Il risveglio dell’America Latina

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Simon Bolivar, padre della nostra Patria e guida della nostra Rivoluzione, giurò di non dare riposo alle sue braccia, né dare riposo alla sua anima, fino a vedere l’America libera. Noi non daremo riposo alle nostre braccia, né riposo alla nostra anima, fino a quando non sarà salva l’umanità.” (Hugo Chavez, 2006)

Se è vero che l’unipolarismo e l’egemonia statunitense si stanno avviando ad un inesorabile declino, per lasciare il posto ad un ordine multipolare, uno dei segni più tangibili di questo cambiamento lo si può senza dubbio trovare in un continente in particolare: l’America Latina. Un tempo era soprannominata il “cortile di casa” degli Stati Uniti: una denominazione certamente non esagerata, perché praticamente per tutto il Novecento, ma in particolare da dopo la seconda guerra mondiale, quasi tutti i Paesi sudamericani, dal grande Brasile ai piccoli arcipelaghi caraibici, non erano nient’altro che stati a sovranità limitata, autentiche colonie della superpotenza nordamericana, nel migliore dei casi “repubbliche delle banane” con parvenza di autonomia ma in realtà completamente soggette ai voleri di Washington, che le manovrava abilmente nel contesto della Guerra Fredda.
E’ una storia che parte da molto lontano. Fin dalla scoperta dell’America nel 1492 in effetti le vicende delle nazioni sudamericane sono condizionate da eventi di straordinaria crudeltà come il genocidio delle popolazioni indigene, i Maya, gli Aztechi, gli Inca, che furono decimati dalle potenza europee che correvano ad accaparrarsi le risorse di quelle ricche regioni. Da quel momento e fino alla fine del Settecento la storia del Sud America può essere riassunta in una mastodontica opera di colonizzazione e sfruttamento, facilitato dal commercio di schiavi praticato dalle nazioni europee. Le cose cambiano quando la Rivoluzione Americana e poi quella Francese accendono uno spirito di rivalsa e di indipendenza nei popoli sudamericani: l’Ottocento è il secolo della liberazione di gran parte delle colonie sudamericane, che trovano un simbolo in Simon Bolivar, il “Libertador” venezuelano che per primo arrivò a progettare una grande unione politica ed economica dei paesi sudamericani, progetto concretizzatosi per pochi anni nella Grande Colombia da lui stesso presieduta. Ma un duro colpo alle ambizioni delle giovani nazioni sudamericani viene assestato dalla cosiddetta Dottrina Monroe: con essa la nascente potenza statunitense proclama la sua non ingerenza negli affari delle potenze europee ammonendole allo stesso tempo a non intromettersi nelle vicende del continente americano. La dottrina in seguito viene impugnata dai governi americani come lo strumento legittimo per imporre la volontà degli Stati Uniti sui paesi americani, che rientrerebbero,appunto, nella sfera di influenze statunitense. Così per tutta la prima metà del Novecento gli americani usano una forma nuova e più subdola di colonialismo nei confronti di varie nazioni, una per tutte Cuba, che diventa un “paradiso” di prostituzione e illegalità di ogni genere per gli americani in “vacanza”. La situazione cubana è particolarmente insostenibile sotto il governo del dittatore Fulgencio Batista, che viene rovesciato nel 1959 da una rivoluzione guidata dai barbudos del giovane avvocato Fidel Castro e dal guerrigliero Ernesto Che Guevara. Si è in piena Guerra Fredda e il nuovo governo castrista, dopo aver proclamato il carattere socialista della rivoluzione cubana nel 1962, incassa l’appoggio del campo sovietico, e per poco non si arriva alla terza guerra mondiale quando l’URSS dispone missili sull’isola.
