Aerei che volano, spread che salgono, opinioni che regrediscono
F-35 Lightning II, nome in codice: F-35. Questo è il marchio che descrive il mezzo aereo militare di cui le Forze Armate della Repubblica Italiana si doteranno lungo il corso dei prossimi dieci anni. Il programma, lievitato negli ultimi anni, prevede l’acquisto di 131 esemplari finalizzati a dotare le nostre milizie di una nuova organizzazione nel controllo dello spazio aereo. Il caccia è di fabbricazione anglo-americana (essenzialmente Lockheed Martin) e il suo prezzo si aggira intorno ai 185 milioni di dollari: si tratta di un bombardiere di nuova generazione, di categoria stealth (cioè “invisibile” o, meglio dire, difficilmente percettibile dai sistemi anti-aerei avversari) pensato dai suoi produttori come la migliore soluzione possibile di fronte alle necessità di avanzamento richieste dagli stati maggiori degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, per rispondere ai nuovi requisiti di conflitto, e per superare la parziale inadeguatezza dei modelli F-15 e F-22.
Il progetto è partito all’inizio degli anni Duemila ed è stato portato a termine (almeno nella sua prima fase) con un collaudo in volo nel 2006, e con la successiva messa a punto di tre versioni del mezzo, fra loro diverse a causa di alcuni particolari tecnici. È un modello agile e veloce, adatto sia per il combattimento aereo sia per gli spostamenti rapidi e gli interventi di supporto integrati con operazioni terrestri e navali, in grado di raggiungere una velocità Mach 1,7, con un’autonomia di volo di circa 2.200 km ad ogni rifornimento. Malgrado sia un cacciabombardiere ufficialmente pensato per migliorare le capacità aria-aria e aria-terra dei suoi predecessori, è in realtà stato pesantemente criticato da diversi analisti perché, secondo quanto sostengono, non sarebbe in grado di prevalere in un confronto aereo con il nuovissimo cacciabombardiere russo di ultima generazione, prodotto dalla Sukoi, ossia il Su-35.
I Paesi che hanno partecipato al progetto come clienti e finanziatori sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Turchia, Italia, Olanda, Canada, Danimarca e Norvegia, lasciando chiaramente intendere che questo programma di acquisizione sarà interamente reinserito in un piano strategico stabilito nel quadro della Nato. La risposta della rete non si è fatta attendere: migliaia di persone hanno cominciato ad intasare blog, siti e forum, nel tentativo di far sentire la propria voce alle stanze della politica. Senza dubbio, il periodo di grande difficoltà economica che sta attraversando l’Euro-zona e, in particolare, il nostro Paese, rende questa scelta pesantemente impopolare. Secondo le prime stime, pur controverse, la spesa complessiva per l’acquisizione dei mezzi si aggirerebbe infatti attorno ai 15 miliardi di euro, che – pure spalmati da qui al 2023 – non sono certo pochi.
Il fatto che l’ammiraglio Di Paola, ora ministro della Difesa, non intenda cedere alle pressioni dell’opinione pubblica è un dato altrettanto evidente e pacifico. Le sue parole sono chiare: “Lo strumento militare italiano ha bisogno di una capacità aereo tattica. Questa capacità l’abbiamo e va rinnovata. E, dal punto di vista operativo, l’F-35 è la risposta corretta a questa esigenza. Che tipo di configurazione complessiva questo programma debba avere, questo è oggetto della revisione”. Tecnicamente il ministro ha ragione. La principale delle due portaerei della nostra Marina, il Cavour, trarrebbe effettivi vantaggi dall’acquisizione degli F-35, sia in relazione alla sua funzione multiruolo, sia per quel che concerne la sua capacità di imbarco. Politicamente? Anche in questo caso il ministro pare avere ragione. L’Italia è infatti un membro permanente della Nato, e, come tale, ha il diritto-dovere di partecipare alle decisioni del suo comando, in concerto con le tre potenze nucleari che la guidano: Stati Uniti, in primis, Gran Bretagna e Francia a seguire.
Allora dove sta il problema? Il problema è evidentemente nell’intero complesso strategico di cui il nostro Paese è parte integrante, e nella debolezza che attanaglia tradizionalmente la Penisola nel quadro dei rapporti di forza internazionali.
