Pubblicato il: 13 aprile, 2012

Stato e Potenza con Gbagbo e il popolo ivoriano

Nella serata di Mercoledì 11 aprile si è svolta presso il CVA di Corso Venezia a Torino, la giornata della memoria del popolo della Costa d’Avorio, per non dimenticare il drammatico golpe scatenato durante lo scorso anno dall’opposizione politica del nuovo presidente Ouattara col sostegno militare delle truppe francesi, contemporaneamente impegnate insieme alle altre potenze occidentali nell’ambito della criminale operazione imperialista Odissea all’Alba, condotta dalla Nato contro la Libia socialista di Muammar Gheddafi. La sezione italiana del Collettivo per il Rispetto della Costituzione e delle Istituzioni della Costa d’Avorio, rappresentata da Jean Claude Sougnini e composta da una folta delegazione nella città piemontese, ha organizzato una serata tematica concedendo al nostro gruppo politico di Stato e Potenza, la possibilità di partecipare e collaborare. Per l’occasione il nostro Alessandro Gai ha svolto un’attenta disamina sulle dinamiche geopolitiche che hanno portato al colpo di Stato ai danni dell’ex presidente Laurent Gbagbo, e in generale su quei processi geostrategici che sembrano riportare ancora una volta divisioni ed escalation di natura militare in tutto il Continente Africano, evidenziando la meritoria eccezione della nuova politica di cooperazione intrapresa dalla Cina popolare nell’ultima decade.