La crisi rientra, ma agli Stati Uniti non sfugge l’enorme potenziale del messaggio castrista all’intero continente: i movimenti di liberazione d’ispirazione marxista si organizzano e vengono supportati attivamente da Cuba, tanto che lo stesso Che Guevara muore combattendo in Bolivia. Di fronte alla grande ondata di guerre di liberazione del colonialismo che coinvolge tutto il Sud del mondo, gli Stati Uniti non possono permettersi uno scivolamento dell’America Latina verso l’Unione Sovietica o verso i paesi non allineati. La diplomazia statunitense è fermamente convinta che bisogna mantenere le nazioni sudamericane in uno stato economico semi-coloniale, con governi autoritari e reazionari che siano affidabili per Washington nella battaglia anticomunista. Si susseguono così, per tutta la seconda metà del Novecento, governi autoritari, dittature filo-occidentali e giunte militari che insieme all’irrigidimento sociale praticano una sfrenata politica economica neoliberista volta a favorire le grandi multinazionali occidentali in cerca di terreni fertili e a basso costo da razziare. Mentre Cuba resiste isolata, facendo fronte all’embargo grazie agli aiuti dell’URSS e del Comecon, nel resto del continente i movimenti d’ispirazione socialista e anti-imperialista vengono rapidamente soffocati, e i loro leader eliminati. A tal proposito basta ricordare la sfortunata parentesi cilena di Salvador Allende, al governo dal 1970 al 1973, che aveva tentato una transizione democratica al marxismo, con l’aperto appoggio dell’Unione Sovietica. A Washington ci sono Nixon e Kissinger che impegnati sul fronte vietnamita non possono tollerare una nuova Cuba in Cile e l’avventura di Allende non durerà a lungo. Il suo governo viene prima paralizzato da imponenti manifestazioni pilotate dai servizi segreti e poi, nel settembre 1973, viene rovesciato da un colpo di stato dell’esercito, con l’appoggio della CIA e della Chiesa. Allende muore nell’assalto al palazzo presidenziale e il generale Pinochet sale al governo, inaugurando una dittatura militare profondamente reazionaria e fedele a Washington e al campo atlantico. Anche in Brasile e Argentina le giunte militari, fondamentalmente anticomuniste, si macchiano di gravi crimini, eliminando o facendo sparire nel nulla migliaia di dissidenti. Non sempre tali governi rispettano il “debito di riconoscenza” con l’occidente che li ha allontanati dal “pericolo del comunismo” e a volte si arriva a degli scontri, come nel 1982 tra Argentina e Gran Bretagna per il possesso delle isole Malvinas (Falkland). Negli anni Ottanta, sul finire della Guerra Fredda, le dittature sudamericane cadono e vengono sostituite da governi “democratici” d’impostazione neoliberale che, seguendo le politiche imposte da organismi come il FMI, conducono al disastro paesi come l’Argentina tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila. Ma la svolta inizia ormai a delinearsi, e come a dare la scossa quarant’anni prima fu Cuba, adesso l’alternativa sarebbe arrivata dal Venezuela, anch’esso “repubblica delle banane”, fragile democrazia liberale in mano a un’alternanza tra centrodestra e centrosinistra in tutto e per tutto simili nell’applicare i dogmi liberisti. La figura centrale del riscatto del Venezuela è Hugo Chavez, militare che il 4 febbraio 1992 aveva tentato un colpo di stato, poi fallito. Uscito di prigione grazie a un’amnistia, Chavez si candida alle presidenziali del 1998, dopo aver fondato prima il Movimento Bolivariano Rivoluzionario 2000 e poi il Movimento V Repubblica. Il suo programma è incentrato sulla giustizia sociale,l’inversione di rotta rispetto alle politiche liberiste, e un patriottismo popolare e anti-imperialista, che ha il suo simbolo nel Libertador Bolivar. Chavez stravince le elezioni, cambia la costituzione e da quel momento in poi il Venezuela s’incammina sulla strada di un “Socialismo del XXI secolo”, applicato alla realtà sudamericana. La nuova Repubblica Bolivariana di Venezuela favorisce in un modo o nell’altro la riscossa dei partiti e dei movimenti progressisti e anti-imperialisti in tutta l’America Latina: nel 2002 l’ex sindacalista e operaio Lula del Partito dei Lavoratori diventa presidente del Brasile, e nel 2010 è succeduto dalla compagna di partito Dilma Rousseff; nel 2003 l’Argentina si ribella alle misure devastanti del FMI e manda a casa i vecchi politici liberisti di “destra” e di “sinistra”, eleggendo alla presidenza della Repubblica Nestor Kirchner, esponente del peronismo di sinistra e succeduto nel 2007 dalla moglie Cristina Fernandez, rieletta nel 2011. I Kirchner dopo aver rotto col FMI hanno avviato una politica tesa a rinvigorire il ruolo dello Stato, nel quadro di un’economica quasi autarchica e protezionista: il risultato è che l’Argentina cresce a ritmi impressionanti ,secondi solo alla Cina, la povertà assoluta e relativa si è ampiamente ridotta, così come la disoccupazione. In Bolivia, nel 2006, viene eletto presidente l’indio Evo Morales, e in Ecuador l’economista Rafael Correa: entrambi alla testa di movimenti socialisti, sostenuti soprattutto dalla popolazione indigena, hanno cambiato la