Il commissariamento economico e politico dettato dalla Banca Centrale Europea, è chiaramente risultante di una condizione di subalternità ben più ampia che investe tutti i settori strategici del nostro Paese. La guerra contro la Libia ce lo ha dimostrato: l’Italia, dopo aver tentato di costruire un solido ponte di cooperazione e di mutuo vantaggio con la repubblica socialista di Gheddafi, nel giro di un mese si è vista costretta a stracciare il Trattato di Bengasi, rinunciando alle enormi commesse ottenute dai principali attori economici (ancora parzialmente) di Stato – Eni, Enel e Finmeccanica – e a tutto ciò che ne sarebbe potuto conseguire in termini di indotto e occupazione, per un’imposizione dettata da Washington, Londra e Parigi.
Le rivolte contro Gheddafi e contro gli altri leader “laici” e (post)socialisti del Nord Africa, sono state innescate o rafforzate da un’evidente azione coordinata di queste tre intelligence (presenti sul territorio sin dall’inizio dell’anno scorso) e da una joint operation tra queste, il governo turco, la monarchia qatariota e l’organizzazione internazionale sunnita dei Fratelli Musulmani. Ormai il quadro è abbastanza chiaro: la Nato ha così ridisegnato gli equilibri nell’intero arco mediterraneo, scalzando leader scomodi (Gheddafi) o ormai decotti (Ben Alì e Mubarak) e consentendo l’affermazione al potere di partiti fotocopia dell’AKP turco di Erdogan.
La dottrina strategica statunitense appena pubblicata dal Pentagono e riassunta ai giornalisti dal presidente Obama nella conferenza stampa della settimana scorsa, parla molto chiaro. Anzitutto, il primo obiettivo statunitense è quello di ridurre parzialmente e progressivamente le spese militari, redistribuendone il peso sugli alleati europei, in perfetta sintonia con la strategia pensata dall’ex segretario alla Difesa Robert Gates, tra il 2009 e il 2010. In secondo luogo, ridisegnando buona parte della geografia politica del Nord Africa, sarà dunque possibile – attraverso un’intensificazione delle partnership con le petro-monarchie del Golfo – puntare i radar dell’accerchiamento militare contro la Siria ba’athista e l’Iran sciita, ultimi ostacoli alla costruzione del cosiddetto Grande Medio Oriente, normalizzato e ricondotto verso le volontà di Washington e di Londra.
In questo quadro, l’Italia di Berlusconi, con la sua politica estera bifronte (solida presenza militare nella Nato ma decisive “amicizie economiche” extra-Nato) rappresentava un tassello fuori posto, da risistemare. Il governo Monti nasce su queste basi, ed il ruolo svolto dal Quirinale e dalla classe dirigente del Paese (PD e Terzo Polo in testa) non risponde certo alle urgenze emerse attraverso le grida di terrore lanciate dai “grandi” economisti del Sole24Ore (“Fate presto”, ci dicevano…) per uno spread che in realtà non ha alcun senso, se non quello di trovare un pretesto per indorare al popolo l’amara pillola di un golpe bianco, decisamente anti-costituzionale.
È comico notare che molte delle persone che oggi si indignano con l’ammiraglio Di Paola per l’acquisto dei cacciabombardieri sono le stesse che scendevano in piazza per chiedere all’Onu e alla Nato di fermare il fantomatico “massacro del popolo libico” ordito da Moammar Gheddafi, sono le stesse che si emozionavano, ammaliate dalle immagini dei fantomatici “ribelli” (cioè coloro che mettevano a ferro e fuoco la Libia e che chiedevano alla Nato di intervenire dall’alto), sono le stesse che stanno ripetendo la farsa anche in merito alla Siria, e sono le stesse che fino a due mesi fa impegnavano il 70% delle ore diurne a insultare Berlusconi o a diffondere in rete i tanti brani di una trama “viola” preparata ad hoc per un regime-change all’italiana.
Forse il differenziale scenderà un po’, ma la testa degli italiani è senz’altro già scesa a livelli di idiozia esorbitanti.














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