Rossobruni: un’etichetta che rispediamo al mittente
È giunta in redazione una mail molto polemica e non firmata. Nulla di strano, per carità. Il dialogo è ben accetto, anche qualora sia molto acceso, a patto – naturalmente – che tra gli interlocutori vi siano solide basi argomentative, precisi riferimenti al tema in questione e dati alla mano. Altrimenti il tutto diventa semplicemente un vuoto parlare analogo al vecchio suono delle puntine del giradischi ancora meccanicamente ticchettanti, malgrado la l’ascolto fosse giunto al termine. Non vorrei dilungarmi troppo in questioni ideologiche, perché non lo ritengo tempo speso in modo propositivo. Non è scopo di un giornale, tanto meno di un giornale come il nostro, dileggiarsi in perifrasi simil-filosofiche che contemplino fantomatiche fissità, o grandi regole assolute nell’ambito del meccanismo che muove l’universo.
L’approccio editoriale che abbiamo scelto – e lo abbiamo già detto – è una sorta di proiezione in chiave giornalistica del paradigma di analisi che contraddistingue la geopolitica: scientifico, dialettico e multidisciplinare. Potremmo forse richiamarci al filone di Meyer, che in Italia è stato ribattezzato con il nome di giornalismo di precisione, ma preferiamo lasciar stare scuole di pensiero e dibattiti eccessivamente teorici sulla natura dell’inchiesta, proseguendo lungo una propria strada alla continua ricerca dell’oggettività dei fatti e degli avvenimenti, senza per questo (ovviamente) rinunciare al taglio critico di una lettura che evidentemente auspichi un più grande progetto politico di ampio respiro.
C’è, però, chi ancora non capisce e, ottenebrato dalle ideologie della fissità cui facevo poc’anzi riferimento, continua a non (volere?) capire di cosa è fatta una teoria, cioè di un metodo e di un contenuto. Una teoria presuppone alla sua base sempre un’epistemologia, ovverosia una riflessione sul metodo e sulle modalità di analisi e di ricerca che si intende adottare. Nel nostro caso appare abbastanza logico che il paradigma di analisi più conforme ai nostri obiettivi sia quello tipico del realismo. Evitiamo senz’altro la santificazione di pensatori quali Hobbes, Machiavelli, Von Clausewitz o Morgenthau, ma consideriamo i loro contributi – e quelli di altri grandi autori – un patrimonio della storia dell’umanità, una raccolta di riflessioni e di osservazioni che, opportunamente decontestualizzate dall’epoca in cui furono elaborate, possono assurgere al rango di direttive, o perfino stimoli, per la costruzione di un nuovo impianto teorico che riesca a rispondere alle necessità dell’odierna formazione sociale.
Detto questo, appare comico che oggi vi sia qualcuno che, da sinistra – si badi bene, non da destra – riscopra il nazionalismo, individuandone aspetti positivi e conciliabili con principi o dettami marxisti-leninisti, evocando simultaneamente lo spettro del rossobrunismo nei nostri riguardi. Anzitutto, occorre specificare che l’etichetta, ormai tanto di moda in Italia, di “rosso-bruni” fu creata nella Russia degli anni Novanta per screditare l’opposizione popolare e patriottica scesa in strada per protestare contro il criminale regime ultra-liberista di Boris Eltsin e della cricca oligarchica che lo appoggiava. All’epoca Gennadj Zyuganov, leader di ciò che restava del vecchio PcUS, aveva allargato l’elenco di adesione al suo Soviet di forze popolar-patriottiche includendo anche elementi riconducibili alla scuola del neo-eurasiatismo russo di Dugin e al movimento nazionalista panrusso Pamyat. Due cose vanno ricordate e chiarite.
Anzitutto, il significato che il termine “nazionalista” assume nel mondo russofono (dunque, non soltanto nella Federazione di Russia odiernamente intesa ma anche nell’ex “periferia” dell’Impero Zarista e dell’URSS) è completamente diverso rispetto al concetto che questo richiama nel contesto europeo ed occidentale. Come ho più volte ribadito in altre sedi, diversamente dalle realtà europee, il percorso di costruzione del moderno Stato nazionale in Russia ha coinciso non con la disgregazione bensì col rafforzamento dell’idea-forza imperiale. Dunque, ad eccezione delle derive ultra-nazionaliste o xenofobe (non a caso spesso fomentate o, in ogni caso, tollerate durante gli anni di Eltsin), il nazionalismo russo si traduce nei termini di un patriottismo di natura imperiale fortemente ancorato ai valori spirituali dell’ortodossia reinterpretati in chiave politica (e geopolitica), primo fra tutti il concetto di sobornost’ (che, per comodità, traduciamo con “spirito di comunità”), che non di rado trova conforto e corrispondenza politica nel progetto, mai realizzato definitivamente dal Cremlino, di costruire una nazionalità sovietica, superando così la distinzione – invero abbastanza odiosa – tra Russkij (russi del centro imperiale) e Rossiskij (russi delle aree conquistate), adottata in epoca zarista.
