia da parte americana dopo la perdita di diciotto soldati nell’ottobre 1993.
Con orgoglio o vergogna, gli americani possono fare qualsiasi considerazione più ampia su quell’episodio (ed eventi simili a Haiti e in Bosnia), riservandosi la speciale sensibilità che costringe a un mutamento politico completo per la morte di diciotto soldati volontari di
professione – soldati, si potrebbe aggiungere, di una nazione nella quale a quell’epoca le morti per arma da fuoco avvenivano in ragione di una ogni quattordici minuti. Ma in realtà la virtù, o la malattia come si può sostenere, è tutt’altro che un’esclusiva americana.
Nel momento in cui gli Stati Uniti si rifiutarono di combattere a Mogadiscio, Gran Bretagna e Francia, per non parlare dell’altra grande potenza putativa, la Germania, si rifiutarono di arrischiare loro truppe per resistere all’aggressione nella ex Jugoslavia; per di più, nel timore di rappresaglie contro i loro soldati, fu soltanto con grande riluttanza, dopo quasi due anni di orrende violenze, che le due nazioni acconsentirono alla fine alla minaccia accuratamente circoscritta di incursioni aeree autorizzate dall’Onu da parte di aerei dell’Alleanza Atlantica che venne formulata nel febbraio 1994. È vero che né Gran Bretagna né Francia (e nemmeno altre potenze europee) avevano interessi «vitali» di sorta nell’ex Jugoslavia, più di quanti ne avessero avuti gli Stati Uniti in Somalia, ma qui sta il nocciolo della questione: le grandi potenze della storia avrebbero considerato la disintegrazione della Jugoslavia non come un dannoso problema da evitare ma piuttosto come un’occasione da sfruttare. Con la scusa propagandistica della necessità di proteggere le popolazioni attaccate, con il pretesto della restaurazione della legge e dell’ordine, sarebbero intervenute per costituire proprie zone d’influenza, come le autentiche grandi potenze del passato fecero ai loro tempi (perfino la lontana Russia, molto indebolita dalla sconfitta e dalla rivoluzione, si oppose nel 1908 all’annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell’Austria-Ungheria). Così il cosiddetto vuoto di potere della disintegrazione della Jugoslavia sarebbe stato subito riempito, con gran delusione delle ambizioni delle potenze minori e con grande vantaggio delle popolazioni locali e della pace.
Quanto al perché niente del genere sia accaduto nella ex Jugoslavia di fronte ad atrocità che non si erano più viste dalla Seconda guerra mondiale, non è qui il caso di discutere: nessun governo europeo era disposto più degli Stati Uniti ad arrischiare i propri soldati in combattimento.
Il rifiuto di accettare perdite non si limita alle democrazie effettive. L’Unione Sovietica era ancora una dittatura totalitaria quando si impegnò nell’ultraclassica avventura da grande potenza dell’intervento in Afghanistan, soltanto per scoprire che nemmeno la sua strettamente irreggimentata società avrebbe tollerato le perdite che ne seguirono. A quell’epoca, gli osservatori esterni rimasero molto perplessi di fronte al minimalismo della strategia di teatro sovietica in Afghanistan. Dopo lo sforzo iniziale di stabilire un controllo territoriale in tutto il Paese, che venne presto abbandonato, l’esercito di Mosca si limitò a difendere soltanto le città principali e le strade che le collegavano, cedendo gran parte dell’intero territorio ai guerriglieri. Anche esperti osservatori rimasero sorpresi dalla tattica troppo prudente delle forze sovietiche di terra. Tranne pochi reparti di commandos, esse rimasero per lo più confinate all’interno delle loro guarnigioni fortificate, e spesso rinunciarono a sortite anche quando i guerriglieri operavano sotto i loro occhi. A quell’epoca la spiegazione più comune era che i comandanti sovietici preferivano non affidarsi alle loro truppe, coscritti con scarso addestramento. La realtà era che si trovavano sotto la costante e intensa pressione esercitata da Mosca per evitare a tutti i costi perdite umane.
