La politica anti-serba e anti-sovietica di Tito
Si chiamano “Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia” e sono i nostalgici italiani di Tito. Nel loro sito[1] svolgono da anni una campagna per dimostrare che l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia non sia altro che un vecchio programma della Germania nazionalsocialista e dell’Italia fascista. In realtà, la ricostruzione storica pecca nell’analisi delle contingenze politiche e strategiche e viene completamente estrapolata dal contesto[2]. L’Italia fascista, pur mantenendo un rapporto privilegiato con i serbi (come ebbe modo di rinfacciare lo stesso Tito nel dopoguerra), alzò la bandiera del nazionalismo grande-albanese per egemonizzare la regione balcanica, trovandosi l’Albania sotto dominio italiano, strappando fra l’altro il Kosovo dalla zona di influenza tedesca. Naturalmente questa ricostruzione è estremamente sintetizzata, preferendo rimandare la discussione a luoghi e momenti più adatti. A detta di numerosi intellettuali e storici serbi il Maresciallo attuò fin dall’immediato dopoguerra una politica antiserba. Dal punto di vista ideologico, lo jugoslavismo di Tito si manifestava nel ridimensionamento delle prospettive serbe, a favore delle repubbliche slovena e croata, le cui istanze nazionaliste vennero recepite nel programma rivoluzionario della resistenza jugoslava pur di rimpolpare le fila del movimento comunista che si trovava a partire da zero dopo le politiche repressive attuate dal regno dei Karageorgevic. Impostando le loro rivendicazioni seguendo una teoria degna del “Blut und Boden” nazionalsocialista, i nazionalisti sloveni e croati fecero schermo con la bandiera rossa ad un programma annessionista che, partendo dalle legittime rivendicazioni nei confronti dell’entroterra goriziano, triestino, istriano e dalmata a stragrande maggioranza etnica slava, giungeva sino alla Carinzia austriaca ed ai centri urbani della Venezia Giulia e del litorale fiumano e dalmata, in cui la componente italiana era da secoli quasi totalitaria (sorvoliamo per rispetto del buon senso sui propositi annessionistici di non pochi dirigenti titini nei confronti dell‘intero Friuli sino al fiume Tagliamento). Detto per inciso, Tito era croato (anche se sulla sua reale origine girano numerose e non facilmente controllabili voci [3]) e gli stessi comunisti italiani di Pola e Fiume, che accolsero trionfalmente i partigiani di Tito nella primavera del 1945, nonché coloro i quali giunsero in Jugoslavia in fuga dall’Italia “imperialista”, ebbero rapidamente modo di verificare come l’internazionalismo stalinista in cui credevano cozzasse contro il nazionalismo occultatosi nel Partito Comunista Croato, tanto da convincerli ad abbandonare la nascente Jugoslavia, che essi avevano erroneamente considerato la realizzazione del loro ideale socialista. Il Partito Comunista Italiano, invece, pur mantenendo una posizione legata alle direttive dell’Internazionale Comunista non accettò mai di buon grado l’occupazione jugoslava di Trieste, tanto che sia Togliatti sia il comunista triestino Vidali proposero a più riprese di istituzionalizzare il “Territorio Libero di Trieste” come territorio autonomo, sia dall’occupazione alleata sia dalla Repubblica Federale Jugoslava, scontrandosi con la corrente titoista di Rudi Uršič e il partigiano Branko Babič.
Gia nel 1945 l’atteggiamento persecutorio verso la popolazione serba fu durissimo. A detta di Tito i serbi avevano accettato con troppa benevolenza l’invasore tedesco. Oltre alla popolazione, a subire una radicale repressione fu il movimento nazionalista dei Cetnici, movimento che nei primi anni della Seconda Guerra Mondiale (almeno fino al 1943) godeva dell’appoggio incondizionato del Cremlino: «Il governo dell’Unione Sovietica, che manteneva rapporti diplomatici con il governo esiliato a Londra, non aveva gradito il rifiuto di sottomettersi a Mihajlovic da parte di Tito, allora leader quasi sconosciuto e considerato da Stalin, che pur non lo aveva mai incontrato, un personaggio equivoco sospettato dai servizi segreti russi di essere un trozkista. Le simpatie del dittatore georgiano e del suo governo andavano, invece, a Mihajlovic e agli ufficiali serbi che collaboravano con lui ed erano ritenuti grandi filorussi»[4]. Stalin, nella conferenza di Tehran, si trovò addirittura a dover esplicitare ufficialmente l’allontanamento dal movimento Cetnico. Non a caso nella primavera del 1943 si segnala l’allontanamento di Mihajlovic dal governo in esilio di Londra e dopo l’8 settembre inizierà la collaborazione con i nazisti in funzione anticomunista. Nel dopoguerra Mihajlovic fu “riabilitato” post mortem dagli atlantici, in seguito alla condanna a morte decisa dal servizio titino OZNA, con una Legione al Merito, insignita da Truman.
