Breve storia (più o meno conosciuta) della FIAT

0

BREVE STORIA (PIU’ O MENO CONOSCIUTA) DI FIAT. COS’HANNO FATTO CON I NOSTRI SOLDI

IMG0060.PCD

 AGNELLI IN CAMICIA NERA

Sono innumerevoli gli aiuti di Stato di cui ha beneficiato Fiat nella sua storia. Il sostegno si è esplicitato non solo come finanziamenti pubblici ma anche e soprattutto in termini di sostegno politico. Di quest’ultimo caso, troviamo un esempio nei rapporti tra la famiglia Agnelli e Mussolini, figlia del patto tra fascismo e borghesia. In tale contesto la FIAT venne infatti favorita dalla politica autarchica del regime, tanto da portarla a costruire il nuovo stabilimento di Mirafiori, che Giovanni Agnelli inaugurò in camicia nera il 14 maggio 1939 con un discorso in cui salutò «il liberatore e il ricostruttore» Mussolini. La benevolenza del Duce verso la “fabbrica perfetta del regime fascista” si manifestò anche nel 1925, quando obbligò l’allora proprietario de “La Stampa” alla cessione del giornale in favore della famiglia Agnelli. La Famiglia consumò la sua vendetta verso il quotidiano torinese che, nel 1908, informò i lettori delle indagini per falso in bilancio, aggiotaggio e truffa che precedettero il processo nei confronti della proprietà della Fiat dopo appena otto anni di vita dell’azienda torinese.

Anche a guerra finita, la Fiat poté beneficiare di importanti aiuti, sia dal neo costituito Fondo per l’industria meccanica, di cui raccolse la maggior parte degli stanziamenti, sia dal Piano Marshall che la finanziò per circa 34 milioni di Dollari[1].

LA FIAT E I LAVORATORI

La Fiat, nel corso degli anni, diventa tristemente famosa non solo per fare incetta di denaro pubblico come nessun’altro, ma anche per la lotta condotta nei confronti dei sindacati in particolare nel corso degli anni ’70. Nel 1971, il pretore Raffaele Guariniello a seguito di una perquisizione, scoprì una colossale attività di schedature messa in atto dalla FIAT: nell’ufficio “servizi generali” erano custodite illegalmente 354.000 cartelle e dossier su lavoratori, sindacalisti, giornalisti, insegnanti, comuni cittadini. Furono rinvenute anche mazzette di denaro destinate a carabinieri e servizi segreti italiani infiltrati tra gli operai, come confermato successivamente dallo stesso Romiti (circa 100 agenti per 1 miliardo di lire l’anno). Il caso fu, manco a dirsi, insabbiato. Se le lotte sindacali di fine anni ’60 portarono a grandi successi, come il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e il riconoscimento dello Statuto dei lavoratori, con l’inizio degli ’70 i vertici dell’azienda preparavano il tavolo per la repressione. Tra le misure per disgregare il potere sindacale, vennero utilizzati dai vertici Fiat anche mezzi non convenzionali, come la loggia massonica del Grande Oriente del Maestro Lino Salvini[2]. Nonostante la vicenda non sia mai stata definitivamente chiarita rimane indubbio che il fine principale era di impedire l’unificazione dei sindacati e controllare alcuni quadri del patronato. A tal proposito nel 1975 Carlo De Benedetti fu regolarizzato col grado di con brevetto n.21272 mentre ricopriva la carica di amministratore delegato di Fiat (Ansa, 5 novembre 1993)[3]. Lo stesso Agnelli ammise il finanziamento di Salvini, inseguito indagato per il golpe Borghese, per l’assassinio del giudice Occorsio e per la strage del treno Italicus.

Con gli anni ’80 continua la repressione, testimoniata dai più di 20.000 lavoratori che, nel 1980, furono messi in cassa integrazione a zero ore; tra loro vi erano numerosi delegati di fabbrica che resteranno fuori dalla FIAT sino al 1987, in violazione di ogni accordo; al loro rientro, saranno collocati in “reparti confino”(già sperimentati nel dopoguerra con la così detta “officina stella rossa”). Centocinquanta di loro si toglieranno la vita[4]. Durante gli anni ’80 e ’90, intanto, la casa automobilistica torinese apre diversi stabilimenti al sud, sia per beneficiare di incentivi statali, sia per approfittarsi di una classe operaia più malleabile.

Il rapporto conflittuale con i dipendenti continua tutt’oggi anche per mezzo di Innova Service, società di servizi entro cui sono stati ricollocati numerosi dipendenti Fiat dello stabilimento di Arese con il fine esclusivo di licenziarli (come sentenziato dalla Corte d’appello di Milano nel 2013). Angela Di Marzo, l’amministratrice della società è indagata per istigazione alla rivelazione di segreti d’ufficio: nel corso 2009, la Digos l’ha trovata in possesso di un documento riservato del Nucleo informativo dei carabinieri riguardante Corrado Delle Donne, delegato Slai Cobas licenziato 11 volte e 10 volte reintegrato dalla magistratura. La stessa di Marzio è stata accusata anche di aver nascosto una microspia nell’ufficio di Giuseppe Sala, ex direttore generale del Comune di Milano, oggi amministratore delegato di Expo spa.

