L’Italia e la distruzione della Libia

0

gheddafi-amicizia-italo-libica

«In Occidente mi hanno definito “pazzo” e “demente”. Conosco la verità, ma continuano a mentire.»
(Mo’ammar Gheddafi, Testamento politico, 5 aprile 2011)

Con la recente caduta di Sirte nelle mani dell’ISIS, sembra che finalmente l’opinione pubblica italiana abbia “scoperto” la condizione disastrata nella quale versa la Libia: sconvolta da ormai 4 anni di guerra ininterrotta, e divisa militarmente tra vari schieramenti. Per comprendere la complessità della situazione basti ricordare la divisione militare del paese nord africano: Tripoli, Bani Walid e Misurata controllate dal Nuovo Congresso Generale Libico (di matrice islamista, il quale conta sull’appoggio della Brigata di Misurata e sui soldi del Qatar e della Turchia); Tobruk, parzialmente Bengasi e Ras Lanuf controllate dal governo ufficiale del generale Khalifa Haftar (laico, gheddafiano e poi disertore, ora sostenuto dall’Egitto e dall’Algeria); Bengasi e Ajdabiya controllate da Ansar al-Sharia (formazione qaedista e terrorista, alleata dell’ISIS) e Derna, Sirte e Nofaliya che hanno giurato fedeltà direttamente al chimerico “Califfato islamico”.

In una simile situazione l’Italia ha giocato (nel male) un ruolo evidentissimo, e può, con le sue azioni, influenzare molto il percorso futuro della Libia. Roma e Tripoli hanno legami storici non trascurabili, tanto che l’Italia è considerata da sempre la principale voce di Tripoli nel mondo occidentale. Non sarebbe infatti un errore asserire che la Libia sia un’invenzione italiana: il termine “Libia” è stato ripristinato proprio dagli italiani colonizzatori nel 1934 (questo termine fu in uso fino al VII secolo), per poter creare, in questo modo, uno stato unitario che comprendesse le tre regioni della Tripolitania, della Cirenaica e del Fezzan.

Il Colonnello Mo’ammar Gheddafi ha indubbiamente segnato un’èra per la giovane storia della Libia, e, viceversa, nello sviluppo interno ed internazionale della Giamahiria l’Italia ha giocato un ruolo essenziale: dall’appoggio tacito, alla limitata difesa dei propri interessi economici, alla critica aperta ma mai realmente condivisa del sistema gheddafiano, alla pugnalata nella schiena che ha portato alla disgregazione del paese. Già pochi anni dopo il colpo di stato del 1969, che portò al potere il Colonnello, l’Italia aveva scoperto nella Libia il proprio partner naturale nel bacino mediterraneo: la prima importante joint-venture dell’ENI apre in Libia il 30 settembre 1972, e poi, il 25 febbraio 1974, il nostro Primo Ministro Mariano Rumor firma col Primo Ministro libico Abdessalam Jallud un vastissimo accordo di cooperazione in molti settori. E quest’azione italiana fu intrapresa nonostante pochi giorni prima il The Times avesse denunciato proventi del petrolio libico, secondo il giornale usati da Gheddafi per finanziare il terrorismo; un’accusa ripetuta negli anni a venire, ma che non scuoterà eccessivamente la buona disposizione di Roma nei confronti del Raìs.

Grazie ad un altro accordo italo-libico, firmato il 21 settembre 1974, l’ENI ottenne quattro nuove concessioni territoriali: due su una piattaforma continentale di 44.000 kmq, e due in Cirenaica per circa 100.000 kmq, e da questo accordo si creò un sodalizio economico senza precedenti: per esempio, lo Snam-Progetti fu incaricato di costruire una raffineria a Tobruk, l’ENI fu incaricato di costruire impianti petrolchimici e di raffinazione, e poi imprese italiane costruirono nuove abitazioni per i libici, impianti fognari e vari edifici pubblici in più città. La collaborazione italo-libica toccò il suo apice con la storica visita di Andreotti a Tripoli nel 1978, ma avrebbe conosciuto una grave fase frenante negli anni ‛80 e ‛90: le frizioni tra Roma e Tripoli riguardarono alcuni attentati avvenuti sul suolo italiano, dei quali fu incolpato Gheddafi, l’irrisolta questione dei risarcimenti per i crimini di guerra durante il colonialismo fascista, ed infine gli attriti internazionali (la “guerra degli spettri” in Europa, il confronto con Washington, etc.). Craxi, all’epoca Primo Ministro italiano, non prese volutamente parte al criminale bombardamento contro la Libia del 1986 (arrivato al culmine della sfida tra Tripoli e Washington), ed il nostro paese (per l’ultima volta?) usò parole di condanna nei confronti degli illegali bombardamenti statunitensi: «Il problema libico non si risolve con un’azione militare», spiegò Andreotti, «io non faccio l’avvocato d’ufficio di nessuno, né propongo la causa di beatificazione di Gheddafi, ma ritengo che parlare con lui non farebbe male a nessuno, nemmeno agli americani». Un ultimo sussulto di sovranità del nostro paese, che, nel nome della giustizia internazionale e dei propri interessi sovrani, seppe dire di no ad un’azione di ingiustificata rappresaglia.