Lo stesso esempio ci consente di eliminare un’altra spiegazione piuttosto superficiale del rifiuto di accettare anche un numero modesto di perdite in combattimento: l’impatto della copertura televisiva. L’esperienza americana di servizi televisivi a colori in diretta con replay immediato di soldati feriti visibilmente sofferenti, dei sacchi per le salme e dei parenti in lacrime in ogni episodio di combattimento dal Vietnam alla Somalia è considerata da molti d’importanza decisiva. La visione di una ripresa diretta di esseri umani – lo si è ripetuto all’infinito – è molto più convincente delle parole stampate, o addirittura di una radiocronaca. Ma l’Unione Sovietica non ha mai permesso alla sua popolazione di vedere in televisione immagini di guerra nello stile degli americani; eppure la reazione della società sovietica alle perdite in Afghanistan è stata identica a quella degli americani di fronte alle perdite della guerra del Vietnam. In entrambi i casi i totali complessivi in un periodo di dieci anni o più non hanno raggiunto quelli di un solo giorno di battaglia nelle guerre del passato: eppure sono stati profondamente traumatici.
Noi dobbiamo di conseguenza cercare una spiegazione più fondamentale, che sia valida con o senza un governo democratico, con o senza un resoconto televisivo privo di controlli. E in effetti una c’è: la base demografica delle società moderne postindustriali. Nelle famiglie che componevano la popolazione delle grandi potenze della storia, era comune la nascita di quattro, cinque o sei figli, e quella di sette, otto o nove era meno rara di quella odierna di uno, due o tre. Certo, la mortalità infantile era alta. Mentre era del tutto normale la perdita di uno o più figli per malattia, quella di un figlio in guerra aveva un significato diverso rispetto a oggi per le famiglie americane o europee, che hanno in media due figli o meno, e che si presume sopravvivano; ciascuno di essi impersona una quota molto più alta del capitale emotivo della famiglia.
Come ha dimostrato una serie di studi storici, la morte stessa costituiva una parte molto più normale dell’esperienza umana, quando non era ancora confinata soprattutto alle fasce più anziane. È indubbio che la perdita di un giovane componente della famiglia per una ragione qualsiasi era sempre una tragedia, eppure la sua morte in combattimento non rappresentava l’evento straordinario e fondamentalmente inaccettabile che è diventato oggi. Genitori e parenti che negli Stati Uniti approvano almeno in linea generale la decisione dei loro figli di arruolarsi nelle forze armate, scegliendo così una carriera dedicata al combattimento e alla sua preparazione, oggi reagiscono spesso con stupore e irritazione quando vengono inviati in situazioni di scontro reale. E sono inclini a considerare una ferita o la morte come uno scandalo oltraggioso piuttosto che un infortunio sul lavoro.3”
Al di là delle considerazioni ideologiche di Luttwak, il discorso è chiaro e convincente. Tuttavia, in questi anni la Russia è rinata, grazie a Putin, e il ritrovato spirito patriottico permetterebbe al presidente russo di affrontare maggiori perdite di quante potrebbe mai sostenerne Obama.
Ecco la ragione economica:
“Isolate e visibili, impossibilitate a nascondersi come possono fare invece le truppe di terra, incapaci di muoversi velocemente come gli aerei, le unità navali di superficie sono sempre più minacciate dai progressi scientifici che oggi permettono una localizzazione a grande distanza e svariate forme di attacco. Per opporsi alle tendenze ostili alimentate dal vertiginoso progresso della scienza, per la protezione delle navi da guerra sono stati utilizzati in misura sempre crescente sia capitali sia accorgimenti tecnici sia capacità di carico delle navi stesse. La vulnerabilità della marina americana è forse cresciuta di poco, mentre il potenziale offensivo sovietico è aumentato dagli anni Sessanta fino alla sua cessazione negli anni Novanta, ma forze sempre minori della marina americana possono servire agli interessi nazionali, mentre forze sempre maggiori sono impegnate nella protezione di se stessa.4”
Questo, ovviamente, si applica anche ai costosi gioiellini prodotti per l’aeronautica, alcuni dei quali, come il contestatissimo F-35, spesso sono difettosi e non valgono la spesa, sopratutto se poi la Cina ruba i progetti, li migliora, e per di più scopre di essere in grado di scoprire quegli arei, che dovrebbero essere invisibili, grazie ai propri radar.
Ecco infine la ragione strategico-economica:
“L’efficienza tecnica non è certo l’unico criterio applicabile nella valutazione, perché il rapporto tra il risultato corrente e il costo non ci dice nulla in merito alla probabile durata del funzionamento (affidabilità) e al costo della manutenzione che con il tempo si renderà necessaria. Salvo questo, però, l’efficienza tecnica costituisce il criterio valido di scelta, quando si tratta di decidere fra tipi diversi di autocarri o di equipaggiamenti, di fucili o di carri armati.