costituzione e sono stati rieletti a larga maggioranza. L’onda lunga del socialismo del XXI secolo non da cenni di esaurirsi. In Nicaragua è tornato trionfalmente al potere lo storico leader sandinista Daniel Ortega, e anche in Paraguay e Uruguay si sono affermati governi progressisti; nel 2011, infine, è diventato presidente del Perù il nazionalista di sinistra Olllanta Humala. Tutti questi leader,provenienti da storie e formazioni politiche sicuramente diverse, hanno in comune un grande obiettivo: l’America Latina non sarà mai più il cortile di casa degli Stati Uniti. E questi propositi non sono certo rimasti sulla carta: oggi quasi tutti i paesi sudamericani intrattengono una stretta collaborazione con la Cina che è diventato uno dei maggiori partner economici di tutta la regione; anche l’Iran ha trovato nuovi alleati soprattutto a Cuba, nel Venezuela e nell’Ecuador ma anche nel Brasile, mentre la Russia ha ripreso con vigore ad esportare armi e tecnologie in quei paesi così come la Bielorussia di Lukashenko mezzi agricoli e materiale da costruzione. Il nuovo ruolo geopolitico assunto dal continente e in particolari dai paesi a guida socialista è stato formalizzato con un importante progetto di cooperazione economica e politica, l’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA), fortemente voluta da Chavez e che prende nome ,ancora una volta, dal Libertador Bolivar. Costruita come chiara alternativa alla filo-occidentale Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), l’ALBA si propone di lottare contro l’analfabetismo e la povertà, nonché di rinsaldare le fila dei paesi sudamericani per costruire un fronte compatto contro l’imperialismo statunitense. Alla fine del 2011 è stata costituita,sempre a Caracas, un’unione di ancora più ampio respiro, la CELAC (Comunidad de Estados Latinoamericanos e Caribenos) che vede coinvolti praticamente tutti i paesi del Centro e Sud America e che dimostra la chiara volontà di questi ultimi di proseguire sulla via di un’integrazione sempre più stretta e al contempo rispettosa della sovranità di ciascun alleato. Il risveglio dell’America Latina negli ultimi dieci anni è costellato di grandi successi e speranze ma anche da difficoltà interne ed esterne. Gli Stati Uniti continuano ad operare,tramite i servizi segreti e le ONG, destabilizzazioni e piani sovversivi nel tentativo di scalzare gli scomodi leader latinoamericani. Non a caso nel 2002 lo stesso Chavez fu destituito a seguito di un colpo di stato ma ritornò al potere dopo poche ore quando milioni di venezuelani scesero nelle strade per manifestare il loro appoggio alla Rivoluzione Bolivariana. Recentissimo è il fallito colpo di stato a opera di alcuni (pochi) militari in Ecuador, quando, alla fine del 2010, anche il presidente Correa fu ferito e rischiò di essere destituito, e non si possono neanche dimenticare le pressioni interne contro il governo boliviano di Morales, messo in difficoltà dalle controverse proteste degli indigeni contro la costruzione di un’importante autostrada.
Insomma, l’Occidente non smette di guardare con sospetto e ostilità alle nuove realtà sudamericane, a tal punto che molti osservatori statunitensi ed europei si sono lasciati andare a vergognose esternazioni di giubilo alla morte dell’ex presidente argentino Nestor Kirchner e a speculare in continuazione sulla salute dei leader sudamericani, diffondendo spesso notizie false tramite i social network, basti pensare all’ormai “cult” della malattia di Fidel Castro,fatto morire svariate volte su Twitter, nonostante si sia praticamente ristabilito dopo la grave malattia che lo colpì nel 2006. In queste speculazioni i media occidentali hanno purtroppo avuto gioco facile a fronte dei casi di cancro riscontrati in numerosi leader, da Chavez a Cristina Fernandez, a Lugo e Dilma Rousseff.
Nonostante tutto, però, l’America Latina è in movimento e segue un via completamente opposta a quella che viene imposta ai paesi europei e del bacino mediterraneo. Il Socialismo del XXI secolo, lungi dall’essere un’ideologia dogmatica e unilaterale, si è dimostrato lo strumento adeguato per permettere ai popoli latinoamericani di avanzare verso una società più giusta e per molti versi libera dai condizionamenti che il mercato globalizzato tenta d’imporre a tutti indiscriminatamente. Difesa intransigente della sovranità nazionale, recupero della propria storia nazionale in chiave patriottica e anti-imperialista, costruzione di un modello economico sostenibile e imperniato sul ruolo dello Stato come garante dello sviluppo e della giustizia sociale, integrazione continentale e coinvolgimento attivo della popolazione e dei lavoratori: sono diventate queste le parole d’ordine di un’America Latina sempre meno “cortile di casa” e sempre più protagonista attivo e positivo nel nuovo ordine multipolare che si sta delineando. Dopo troppi anni di umiliazioni e soprusi, il tempo delle semi-colonie e delle repubbliche delle banane pare essere finito. Un intero continente si è levato in piedi, come direbbe Mao, e il sogno del Libertador sembra farsi realtà.

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