In secondo luogo, il piano politico di Zyuganov era fondato proprio sul recupero e sulla reinterpretazione dell’idea russa dello Stato, sulla base di precisi motivi ed analogie storiche, politiche e strategiche tra specifici eventi o decisioni politiche occorsi durante le cinque ere di sviluppo della storia del Paese: la Rus’ di Kiev, l’Orda d’Oro, il Principato di Moscovia, l’Impero degli Zar e l’Unione Sovietica.
In Europa, i nazionalismi si sono invece affermati sulla spinta della Rivoluzione Francese e dei suoi ideali repubblicani, contrapposti alla concezione imperiale e monarchica della storia e della politica non solo per quanto riguarda il suo contenuto sociale (anzi, potremmo dire che sul piano economico e sociale, la democrazia liberale spesso ha ricalcato i peggiori caratteri reazionari dell’Ancien Régime) ma anche e soprattutto per quel riguarda la sua idea di patria. Con la Rivoluzione Francese, il concetto di patria che si afferma in Occidente diventa dunque disgregante, diventa un fattore politico che, di lì a poco, facilmente si sarebbe prestato alle peggiori interpretazioni culturali, sostanzialmente riconducibili a due grandi categorie ideologiche: il cosmopolitismo, un’ideologia borghese che se da un lato riconosce alcuni fondamentali valori universali dell’umanità, dall’altro riduce ed appiattisce inevitabilmente ogni luogo del pianeta rispetto ai parametri etici, sociali e culturali decisi e stabiliti unilateralmente dai settori dominanti del centro egemonico del pianeta, dal perno dell’economia-mondo, per dirla con Wallerstein; l’imperialismo, una prassi più che un’ideologia, volta al potenziamento tecnico e alla sistematizzazione teorica e strategica del dominio egemonico già sorto col colonialismo, tanto da poter affermare che l’imperialismo, così come delineato da Lenin nel 1916, sia non soltanto la fase suprema del capitalismo ma anche la naturale evoluzione del colonialismo nell’era della seconda rivoluzione industriale.
Da questa deriva euro-centrica sono sorti dunque i tanti mostri culturali che hanno regalato terreno fertile ad autentici tentativi di occidentalizzazione del pianeta: dalla colonizzazione ispanico-lusofona delle Americhe, alla proiezione della talassocrazia britannica, dall’Operazione Barbarossa all’imperialismo degli Stati Uniti e della coalizione strategica della quale sono al comando, ossia la Nato. È chiaro, dunque, che proprio nella cultura nazionalistica (o nazionalitaria) tipicamente europea, si annidi il pericolo, sempre presente, di una tendenza egemonica, oserei dire unipolare, cui correnti religiose quali il sionismo o il calvinismo hanno sempre dato forza.
In generale, è il concetto occidentale (e illuminista) di nazione il primo avversario di chiunque proponga oggi un progetto di smarcamento rispetto all’imperialismo nord-atlantico. La Nato infatti non è un impero in piena regola: la Nato rispetta la sovranità degli Stati che ne fanno parte, nei limiti dei vincoli giuridici, diplomatici e militari che ne sanciscono lo statuto e la struttura portante. La Nato è una struttura che non assoggetta completamente l’Europa ai suoi voleri ma che delinea la posizione geopolitica dell’Europa in base alle necessità e agli interessi dei Paesi membri. La posizione di primus inter pares degli Stati Uniti all’interno della coalizione, così come il ruolo di Bruxelles nell’ambito dell’Unione Europea, pongono dei seri problemi di sovranità per nazioni che, come la nostra, pagano lo scotto di un’arretratezza politica, economica e, dunque, anche strategica. Tutto ciò è senz’altro vero. Tuttavia, la questione della sovranità nazionale non è isolata. Essa nasce e si forma all’interno di un preciso contesto nazionale a sua volta inserito in un più ampio quadro internazionale, che va studiato e osservato costantemente, pena lo scadimento in una becera retorica patriottarda da garibaldino fuori dalla storia. E’ opportuno, perciò, cominciare a comprendere la relatività come criterio per la valutazione dei conflitti nazionali ed internazionali. Scriveva Stalin nel 1924:
«Il carattere incontestabilmente rivoluzionario dell’immensa maggioranza dei movimenti nazionali è altrettanto relativo e originale, quanto è relativo e originale l’eventuale carattere reazionario di alcuni movimenti nazionali singoli. Nelle condizioni dell’oppressione imperialistica, il carattere rivoluzionario del movimento nazionale non implica affatto obbligatoriamente l’esistenza di elementi proletari nel movimento, l’esistenza di un programma rivoluzionario o repubblicano del movimento, l’esistenza di una base democratica del movimento. La lotta dell’emiro afghano per l’indipendenza dell’Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell’emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l’imperialismo»[1]
Il presupposto fondamentale da cui l’analisi di Stalin parte è la condizione internazionale dell’epoca, cioè la sostanziale divisione del mondo tra un blocco di nazioni dominanti e/o coloniali, e una grande maggioranza di nazioni arretrate, sottoposte al dominio e/o alla colonizzazione. Dunque, in questo incrocio di interessi, il nazionalismo diventa un fattore strategico (non una fissità ideologica) attraverso cui scalzare l’imperialismo, anche nella misura in cui esso dovesse assumere forme politiche che Stalin – nel contesto dell’epoca – descrive come reazionarie o borghesi. Al contrario, nelle nazioni responsabili del dominio e della colonizzazione, il nazionalismo assume caratteri e connotazioni reazionarie, da qualunque parte esso provenga, e va perciò strutturata una critica internazionalista che sostenga i Paesi dominati.