Uno dei primi “editti” del regime titino fu quello che non permetteva ai profughi (in particolare serbi) di ritornare nelle zone di origine. Questo fu il primo atto della deserbizzazione del Kosovo, in quanto durante la guerra, a causa di scontri etnici fomentati dagli albanesi, furono moltissimi i serbi a lasciare la terra kosovara. Scrive Stefano Vernole «per spiegare la diffidenza di Tito nei confronti dei serbi, bisogna tenere conto come a partire dal 1946 gli agenti di Stalin cercassero di indebolire se non di eliminare il presidente jugoslavo (che dal 1943 era in stretto contatto con Churchill) e allacciassero a questo scopo dei contatti principalmente con i dirigenti serbo-montenegrini del paese, vale a dire con gli ambienti intellettuali tradizionalmente favorevoli alla Russia»[5]. Tito era in stretti contatti con il figlio di Churchill, Randolph, che fungeva da anello di congiunzione tra l’OSS e Tito, che riuscì a salvarsi dall’Operazione Rösselsprung (maggio 1944) proprio grazie all’aiuto del servizio inglese. Il ministro degli esteri inglese Ernest Bevin dichiarò: «Certo, Tito può esser una canaglia. Ma è la nostra canaglia». Secondo Antonio Sema: «La seconda Jugoslavia sembrava disegnata in base allo schema Serbia debole-Jugoslavia forte»[6] e constata inoltre che nel caso di unione federale tra Jugoslavia ed Albania, prospettiva avanzata da Tito ad Hoxha nel luglio del 1946, il Kosovo sarebbe stato ceduto al Paese delle Aquile.
Nella stessa logica si inserisce anche lo strappo con Stalin: lo scontro «nel 1948 non fu tanto ideologico quanto geopolitico. In sostanza Tito spostò la Jugoslavia socialista nella sfera occidentale. Lo testimoniano molti documenti. Per esempio nel 1953 e nel 1954 Tito firmò gli accordi bilaterali segreti di Bled (in Slovenia) con la Grecia e la Turchia, associando praticamente la Jugoslavia socialista alla NATO. Ne 1960 tali documenti furono ampliati con la Grecia e Tito assicurò che, nel caso di guerra in Europa (era evidente che l’unica guerra possibile era quella fra USA e URSS), la Jugoslavia avrebbe messo tutto il suo territorio e tutte le sue basi militari a disposizione della NATO. [...] Dopo la rottura con l’URSS del 1948, la Jugoslavia firmò oltre 170 accordi prevalentemente segreti che la legavano agli USA»[7]. Quindi lo slittamento della Jugoslavia nel campo occidentale servi a Tito per indebolire ulteriormente la Serbia priva del suo storico alleato: la Russia. L’adesione del regime di Tito alla sfera occidentale è confermata anche da Ludovico Inciso di Camerana che nel suo “I ragazzi del Che” sostiene che dietro a un rifiuto jugoslavo di concessioni d’armi alla Cuba castrista «ci sia stato lo zampino de governo americano» [8].
Fra Stati Uniti e Jugoslavia furono conclusi alcuni accordi che prevedevano lo sblocco dei fondi jugoslavi presso la Federal Riserve e l’indennizzo dei proprietari americani di beni nazionalizzati dal governo di Belgrado.
Il 21 febbraio del 1974 il governo di Belgrado emette le IV Costituzione Federale Jugoslava che fra le altre cose determinava la tripartizione della repubblica serba (unico caso rispetto alle altre cinque repubbliche): venivano create le province autonome di Vojvodina e Kosovo, celebrando in questo modo un crescendo autonomista già certificato dalle Costituzioni del 1963, 1968 e 1971.
Lo stesso concetto di “nazionalità musulmana” fu una creazione, priva di senso, del titoismo in quanto i musulmani della ex-Jugoslavia appartengono già alle nazionalità definite in sede di creazione dello Stato Federale (musulmani serbi, musulmani croati, musulmani della minoranza albanese).