I REGALI CONTINUANO CON ALFA ROMEO

La crisi di inizio anni ’80 passò, ma i regali dello Stato non si esaurivano. Nel 1986 in particolare, si concluse la travagliata vicenda della vendita dell’Alfa Romeo al gruppo FIAT. Prodi, al tempo presidente dell’IRI, ente pubblico che deteneva la proprietà dell’Alfa, optò per accettare l’offerta di acquisto presentata dagli Agnelli rigettando quella di Ford: nonostante quest’ultima proposta per l’acquisizione della dissestata casa automobilistica milanese fosse più vantaggiosa, lo Stato decise di fare questo regalo agli Agnelli, impedendo alla casa americana di mettere piede sul mercato italiano.

Prodi dopo diversi anni confidò a “La Repubblica: “Io volevo vendere l’Alfa Romeo alla Ford, ma fecero di tutto per impedirmelo, e ci riuscirono. Invece se ci fosse stata più concorrenza interna, oggi starebbero tutti meglio: di certo starebbe meglio l’economia italiana, ma anche la stessa Fiat”[5].

Una volta acquisita Alfa e di conseguenza la sua quota di mercato, gli Agnelli iniziarono a smantellare il Biscione, ma non prima di aver attinto a piene mani al finanziamento pubblico. Per lo stabilimento Alfa Romeo di Arese, ora definitivamente chiuso (come quello del Portello), la Fiat aveva pianificato di produrre auto a basso impatto ambientale. Lo Stato a tal scopo erogò finanziamenti per 333miliardi e 740 milioni di lire, ma di quei veicoli ne furono prodotti solo 221 esemplari, ad un costo per la collettività di oltre un miliardo l’una.

Mentre lo Stato aiutava politicamente e finanziariamente l’azienda torinese, Cesare Romiti amministratore dal ’76 accantonava fondi neri per 1.000 miliardi di Lire. Questo venne confermato dalla cassazione nel 2000 che condannò l’amministratore a undici mesi e dieci giorni di reclusione per falso in bilancio, finanziamento illecito dei partiti e frode fiscale. I fondi neri accantonati sarebbero serviti, oltre che per tangenti ai partiti, per sovvenzionare associazioni eversive. Sia Romiti che Agnelli, in sede di processo, sminuirono il discorso delle mazzette; Il primo disse “…meno dell’elemosina di un uomo qualunque ad un poveraccio” mentre il secondo affermò che “solo” un 5% delle commesse era riconducibile a questa “area infetta”[6]. Nel 1998, anno della sua uscita dalla FIAT, Cesare Romiti percepì una buonuscita di circa 105 miliardi di lire.

Anni dopo, anche il figlio di Cesare Romiti fu inquisito per falso in bilancio come Amministratore delegato di Impregilo, azienda nata dal Gruppo Fiat. Piergiorgio Romiti, figlio di Cesare, fu indagato sia per falso in bilancio (2003-2004) che per la gestione dei rifiuti campana insieme a Bassolino (nello specifico frode in pubbliche forniture, truffa e falso dal 2000 al 2005)[7].

NON ERA MEGLIO NAZIONALIZZARE?

Gli anni Novanta segnano una netta inversione di tendenza rispetto al decennio precedente: la FIAT perde vistosamente posizioni sia sul mercato domestico che su quello europeo. Nessuna sorpresa, considerando che dal 1988 al 1993 non presentò alcun nuovo modello[8].

Quando nell’Ottobre del 2002, i vertici della casa torinese presentano il piano di ristrutturazione, il quale prevedeva 8.100 esuberi, l’idea della nazionalizzazione parziale incominciò a diffondersi, vista la mole di denaro pubblico che era già stato convogliato nelle mani degli Agnelli. Secondo uno studio della CGA di Mestre, dal 1977 al 2013 l’esborso statale per Fiat è stato di oltre 7,6 miliardi di euro, di cui ben 5,2 miliardi stanziati dal 1990 al 1997, e senza contare gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione, di cui l’azienda ha abusato nel corso degli anni.

Sia Volkswagen sia Renault erano parzialmente di proprietà pubblica, quindi questa ipotesi non era da considerarsi così impresentabile; a tal proposito, anche l’allora presidente della Banca d’Italia Fazio disse: “L’intervento pubblico non sarebbe un peccato”[9]. Il piano per la nazionalizzazione, a cui lavoravano Berlusconi e Tremonti, fu appoggiato dal segretario di Rifondazione Fausto Bertinotti e altri esponenti della sinistra; tuttavia, la paura di allontanare i potenziali acquirenti americani di General Motors fece tramontare l’idea: il flusso di denaro pubblico continuò dunque ad affluire verso Fiat contribuendo all’occultamento della sua crisi, ma senza garantirne il controllo statale che la nazionalizzazione avrebbe consentito.

