Pubblicato il: 29 dicembre, 2011
Cultura / Europa / Opinioni | Di Mark JVD

L’esempio storico sovietico e la riscoperta dello Stato

“Una catastrofe geopolitica”, così definì Putin nel 2005 il collasso dell’Unione Sovietica, una catastrofe in realtà non solo geopolitica, ma anche una tragedia per le repubbliche ex-sovietiche e per le rispettive popolazioni. Il collasso di uno Stato burocratico di dimensioni siderali e di tradizione plurisecolare non poteva infatti che essere una tragedia. L’introduzione del liberalismo e il lento smantellamento dell’apparato statale ha portato ad un’esplosione di scontri etnici e di conflitti d’interessi che, non eliminati da uno Stato oramai completamente assente, hanno portato ad una devastazione che l’agenzia stampa Russia Today, in un articolo recente, così argomenta: “Dopo aver ottenuto l’indipendenza, molte repubbliche arrivarono a violenze entiche”, e ancora “Fu allora che la Georgia incluse forzatamente l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud nei propri territori”. Per quanto riguarda i numeri di tali scontri: “1.000 persone furono uccise negli scontri tra la Georgia e l’Ossezia del Sud, e oltre 100.000 furono sfollate […] Il Tagikistan vide le più gravi conseguenze con oltre 60.000 persone uccise e milioni di persone sfollate”[1]. Tragedie che derivano dalla mancanza di sicurezza e che non escludono la Russia e la capitale stessa, negli ultimi anni morsa da un aumento di violenze e delinquenza considerevoli. La mancanza di un apparato statale sino al 1991 costantemente presente nella vita dei russi e delle altre popolazioni delle ex-repubbliche sovietiche ha portato ad un’anarchia culturale e ad una totale mancanza di organizzazione. Non è un caso che nel sito appositamente costruito da Russia Today per studiare le cause e le conseguenze del collasso dell’URSS, solamente il 14% dei lettori si dica felice per il crollo dell’Unione Sovietica, mentre il 37% addirittura risponde che “il comunismo ha offerto speranze per un futuro migliore” (gli altri si dividono tra “sarebbe stato un evento positivo in caso di sfaldamento della NATO” e “ha lasciato gli Stati Uniti incontrastati”)[2].
Non è un mistero d’altronde che la maggioranza della popolazione russa sia da sempre stata contraria a questa tragedia, come lo fu allora anche la Duma che nelle votazioni bocciò l’ipotesi di un collasso guidato. A fronte di questi dati è evidente che il crollo dell’Unione Sovietica non fu un evento inevitabile storicamente bensì, una forzatura della storia, un crollo guidato e deciso a tavolino. Come sostiene Igor Panarin, ex-membro del KGB e consulente di Boris Eltsin: “Mi sono chiesto se il collasso dell’Unione Sovietica fosse inevitabile e la risposta è sempre stata no” e aggiunge “ho detto a Gorbaciov che lo ritengo responsabile per il crollo dell’Unione Sovietica”[3]. Sicuramente una riforma dal punto di vista economico era necessaria, magari con una maggiore apertura che evitasse il collasso di fronte al confronto con l’economia nord-americana, ciò che invece era assolutamente evitabile è lo smantellamento dell’apparato statale, smantellamento di cui la Russia soffre tutt’oggi, come appunto segnalato. Fino al 2000 infatti la Russia è stata preda di oligarchi, di anarchia finanziaria ed economica e di costanti infiltrazioni occidentali che proseguono tutt’oggi, nonostante la lenta ripresa della macchina statale. Un liberismo sfrenato come quello conosciuto dai Paesi occidentali, dove il monopolio statale, sia economico, sia politico sia militare, viene sempre più messo in discussione: un liberismo incompatibile con le abitudini dell’Est che genera insicurezza, violenza ed anarchia.
D’altronde non è differente la situazione in Europa, dove il progressivo indebolimento dello Stato, a partire dallo smantellamento del “welfare state” negli anni Ottanta sull’onda delle privatizzazioni “selvagge” di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, non ha fatto che indebolire la sovranità dei Paesi sub-dominanti rispetto alle potenze anglofone dominanti (Stati Uniti e Gran Bretagna). Senza considerare, anche in questo caso, la totale insicurezza, soprattutto in Europa, che porta alla ribalta partiti populisti che fanno dell’allarme relativo alla sicurezza il cavallo di battaglia (si vedano la Lega Nord, il BNP di Nick Griffith o il Front National della famiglia Le Pen); un argomento invece totalmente trascurato dalla sinistra italiana ed europea, per la quale la parola in questione ricorda addirittura un passato nefasto, legato al fascismo.