«Il centro di gravità dell’educazione internazionalista degli operai nei paesi oppressori deve risiedere immancabilmente nella propaganda e nella difesa da parte loro della libertà dei paesi oppressi di separarsi. Senza questo non v’è internazionalismo. Noi abbiamo il diritto e l’obbligo di trattare da imperialista e da furfante ogni socialista di un paese oppressore che non faccia questa propaganda. Si tratta di una rivendicazione incondizionata, quantunque fino all’avvento del socialismo la separazione sia possibile e «realizzabile» in un caso su mille»[2]
Appare un primo criterio di relatività del conflitto e del concetto di sovranità nazionale, a seguito di cui le rivendicazioni nazionalistiche assumono una diversa funzione in base alla realtà geopolitica da cui provengono. Tuttavia, anche nel caso di una nazione colonizzata, qualunque patriota socialista dovrebbe porsi la questione dello sviluppo del movimento nazionale: limitarsi dunque al nazionalismo o distinguersi dalle diverse componenti del movimento nazionale per imporre un progetto più grande? Stalin risponde così:
«Al contrario, il socialista di una piccola nazione deve porre il centro di gravità dell’agitazione sulla seconda parola della nostra formula generale: «volontaria unione» delle nazioni. Egli può, senza trasgredire i suoi doveri di internazionalista, essere e per l’indipendenza politica della sua nazione, e per l’inclusione di essa in un vicino stato X, Y, Z, ecc. Ma in ogni caso egli deve lottare contro la grettezza delle piccole nazioni, il loro isolamento, il loro particolarismo, lottare perché si tenga conto del tutto, dell’assieme del movimento, perché l’interesse particolare venga subordinato all’interesse generale. Coloro che non hanno approfondito la questione trovano «contraddittorio» che i socialisti dei paesi oppressori insistano sulla «libertà di separazione» e i socialisti delle nazioni oppresse sulla «libertà di unione»[3]
Nel riferirsi in particolare all’Unione Sovietica, Stalin era stato più chiaro già nel 1920, quando disse che «La Russia centrale, questa leva della rivoluzione mondiale, non può sopravvivere a lungo senza la periferia che la rifornisce di materie prime, energia, prodotti alimentari . Dal canto loro, le periferie della Russia sono condannate a un inevitabile asservimento imperialistico senza il sostegno politico, militare e organizzativo della più evoluta Russia centrale»[4]. Il progetto era abbastanza evidente: ripristinare quanto prima l’integrità del territorio zarista per evitare il collasso di una struttura politica che, per quanto tenuta secolarmente in piedi da una “unione socialmente opprimente”, costituiva ormai un soggetto politico unitario tra centri strategici interdipendenti, sedimentato dalla prossimità geografica e dalla reciprocità degli interessi politici, sociali e culturali. È perciò ridicolo parlare ancora oggi di una Georgia o di un’Ucraina come se fossero regioni del tutto estranee al territorio della Federazione di Russia, ed è chiaro come questo tema indipendentista e nazionalista sia esclusivamente mantenuto in piedi dalle mire egemoniche dell’imperialismo statunitense, che prova a cingere d’assedio in qualunque modo, il territorio soggetto al potere centrale del Cremlino.
Stesso discorso vale per il Tibet, dove Washington ha ormai radicato un costante “ricatto morale”, farneticando in merito al ritorno di un’improponibile teocrazia feudale nella regione cinese, che da un lato punta a completare, attraverso le vie terrestri, il definitivo accerchiamento geo-strategico della Cina, già presente lungo le vie marittime del sistema Asia-Pacifico, e dall’altro ambisce a distruggere i risultati ottenuti nell’area dal Partito Comunista Cinese in termini di progresso sociale.
Chiunque oggi in Italia parli di nazionalismo da una prospettiva di “sinistra”, rivitalizzando in chiave para-mitologica figure del Risorgimento o lotte particolaristiche come quella curda o quella sud-sudanese, desta dunque più di un sospetto, e dimostra ancora una volta come un progetto ideologico, slegato o persino antitetico al realismo e al paradigma d’analisi della geopolitica, sia destinato semplicemente a scadere nel ridicolo del folklorismo nostalgico, o, peggio, a servire il centro egemone dell’imperialismo (gli Stati Uniti) coi suoi piani di frammentazione e di disgregazione dei grandi spazi sub-continentali, sempre in agguato tanto nella massa eurasiatica quanto nel continente africano propriamente detto.














Direi che le precisazioni di Andrea Fais sono di una chiarezza talmente elementare che tutti dovranno capire e prenderne atto