LO SWAP SALVA GLI AGNELLI, LA PRESCRIZIONE SALVA I FACCENDIERI

La giustizia sembra perseguitare ancora FIAT quando, nel Febbraio 2013, la corte d’Appello di Torino condannò i “grandi vecchi” della Fiat, Gianluigi Gabetti (ex amministratore del Gruppo FIAT) e Franzo Grande Stevens (legale della Famiglia), a un anno e quattro mesi di reclusione ciascuno e a una multa di 600mila euro a testa per aver manipolato il mercato. I due erano accusati di aggiotaggio informativo per aver nascosto alla Consob e al mercato l’equity swap, che nel 2005, permise alle finanziarie degli Agnelli di mantenere il controllo della Fiat a discapito delle banche. Un nuovo passaggio presso la Corte Costituzionale, tuttavia, porterà, il 17 dicembre 2013, all’annullamento della condanna per avvenuta prescrizione[10].

…E ALLA FINE ARRIVA MARCHIONNE

Marchionne è stato chiamato per tutelare il patrimonio della famiglia e reperire risorse ricercando finanziamenti pubblici e proponendo acquisizioni e alleanze a costo zero, offrendo in cambio tecnologia (vedi produzione in Cina, Serbia, Polonia e accordo con Chrysler).

Non sfugga che il successo dell’amministratore dal maglioncino blu nasce dal riscatto di due miliardi di dollari, pagato da General Motors nel febbraio 2005, per liberarsi dall’obbligo (sottoscritto anni prima) di acquistare Fiat auto e dai 9 piani industriali, sistematicamente disattesi, che hanno permesso di raccogliere fondi di Stato e spuntare accordi sindacali favorevoli in cambio di promesse mai mantenute. Mentre Stato e dipendenti sono costretti a rinunce e sacrifici, i redditi dei vertici aziendali non sono mai stati intaccati. Nel 2008, ad esempio, la proprietà allontana il rischio di non ricevere i dividendi a seguito del cattivo andamento dell’azienda grazie all’operazione di scorporo di Fiat industrial dal resto del gruppo. Separando la parte sana dell’azienda, attiva nel settore macchine agricole e movimento terra, da quella in cattivo stato del ramo auto, è stata garantita la distribuzione di più dividendi rispetto al passato. Come se non bastasse, la nuova sede olandese della società ha portato notevoli benefici fiscali nel 2012, facendo risparmiare quei 468 i milioni di Euro che nel 2011 furono versati allo Stato.

Mentre nel 2009 la Fiat rialzava la testa, grazie all’ennesimo regalo dello Stato sotto forma di ecoincentivi sulla rottamazione, Marchionne da un lato chiedeva straordinari ad alcuni dipendenti, dall’altro aumentava il numero di cassa integrati. In Itala come nella sconvolta Detroit nel mezzo della crisi dei subprime, per non rischiare il posto, i lavoratori hanno dovuto accettare un drastico peggioramento dei salari e delle condizioni di lavoro (stipendio dimezzato per i nuovi assunti, divieto di sciopero, riduzione delle pause). In casa come all’estero infatti, Marchionne ha imposto con il ricatto della disoccupazione, contratti che azzerano i poteri dei sindacati. Ad oggi possiamo serenamente affermare che Bertinotti si sbagliava di grosso quando definiva Marchionne come “borghese buono”[11]. I sacrifici che sono stati chiesti ai dipendenti, non sono stati certo fatti dall’amministratore delegato, che tra il 2004 e il 2012 ha ricevuto dal gruppo 37,6 milioni di Euro come compenso e 117 milioni di Euro tra stock option e stock grant[12].

Luca Caselli



[1] Vittorio Valletta (1984). Piero Bairati

[2] Fiat, massoneria e sindacato- http://marcos61.wordpress.com/2013/09/06/fiat-massoneria-e-sindacato/

[3]  Fratelli d’Italia (2007). Ferruccio Pinotti

[4] Per le vicende dei cassintegrati FIAT si veda L’altra faccia della FIAT, a cura dei Coordinamento Cassintegrati, Roma, Massari, 1990.

[5]Il tramonto del Lingotto-padrone, troppo potere, poca concorrenza. La Repubblica (4 Ottobre 2002)

[6] Fiat. Fabbrica italiana. Automobili e tangenti. Nicotri P. (1997)

[7]Milano Finanza. Impregilo nella bufera, indagati Piergiorgio Romiti e Paolo Savona

[8]http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=206&artsuite=3

[9] Correre della sera (16 ottobre 2002) Fazio: l’intervento pubblico non è un peccato

[10] Il sole 24 ore (17 dicembre 2013). Ifil-Exor, annullate per prescrizione le condanne a Gabetti e Grande Stevens

[11] E Bertinotti fa l’elogio di Marchionne «Dobbiamo puntare sui borghesi buoni».Corriere della Sera (4 luglio 2006)

[12] Marchionne e gli Agnelli compagni di rendite. Giordano Sivini

Invia un Commento


*