L’ISIS in Libia: intervista al Direttore di “Scenari Internazionali”, Andrea Fais

0

Libia-640

Innanzitutto, Direttore, desideriamo ringraziarla per il tempo che ci concede per questa intervista.

In primo luogo, quali sono le cause del forte e crescente successo dell’ISIS in Libia?

Credo che non si possa parlare di un vero e proprio successo per quanto riguarda l’ISIS in Libia. Se non altro, non in termini militari. L’intera rete terroristica di al-Bagdadi ha piuttosto riempito tutti quei grandi spazi di manovra e quei “buchi neri” creati da quattro anni di guerre civili e destabilizzazioni. Delegittimati dall’Occidente, forse spiazzato di fronte all’emergere di proteste popolari nel mondo arabo, i sistemi non-confessionali governati da Ben Alì, Gheddafi, Mubarak e Assad hanno incontrato enormi difficoltà nel contrasto alle fazioni oppositrici, tanto che solo la Siria ha finora saputo resistere all’avanzata del jihadismo. Col sostegno economico e logistico dell’Arabia Saudita e del Qatar (per altro in competizione anche tra loro), i tanti gruppi che compongono la galassia dell’Islam politico hanno potuto agire indisturbati per troppo tempo. La Libia è un Paese in guerra dal marzo 2011 e il caos venutosi a creare sin dall’avvio dell’operazione NATO Odyssey Dawn ha creato le condizioni ideali per molti “signori della guerra”: vecchi arsenali completamente incustoditi, giacimenti petroliferi abbandonati e strumentazioni logistiche lasciate sul terreno dalle milizie di Gheddafi, ormai sconfitte. La posizione strategica della Libia nel cuore del Mediterraneo meridionale ha fatto e sta facendo il resto.

Quali conseguenze ha portato e porterà, nell’ambito arabo e nordafricano, la distruzione della Jamahiriya e l’affermazione dei fondamentalisti in Libia?

Se l’Unione Europea non saprà mettere in campo adeguate e immediate contromisure, le conseguenze sarebbero imprevedibili. Potremmo assistere in breve tempo alla nascita di un nuovo Afghanistan “versione-1996″ a 200 chilometri dalle nostre coste. Le analogie col triste passato del Paese asiatico sono fin troppe, a partire dalla leggerezza con cui le potenze occidentali hanno preferito sbarazzarsi delle vecchie classi dirigenti senza considerare le pesanti incognite del futuro. Chi ha un minimo di memoria storica non ha potuto fare a meno di notare la forte somiglianza tra le immagini del linciaggio di Gheddafi e quelle dell’esecuzione dell’ex presidente afghano Najibullah.

La sclerotizzazione storica e politica di un regime non implica necessariamente la sua distruzione violenta. Eppure, quasi nessuno nei contesti arabi ha mai preso in considerazione la possibilità di riformare i sistemi politici ormai vetusti o non più in linea con le rivendicazioni sociali. Tutto o niente. Libertà o dittatura. Bene o male. Con questi schemi astratti e semplicistici non si va lontano. Il mondo arabo è profondamente diverso dal nostro. Non possiamo pensare di leggerlo seguendo i criteri dei nostri sistemi liberali. Se l’Islam politico continuerà ad oscurare le storiche correnti del pensiero arabo “laico”, democratico e socialista, molti giovani non troveranno altra prospettiva che quella dell’adesione al fanatismo e del martirio.

Quali responsabilità ha l’Occidente in tutto questo, a partire dal 2011?

Non solo l’Occidente, ma anche la Turchia e Israele hanno, a vari livelli, notevoli responsabilità. Ad eccezione della Germania, che fu certamente il più lungimirante tra i Paesi europei, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia interpretarono – stravolgendone di fatto il dettato – la no-fly zone votata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU alla stregua di un mandato di guerra. Sebbene vi siano ancora incertezze sull’effettiva presenza a terra di truppe della coalizione NATO, i raid aerei e navali hanno colpito indistintamente numerosi siti civili e militari, ben oltre i semplici depositi aerei previsti al fine di impedire il sorvolo all’Aviazione libica.

Destino analogo sarebbe toccato alla Siria, se la Russia e la Cina col loro veto non avessero impedito in sede ONU una nuova, e ancor più pericolosa, missione militare della NATO. Tuttavia, nel caso siriano, da un lato Ankara ha consentito il transito di miliziani islamisti sul proprio territorio portando nel 2013 il Paese ad un passo dalla guerra aperta con la Siria, dall’altro Tel Aviv ha colpito a più riprese Damasco con la propria Aviazione. Egemonia regionale, “umanitarismo”, alture del Golan ecc. … Quali che fossero i vari motivi geopolitici della contesa, la guerra dei nervi condotta contro Assad è diventata ogni giorno più assurda e illogica, e ha portato soltanto tragedie.

Cosa possono fare i BRICS e i loro alleati per arginare una simile situazione? In particolare, cosa possono fare l’Egitto e l’Algeria?

Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica sono cinque Paesi non direttamente coinvolti nella regione mediterranea e logicamente non hanno alcun interesse ad impantanarsi in qualsiasi tipo d’intervento che non riguardi i propri rispettivi contesti nazionali e regionali, al di là delle missioni ONU nel mondo, dove già forniscono un proprio prezioso supporto assieme agli altri eserciti.

In questo caso, poi, si tratta di dover affrontare un’estesa minaccia terroristica, distribuita a macchia di leopardo lungo una vastissima porzione del mondo islamico, che ora potrebbe addirittura incarnarsi in due nuove entità statali militarizzate: l’ormai celebre Stato islamico siro-iracheno e la possibile “nuova Libia”.

Altro discorso per Egitto e Algeria, che negli ultimi venti anni hanno conosciuto tragicamente, a proprie spese, la realtà del jihadismo. Il recente discorso di al-Sisi all’Università al-Azhar del Cairo rappresenta una voce fuori dal coro, un monito di enorme importanza verso tutta la Ummah. Ancora non capisco come molti dei nostri media possano averlo marginalizzato in questo modo. Alla stessa maniera, è incomprensibile e pericoloso l’astio che molti colleghi europei mostrano per il presidente algerino Bouteflika. Nei salotti buoni, tra un’aragosta e una tartina al caviale, si può anche supporre di poter spaccare il capello, ma in teatri di guerra di questo genere c’è bisogno di leader fermi, razionali e determinati, pronti a cooperare con il nostro Paese e a neutralizzare qualsiasi forma di terrorismo. Il nostro governo dovrebbe immediatamente stabilire un ponte strategico con questi due importantissimi partner mediterranei al fine di pianificare azioni chirurgiche contro l’ISIS in Libia.

E’ possibile che l’Occidente intervenga in Libia per evitare che a farlo siano altri, come per esempio l’Egitto, con lo scopo d’instaurare uno status quo simile a quello ante-2011?

Non credo che l’Egitto interverrà da solo. Nonostante la generale accettazione del cambio di regime al Cairo nel 2013, Sisi non è ancora pienamente legittimato a livello internazionale. La sua apertura alla Russia, soprattutto nell’ambito della cooperazione militare, preoccupa moltissimo Washington, e non credo nemmeno che, giunti a questo punto, sia ancora possibile parlare di “Occidente” come fosse un blocco monolitico. La presa di posizione “forte” di Gentiloni rispetto al pericolo ISIS è del tutto isolata nella regione nord-atlantica, almeno per ora. Gli Stati Uniti non hanno affatto sottolineato né corroborato le parole del capo della Farnesina. Nemmeno la Francia, che pure ha subito uno dei più gravi attentati degli ultimi anni sul suolo europeo, sembra capace di elaborare una risposta determinata e coerente contro il terrorismo. La Germania, con la Merkel tutta presa dalla guerra civile ucraina, pare molto più interessata ai movimenti in Europa orientale che al Mediterraneo. Le uniche risposte risolute sul piano militare fin’ora sono arrivate solo dalla Siria, dal Libano e dalla Giordania, ossia dall’interno del mondo arabo. Insomma, tutti in Occidente parlano del pericolo ISIS, ma quanti sono realmente intenzionati ad aprire un ennesimo fronte di guerra per neutralizzarlo?

Esattamente come nel caso della Siria e dell’Iraq, l’ISIS serve anche in Libia ad evitare che il paese si stabilizzi in un modo indesiderato per l’Occidente e a fornire a quest’ultimo la possibilità di rimettervi piede?

Anche qui credo che “Occidente” sia un’espressione impropria. L’Italia ha perso miliardi di investimenti in Libia dopo il rovesciamento di Gheddafi, con la Germania subito dietro. Gli Stati Uniti e la Francia senz’altro si sono assicurati una serie di accordi economici vantaggiosi durante il mandato transitorio di al-Jalil, ma appena un anno dopo la Libia è nuovamente ripiombata nel caos dei conflitti e delle contraddizioni interne al Paese. L’ISIS non serve a nessuno e anche qualora sia stato utilizzato come “testa di ponte” in passato, oggi, come prevedibile, è ampiamente sfuggito di mano a chiunque potesse aver pensato di riuscire a tenerlo sotto controllo. Ribadisco che, al di là della retorica seguita all’attentato di Parigi, non vedo alcuna reazione decisa e unitaria in Europa e negli Stati Uniti. Il clima sembra lontano anni luce da quello sorto all’indomani dell’Undici Settembre. Addirittura in Francia, la leadership di governo è parsa preoccupata dalla possibilità che l’attentato radicalizzasse lo scontro religioso nel Paese più che dall’attentato stesso.

Questa impressionante serie di archi di crisi vivrà presumibilmente ancora una fase stagnante, dove l’incertezza sarà dominante, e ci introdurrà in una nuova fase storica dove attori non-occidentali tradizionalmente relegati alla marginalità o alla dipendenza dall’estero, prenderanno in mano le redini dei propri interessi regionali. Per quel che riguarda il mondo islamico, credo che in un futuro non lontano l’Egitto, l’Iran, il Kazakistan e l’Indonesia potrebbero rappresentare, a vari livelli e nei rispettivi contesti geopolitici, le chiavi di volta di un epocale processo riformista politico, economico e sociale.

Invia un Commento


*