Laddove viene a mancare un controllo capillare dello Stato, in qualsiasi forma esso si presenti (federale, decentrato, accentrato, regionale, nazionale, ecc.), non si denota altro che mancanza di controllo, anarchia, scontri e conflitti d’interesse. Fu a suo tempo già Hegel ad individuare nello Stato l’estrema sintesi in cui tesi e antitesi si fondono e si amalgamano. Una visione senz’altro facilmente considerabile come semplicistica alla luce della complessità sociale contemporanea, ma che contrasta quella anarchista o quella trotzkista-luxemburghiana che vede nello Stato e in una non meglio identificata “burocrazia istituzionale” la causa di tutti i mali.
Eppure ad oggi non si conosce e non è stata teorizzata in nessun modo una valida alternativa allo Stato, per porre rimedio ai costanti conflitti interni e, in generale, al caos sociale. In una mancanza di alternativa è compito di qualsiasi patriota che abbia a cuore il proprio popolo, la propria nazione e la propria sicurezza, adoperarsi per il rafforzamento dello Stato che va progressivamente collassando in ogni dove, o sotto i colpi di “rivoluzioni colorate” orchestrate dall’esterno o da colpi di mano “finanziari” interni. E’ per questo che oramai il vero confronto “bipolare” all’interno dei Paesi pare essere non più quello tra sinistra e destra, ma quello tra statalisti e liberali. E’ questa la divisione già prospettata da Gennadij Zyuganov, segretario del Partito Comunista della Federazione Russa, che ha sempre lavorato nel suo Paese per un’alleanza statalista e patriottica tra le componenti non-scioviniste e non-razziste del nazionalismo russo e i comunisti. Una simile suddivisione è stata recentemente descritta dall’osservatore francese Luc Michel[4]. Viene probabilmente a tornare utile quindi l’interpretazione “hobbesiana”, in realtà mai realmente accantonata, che già nel XVII secolo descriveva alla perfezione il ruolo e l’importanza dello Stato nel contratto tra sovrano (classe dirigente) e sudditi (cittadini), dove il primo offre appunto sicurezza e garanzia di sopravvivenza ai secondi in cambio della propria fedeltà alla Carta Costituzionale. Si tratta di tematiche completamente rimosse dalla sinistra, estrema e non, che considera obsoleta la presenza dello Stato, una concezione, nel migliore dei casi, frutto di una fin troppo rigida (e in ogni caso distorta) interpretazione della teoria marxista.
Non esiste in realtà alternativa e i cittadini esigono e devono esigere la propria sicurezza e il proprio vivere armonioso, indipendentemente da chi sia a garantirgliela. La critica aprioristica al potere ha solamente portato caos urbano e distruzione delle basilari garanzie sociali, oltre a posizioni a dir poco ambigue nei conflitti recenti, economici e politici, che rientrano nella strategia statunitense di demolizione della sovranità dello Stato, come già visto nel Vicino Oriente, in Est Europa, e, dopo il recente attacco speculativo, anche in Europa, nella speranza di costruire a tavolino un caos permanente e allo stesso tempo equilibrato, in modo ancor più subdolo rispetto al “divide et impera” dei Romani. Unica soluzione di reazione a questo processo di mondializzazione unipolare non può che essere la riscoperta di valori culturali e nazionali, legati naturalmente al concetto di Stato, attorno a cui i sinceri patrioti e sinceri nemici dell’unipolarismo non possono che unirsi. E’ una divisione che va delineandosi a poco a poco in tutto il mondo. Da questa concezione è inscindibile la difesa senza se e senza ma di tutti gli Stati sovrani oggi sotto attacco: attualissimo in queste ore il caso della Siria, ormai decaduto quello della Libia. La guerra è su tutti i fronti ed è senza limiti.


L’esempio storico sovietico e la riscoperta dello Stato