Con materiali migliori, o con una migliore progettazione dei particolari, come pure con piccole modifiche nella struttura e nei meccanismi, si può ottenere, in determinati casi, un miglioramento dell’efficienza tecnica. Grazie a questi accorgimenti, infatti, oggi gli autocarri riescono a trasportare un carico maggiore di quanto facessero i loro predecessori di vent’anni fa, che avevano un costo iniziale uguale e un maggiore consumo di carburante, e i motori d’autocarro ben preparati possono sviluppare più cavalli di quelli mal registrati.
Ma un miglioramento sensazionale dell’efficienza richiede di solito l’adozione di macchine di nuova progettazione. Qualche volta questo diventa possibile sfruttando principi scientifici diversi, come accade oggi con i computer dotati di programmi di elaborazione testi molto più efficienti di una macchina per scrivere elettrica, a sua volta molto più efficiente di quelle meccaniche. Diversamente, però, un aumento significativo nell’efficienza si può avere soltanto sostituendo un equipaggiamento generico, costruito apposta per fare parecchie cose a vari livelli di efficienza, con macchine molto più specializzate, oppure con un sistema integrato, in cui sono incorporate alcune novità tecniche che consentono un risultato nel complesso più efficace, come le macchinette apriscatole aprono i barattoli con maggiore facilità di quanto non faccia un più versatile coltello, o come un carrello elevatore riesce a collocare in posizione materiali ingombranti e pesanti in modo più efficiente di quanto non farebbe una molto più costosa, anche se più versatile, gru mobile.
E nella moderna evoluzione della tecnologia militare è proprio l’elevata efficienza derivata da una specializzazione mirata ad avere molta importanza. A ogni sostituzione, nuove armi specializzate hanno offerto la prospettiva di sconfiggere armi più elaborate e costose, versatili in molti campi, ma pur sempre vulnerabili di fronte all’unico «risultato» delle armi speciali.5”
Cercheremo di spiegare il significato di queste parole di Luttwak. La via più breve per unire due punti è la linea. Ma in guerra (o negli scacchi) alla nostra volontà si contrappone quella del nemico, per cui spesso la via più breve diventa l’arabesco. Realizzare continue contro-contromisure per proteggere le sue preziosissime portaerei, le rende ancora più costose e inefficienti, lo stesso vale per le unità di terra, specie per i fanti, meno costosi dal punto di vista economico, ma la cui perdita è micidiale sotto il profilo sociale. E quindi, se da una parte continuare a insistere sulle super-armi è  un aggravio tremendo per le finanze pubbliche, ma neppure ci si può permettere guerre veccho stile, con centinaia di migliaia di morti (tra le proprie fila) allora, anche in considerazione della rinnovata potenza russa, e di quella cinese e indiana in continua ascesa, agli Usa non resta che utilizzare quel misto di guerriglia, colpi di stato e bombardamento mediatico, che abbiamo già visto in azione a partire dalla Libia e le “primavere arabe.”
Tutto ciò allo scopo di non perdere la leadership mondiale.
“Here’s my bottom line: America must always lead on the world stage.”
Le parole di Obama non lasciano spazio a dubbi. L’America non intende cedere la leadership, e siccome non è più in grado di mantenerla in piedi con i metodi tradizionali, passerà (l’ha già fatto) a una nuova fase, specialmente dopo il fallimento siriano, con la flotta americana bloccata da quella russa e cinese.
Adesso gli Usa useranno le proprie navi da guerra sopratutto come trampolino di lancio per corpi speciali utilizzati per dare supporto a mercenari e rivoltosi vari. Ecco un articolo in proposito
Citiamo un brano molto significativo:
“I veterani delle forze speciali russe dicono che i più pericolosi per la Crimea erano i sei commando per operazioni speciali di 16 soldati ciascuno a bordo delle tre navi statunitensi. Sono addestrati a sbarcare inosservati a terra, nuotare sott’acqua e infiltrarsi in profondità nel territorio nemico. Lo scopo di tutti i commandos del mondo è creare panico, caos e terrore fra la popolazione con atti di sabotaggio: causando potenti esplosioni negli edifici amministrativi di grandi città, nei trasporti in orari di punta o in aree densamente popolate. Nel contesto della preparazione del referendum di adesione della Crimea alla Russia, qualsiasi incertezza creata da tali commandos nella popolazione avrebbe potuto provocare una bassa affluenza alle urne, comportando l’invalidazione dell’elezione. Per evitare tali situazioni, i russi da subito esercitarono un controllo rigoroso ed impenetrabile.”
Ovviamente Putin ha capito il gioco, e quindi sta replicando colpo su colpo, evitando di farsi invischiare direttamente, anche perché i media sono controllati dagli Usa, e chi controlla i media controlla l’opinione pubblica, quindi un intervento russo, sebbene di certo meno costoso, sia in termini di perdite umane, che economiche, di uno analogo americano, sarebbe disastroso dal punto di vista mediatico.