Dopo Craxi, però, le cose cambiarono. L’Italia degli anni ‛90 non era più la stessa: pur criticando l’embargo imposto dagli USA alla Libia, fu costretta ad accettarlo controvoglia, limitando fortemente gli scambi commerciali col paese nordafricano. Un periodo di isolamento e di attrito che ha causato ingenti danni alla Giamahiria, ma anche alle nostre aziende e al nostro commercio. La tanto attesa restaurazione dei rapporti Roma-Tripoli avverrà solo con l’èra Berlusconi, che segnò una svolta nella gestione delle relazioni bilaterali anche con altri paesi. Il percorso di riavvicinamento avvenne a tappe: prima con la visita del Ministro degli Esteri Massimo d’Alema a Bab al-Azizia nel 2007, e poi, soprattutto, con la firma del famoso “Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato” del 30 agosto 2008. Firmato da Berlusconi e Gheddafi, esso prevedeva un versamento di 5 miliardi alla Libia come riparazione di guerra, soldi che sarebbero serviti alla costruzione di un’autostrada tra Ras Jdeir e Assoloum e di 200 unità abitative. Un accordo siglato per il bene e la sovranità economica dell’Italia, che, guarda caso, sarà pesantemente criticato dal neocon statunitense Daniel Pipes: «Come Putin cerca di indurre i paesi europei che più dipendono da petrolio e gas russi a prendere le distanze da noi, così Gheddafi cerca di indurvi a stare dalla sua parte nel caso di un nuovo scontro con l’America. Avete firmato un accordo non solo commerciale, ma politico». Nei rapporti italo-libici, quest’azione intrapresa dal governo Berlusconi sarà l’ultima a favorire il progresso e la cooperazione con il paese arabo.

Il 17 febbraio 2011 la storia della Libia cambia, drasticamente ed in peggio. A Bengasi ed in altre città scoppiano moti insurrezionali; i manifestanti hanno un modus operandi preciso e rigoroso ovvero «attaccano le stazioni di polizia e comandi della sicurezza interna, approfittando delle rigide regole d’ingaggio che immobilizzano le forze regolari libiche»(1). I sovversivi sono molto coordinati: attaccano i depositi di armi, assaltano le stazioni di polizia ed uccidono le forze di sicurezza; in Occidente si parla di “rivoluzione” e si sproloquia sugli eventi, in realtà sul campo le cose sono del tutto diverse. Già pochi giorni dopo i fatti di Bengasi, in Occidente penetrano già notizie sulla realtà degli eventi, e su chi li ha coordinati: «Londra schierava le sue forze speciali in Libia già pochi giorni dopo l’avvio della rivolta in Cirenaica, notizia che lascia aperti molti dubbi circa il ruolo britannico nel far esplodere l’insurrezione tribale contro Gheddafi»(2). In particolare sono Parigi e Londra a foraggiare le masnade rivoltose, ed è stato molto documentato come questo duo «riforniva gli insorti di armi e automezzi che avrebbero dovuto consentire loro di marciare vittoriosamente fino a Tripoli»(3). Quando scoppiò l’insurrezione nel 2011, tutti i pennivendoli di regime non lesinarono gli elogi nei confronti degli insorti: “rivoluzionari”, “combattenti per la libertà”, “eroi”. Eppure, il bistrattato Gheddafi aveva dato un’altra versione dei fatti, per esempio nella sua ultima intervista del marzo 2011: «La scelta è tra me e al-Qaida. […] Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte, ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. […] Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Voglio farle capire che la situazione è grave per tutto l’Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo? Il rischio che il terrorismo si estenda su scala planetaria è evidente»(4). Parole profetiche, che a 4 anni di distanza non possono che far ricredere anche coloro che furono degli accaniti interventisti.