Alla morte del Maresciallo Tito (4 maggio 1980) le voci serbe del dissenso acquistarono maggior visibilità. In seguito alla scomparsa del leader jugoslavo, forti dell’ormai sopraggiunta autonomia, cominciarono a formarsi numerosi gruppi filo-enveristi nel Kosovo, che nel 1981 inscenarono la prima grande manifestazione con una sorta di “Marcia su Pristina”, appoggiati dal governo albanese. I manifestanti richiedevano a gran voce lo status di Repubblica per la regione, quindi la possibilità di ottenere un referendum per l’indipendenza. Referendum, però, falsato dalle modifiche demografiche volute dal governo titoista: dal 1945 fonti serbe parlano di oltre 200.000 serbi fuoriusciti dal Kosovo. Già nel 1982 un Rapporto degli organi della Repubblica serba denunciava la politica persecutoria verso i serbi attuata dal regime del defunto Tito. Ma in particolare fu il famoso Memorandum dell’Accademia delle Scienze e delle Arti di Belgrado del 1986 a descrivere il progetto di completa pulizia etnica dei serbi in Kosovo. Il testo è un vero e proprio atto di accusa a Tito. Il Memorandum non chiedeva ai serbi di disconoscere la Jugoslavia, ma chiedeva alla Jugoslavia di riconoscere le giuste ambizioni del popolo serbo: «Il destino del Kosovo resta una questione vitale per il popolo serbo tutto intero. Se non viene risolta nell’unico modo effettivo, se un’autentica sicurezza e una uguaglianza di diritti di tutti i popoli che vivono nel Kosovo e in Metohija non vengono instaurate, se non vengono create condizioni salde e durature per il ritorno della popolazione scacciata, questa parte della Repubblica di Serbia diventerà un problema europeo con conseguenze assai pesanti. (…). La diversità etnica in numerosi territori balcanici corrisponde al profilo etnico della popolazione balcanica. La rivendicazione di un Kosovo etnicamente puro non è soltanto una pesante e diretta minaccia per tutti i popoli che vi si trovano in minoranza, ma, se si affermerà, rappresenterà un pericolo reale e quotidiano per tutti i popoli della Jugoslavia» [9]. Le direttive del Memorandum furono fatte proprie da Slobodan Milosevic, che negli anni della sua presidenza affermò l’egemonia della Serbia all’interno della Repubblica Jugoslava.
Non è infatti un mistero che fu proprio questa politica serbo-centrica e filo-russa a portare le potenze occidentaliste a decidere di disintegrare la Jugoslavia e a mettere in ginocchio la Serbia e il suo capo. Non è difficile vedere la discontinuità geopolitica tra il regime titino e il governo di Milosevic. Se il primo fu sempre costantemente uomo degli occidentali e dei salotti buoni (non dimentichiamo le numerose presenze ai funerali del Maresciallo, tra cui Pertini e le foto che lo ritraggono con il presidente americano Richard Nixon e la sua visita ufficiale in America dal Presidente Carter[10], il secondo ha pagato la sua politica con la morte nel carcere dell’Aja.
(2) http://www.cnj.it/documentazione/kosova.htm
(3) Stefano Terra, Tre anni con Tito, ed.Mgs Press
(4) Stefano Fabei, I Cetnici nella seconda guerra mondiale, Libreria Editrice Goriziana, pag. 45. Riguardo alla posizione arzigogolata dei “titini di casa nostra” sui cetnici rimando al sito: http://www.cnj.it/documentazione/cetnici.htm. Chissà come ci rimangono i novelli Partizani a vedere le numerose bandiere monarchice e cetniche nelle strade di Belgrado.
(5) Stefano Vernole, La questione serba e la crisi del Kosovo, Noctua edizioni, pag. 65
(6) Antonio Sema, Lineamenti per una storia del Kosovo, in L’altra guerra del Kosovo, ed.Casadeilibri
(7) Dragan Mraovic, Geopolitica recente, attuale e futura nei territori dell’ex Jugoslavia, in Eurasia 1/2007
(8) Ludovico Inciso di Camerana, I ragazzi del Che, Corbaccio, pag.70
(9) AA.VV., Memorandum dell’Accademia serba delle Scienze e delle Arti, Limes 1/2, 1993
(10) http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/eb/Cartertito19782.jpg














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