“A critical focus of this effort will be the ongoing crisis in Syria. As frustrating as it is, there are no easy answers there, no military solution that can eliminate the terrible suffering anytime soon. As president, I made a decision that we should not put American troops into the middle of this increasingly sectarian civil war, and I believe that is the right decision. But that does not mean we shouldn’t help the Syrian people stand up against a dictator who bombs and starves his own people. And in helping those who fight for the right of all Syrians to choose their own future, we are also pushing back against the growing number of extremists who find safe haven in the chaos.
So with the additional resources I’m announcing today, we will step up our efforts to support Syria’s neighbors — Jordan and Lebanon, Turkey and Iraq — as they contend with refugees and confront terrorists working across Syria’s borders. I will work with Congress to ramp up support for those in the Syrian opposition who offer the best alternative to terrorists and brutal dictators. And we will continue to coordinate with our friends and allies in Europe and the Arab World to push for a political resolution of this crisis and to make sure that those countries and not just the United States are contributing their fair share of support to the Syrian people”
Ancora le parole di Obama, ci chiariscono che gli Usa non possono intervenire militarmente in Siria, quindi continueranno a supportare i terroristi (che chiama opposizione siriana) utilizzando le tecniche di cui sopra.
“Uccidere con la spada presa a prestito.6”
In altre parole, la guerra per procura, condotta con avanzi di galera, mercenari, e terroristi recuperati da ogni dove. Così in Siria, come in Ucraina.
Abbiamo parlato dei media, ma non abbiamo ancora spiegato perché sono così importanti e, sopratutto, perché gli Usa hanno scelto proprio fenomeni da baraccone come le Femen, i vari militanti delle rivendicazioni gay, etc, per portare avanti le proprie battaglie.
Le due questioni sono intrecciate. Da una parte, questo è servito a disinnescare tutte le sinistre d’Europa, che hanno smesso da un po’ di portare avanti rivendicazioni salariali o, ancora di più, qualunque forma di socialismo, per occuparsi solo di omofobia, razzismo etc, dall’altra c’è lo scopo del capitalismo, che al tempo stesso è il mezzo per la sua affermazione, che è quello di ridurre i popoli in masse consumatrici e le persone in meri consumatori. Un mondo in cui le differenze (sessuali, religiose, etniche, etc) tendono ad appiattirsi, ovviamente in nome della loro difesa, in cui ogni persona è un atomo fatto solo di input-output di tipo economico, è quanto di meglio per il capitalismo della fase attuale, perché elimina ogni ostacolo alla diffusione e allo scambio di merci, anche perché trasforma ogni cosa in prodotto. Il caso del faccione del Che, usato come marchio pubblicitario, è emblematico. Non solo, ma l’uniformità facilita la produzione in scala. I Mac Donald’s potevano avere successo solo in un mondo appiattito perfino nei gusti alimentari, così come la diffusione virale (altra parola abusatissima) di idee e concetti alla moda (dalla lotta contro l’omofobo Putin, ai flashmob contro Assad) sarebbe stata inconcepibile prima di Internet.
I media, sia quelli ufficiali, sia la galassia di blog e siti “d’informazione”, permettono di influenzare le opinioni pubbliche del modo intero, di mobilitare folle per farle scendere in piazza, di reclutare mercenari e teppisti vari (vedi il caso dei militanti di Casapound andati a combattere a fianco dei terroristi ucraini filoamericani) da utilizzare come carne da cannone o da rendere oggetto di attacchi “false flag” (vedi la vicenda dei cecchini golpisti che ammazzavano i manifestanti a Maidan, per far ricadere la colpa sul governo).
In Ucraina, così vicina alla Russia, questa è l’unica strategia possibile per gli Usa. Non a causa di chissà quale accordo sotto banco, come sibilano alcuni “guru” dell’ultradestra criptoatlantica, ma semplicemente perché gli americani si troverebbero di fatto a centinaia e centinaia di chilometri dalla patria, e le loro linee di rifornimento sarebbero sempre a rischio. E senza pane un esercito dura poco, senza contare che, vista la rinnovata potenza (aerea e terrestre) dei russi, le eventuali forze americane non vivrebbero abbastanza da morire di fame.

Note
1. Luttwak, Strategia: la logica della guerra e della pace
2. Sun Tzu – op. cit.
3. Luttwak – op. cit.
4. Idem
5. Luttwak – op. cit.
6. Terzo dei 36 Stratagemma cinesi

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