Ma il ruolo italiano? In questa situazione, il nostro paese, più di ogni altro, si è vergognosamente imbarcato in un’avventura militare dalle conseguenze disastrose, ancor più per i libici che per noi. L’ipocrisia del governo italiano, presieduto da Berlusconi, risulta ancora più evidente se si ascoltano le dichiarazioni dell’allora Ministro degli Esteri Franco Frattini del 17 gennaio 2011 (quindi due mesi prima della rivolta in Libia): «Credo si debba sostenere con i forza i governi di quei paesi nei quali ci sono re o Capi di stato che hanno costruito regimi laici tenendo alla larga il fondamentalismo. La priorità numero uno è la prevenzione del fondamentalismo e degli embrioni di terrorismo […] Faccio l’esempio di Gheddafi. Ha realizzato una riforma che chiama “dei Congressi provinciali del popolo”: distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. […] Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta. Per me sono segnali positivi»(5). Eppure, una settantina di giorni dopo, l’“esempio” Gheddafi diventava un “pazzo”, da fermare a tutti i costi. Il Raìs, abbandonato da tutti, rimarrà deluso soprattutto dal nostro paese, che, a differenza di quanto si crede, non ha per nulla giocato un ruolo marginale nella guerra contro la Libia: oltre il 70% degli aerei che dovevano bombardare la Libia sono partiti dall’Italia. Sulla cocente delusione di Gheddafi, riferisce il giornalista Fausto Biloslavo, uno dei pochi che intervistò il Colonello dopo l’inizio dei bombardamenti: «Quando ha parlato degli italiani e di Berlusconi ha detto di essere rimasto scioccato per gli amici e l’amico che lo hanno tradito. “Proprio voi, avevamo chiuso tutti i contenziosi, la tradizionale vicinanza tra Italia e Libia”…: c’era insomma stupore per questa sorta di pugnalta alla schiena».

Delle tragiche conseguenze di quel conflitto le conseguenze più evidenti ne sono emerse adesso, eppure il nostro paese sembra rimanere in una sorte di limbo politico. Di fronte alla spartizione della Libia e al pericolo terroristico, l’Italia non è in grado di appoggiare l’unica forza che realmente si è immischiata nello scenario libico per ricostruire un regime solido e laico: l’Egitto del Generale al-Sisi. Nel caos disgregante del paese africano, un mondo fluido ed assolutamente imprevedibile, anche Roma sembra restìa ad appoggiare le ultime forze laiche, interessate a costruire uno stato di diritto nel paese arabo: il governo di Tobruk e la Resistenza Verde, sostenute dai bastioni del laicismo di Algeri e Il Cairo. Certamente il processo di repulisti e restaurazione della Libia non sarà né semplice né breve, eppure il nostro paese ancora è restìo a sostenere (con armi o con la logistica) le fazioni che vogliono riproporre in Libia un sistema efficace, che sia o no simile alla Giamahiria di Gheddafi. Dall’“attivismo” del 2011, che ha portato al potere il terrorismo disgregatore, all’inazione temporeggiatrice, che favorirà sempre il terrorismo disgregatore.

Leonardo Olivetti

Note:

1. Alessandro Lattanzio, Libia: campo di battaglia tra Occidente ed Eurasia, Anteo Edizioni, 2012, p. 61.
2. G. Gaiani, “Soldati occidentali tra i ribelli”, in Libero, 1° giugno 2011.
3. C. Gammell, N. Meo e J. Kirkup, “Libya: SAS Mission that began and ended in terror”, The Daily Telegraph, 6 marzo 2011.
4. Stretto Web
5. M. Caprara, “Arginare il fondamentalismo. È la priorità dell’Europa. Frattini indica Gheddafi come modello per il mondo arabo”, Il Corriere della Sera, 17 gennaio 2011.

Bibliografia:

Angelo del Boca, Gheddafi. Una sfida dal deserto, Laterza, 2010.
Paolo Sensini, Libia 2011, Jaca Book, 2011.
Mo’ammar Gheddafi, Socialismo e tradizione, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011.
Alessandro Lattanzio, Libia: Campo di battaglia tra Occidente ed Eurasia, Anteo Edizioni, 2012.

Invia un Commento


*