L’INTERVENTO DI STATO E POTENZA

Il golpe in Costa D’Avorio sostenuto dalle amministrazioni francesi e americane va sicuramente collocato all’interno di un più ampio progetto di intensificazione della penetrazione imperialista all’interno del continente africano, in diretta competizione con la Cina e altre potenze emergenti che hanno iniziato a investire in loco ingentissimi capitali.
Lo stesso neopresidente filoccidentale Ouattara è un uomo personaggio ben conosciuto, ha ricoperto il ruolo di ministro dell’economia dal 1990 al 1993 e poco dopo ricoprì la carica di primo ministro.
Durante il suo mandato non fece altro che prodigarsi nell’applicazione del rigido programma di aggiustamento strutturale voluto dal FMI, causando danni enormi alla già vacillante economia ivoriana. La terapia ha consistito in una brusca diminuzione dei salari nel settore pubblico e nella privatizzazione di tutte le principali imprese pubbliche alla simbolica cifra di un franco. I beneficiari di queste operazione sono stati grandi gruppi francesi del calibro di BTP, France Telecom, etc.
Non è quindi difficile interpretare le logiche che si celano dietro il brusco intervento militare francese a scapito dell’ex presidente Gbabo, reo evidentemente di agito con eccessiva autonomia e spirito democratico rispetto ai centri di potere stranieri. I francesi hanno voluto rinsaldare il controllo monopolistico sulle risorse economiche (cacao e caffè) ed energetiche (petrolio), mentre gli statunitensi avere la possibilità di stanziare una propria base militare nel quadro del programma AFRICOM.
Il mandato d’arresto internazionale spiccato ai danni di Gbabo, il suo arresto e la sua conduzione presso il Tribunale Internazionale, nonché l’utilizzo strumentale di una risoluzione ONU a scopo formale di proteggere vite civili (risoluzione 1975) per legittimare un’operazione militare in palese violazione della stessa, sono le principali analogie fra l’affaire ivoriano e le numerose aggressioni “umanitarie” degli ultimi anni.
Anche in questo caso gli organismi internazionali vengono utilizzati dalle potenze imperialiste per perseguire le proprie mire neocolonialiste, in palese contraddizione con la funzione ufficiale di tali istituzioni.
La Francia e immediatamente dopo le Nazioni Unite insieme alla maggior parte delle cancellerie occidentali, hanno riconosciuto Ouattara come legittimo vincitore delle elezioni, ancor prima della diffusione dei risultati da parte dell’organo preposto: il Consiglio Costituzionale. Russia e Cina si sono opposte invano alle affrettate conclusioni espresse, ormai il piano di destituzione del presidente in pectore era già avviato e da lì a breve si sarebbero scatenate le milizie pro-Ouattara, coadiuvate da mercenari stranieri e successivamente da reparti scelti francesi e militari ONU.
Con lo scoppio pilotato delle violenze in larga scala è diventato facilmente applicabile la dottrina della “Responsibility to protect”, che prevede interventi a tutela dei civili anche in violazione del principio di sovranità.
La stessa metodologià è stata utilizzata in Libia qualche mese più tardi per giustificare l’intervento armato della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, artefice dei bombardamenti a tappeto di tutte le principali città libichè e responsabile della morte di decine di miglia di civili. In quest’ultima fattispecie il pretesto è stata l’offensiva lanciata da gruppi tribali cirenaici, presentati come “giovani rivoluzionari democratici” e poi scoperti essere estremisti sunniti di ispirazione quaedista, armati e finanziati dagli stessi “volenterosi”.
Il Libyan Fighting Islamic Group, il principale gruppo armato che ha combattuto fra le fila dei ribelli anti-Gheddafi, oltre ad essere già da anni considerato affiliato ad Al-Quaeda, è diretto da un miliziano (Abdelhakim Belhadj) già noto per aver sostenuto i taliban durante la guerra russo-afghana. Ora ricopre l’incarico di Consigliere Militare di Tripoli e pare diriga un contingente di terroristi libici in territorio siriano con il placet dei servizi occidentali.Il supporto all’islamismo più radicale, al di là della retorica sulla lotta al terrorismo, è una pratica già ben rodata dagli Stati Uniti e inaugurata negli anni Ottanta con l’appoggio ai mujaheddin afghani in chiave antisovietica.
Questo tipo di consuetudine pare trovare l’ennesimo riscontro nei recentissimi avvenimenti in Mali, stato del Sahel fra l’altro confinante sia con la Libia che con la Costa D’Avorio. In data 22 marzo un colpo di stato ha causato la deposizione del presidente uscente Amadou Toumani Touré, reputato politicamente debole e comunque blando nell’attività di contrasto dei Touareg stanziati a nord del paese. Proprio quest’ultimi, sfruttando il vuoto di potere e le lotte intestine all’esercito, sono riusciti in breve tempo a conquistare i territori del nord e a dichiarare unilateralmente l’indipendenza del dell’Azawad.
Se è ormai acclarato il coinvolgimento di Francia e Stati Uniti nel golpe di marzo, al contempo circolano voci sempre più insistenti su un probabile sostegno parallelo al movimento secessionista islamico.
E’ altamente probabile che tali governi stiano tentando di tramutare le spinte indipendentiste nella loro longa manus, dal momento che il governo centrale di Bamako non ha mai dimostrato la capacità di saper normalizzare la situazione nelle instabili regioni settentrionali, ricche di allettanti risorse petrolifere. Il neo-nato stato dell’Azawad potrebbe rappresentare la chiave di volta per l’asse Washington-Parigi, in grado di ristabilire l’egemonia nel Sahara meridionale.
L’appoggio alle tribù berbere va letto anche in chiave antialgerina, dal momento che il sud del paese è abitato proprio da tali popolazioni tradizionalmente in contrasto con il governo centrale. L’Algeria dall’ottica imperialista è annoverabile tra i paesi ostili, essendo un importante patner russo e paese da sempre contrario alle ingerenze straniere negli affari interni.
La crisi siriana ha messo ulteriormente in luce questo aspetto: il ministro degli esteri algerino ha manifestato la netta adesione alla posizione russa basata sulla mediazione e il ministro dello stato Abdelaziz Belkhadem si è dichiarato indignato rispetto alla posizione della Lega Araba, colpevole di essere asservita alla NATO e di voler intervenire contro uno dei suoi stessi membri fondatori.
Inoltre, a dimostrazione di questa stretto legame, recentemente la Russia ha inoltrato una richiesta di aiuto economico a vari paesi, tra cui l’Algeria, per la fabbricazione di un aereo di quinta generazione, chiamato Petka, che viene presentato come il futuro gioiello della flotta aerea russa.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, stanno già agendo per destabilizzare in nemico regionale cercando di creare un fronte di opposizione interno, attraverso i classici strumenti del soft power.
La segretaria generale del Partito dei lavoratori algerini, Louisa Hanoune, ha accusato la CIA di finanziare quattro associazioni per i diritti umani. Secondo il sito online del quotidiano londinese in lingua araba “Al Quds al Arabi”, Hanoune ha affermato di avere documenti che provano le sue accuse contro queste quattro organizzazioni, tra cui “Associazione Nazionale per la Difesa dei Diritti Umani” e “SOS Scomparsi”.
Lo scorso dicembre, la stessa leader sindacale ha annunciato che Washington aveva preparato un Consiglio di transizione d’Algeria con l’aiuto di alcuni partiti algerini, affermando di aver ricevuto tale informazione dal leader dell’Unione Sindacale dei Lavoratori degli Stati Uniti, Alain Benjamin. Ella ha fatto appello per l’introduzione di riforme reali per “non dare l’opportunità a che le potenze occidentali sfruttino le nostre prossime elezioni legislative per interferire nei nostri affari interni”.
Anche i comunisti algerini (Algerian Party for Democracy and Socialism) hanno denunciato le pesanti ingerenze, parlando in particolar modo della formazione di attivisti algerini filoccidentali da impiegare in attività di propaganda sovversiva, al fine di manipolare l’opinione pubblica locale.
La partita, come la posta in gioco, è ben più grande di quella che può sembrare e non riguarda solo le regioni precedentemente citate. Se non si prendono in considerazione le dinamiche che intercorrono l’intero continente non si può che rimanere fuorviati.
La Cina nel 2006 ha ospitato più di 40 capi di stato africani e ha avviato un intensissimo piano di cooperazione in larga scala. La Cina è il principale paese in sviluppo, mentre l’Africa è il continente con il maggior numero di paesi in sviluppo, è questo l’assurto che sta alla nascita del Forum di Cooperazione Cina Africa (Focac) fondato nell’ottobre 2000. A distanza di oltre un decennio dalla sua nascita la piattoforma ha portato al conseguimento di grandi risultati, sulla base di quello che il presidente Hu Jintao ha definito “un nuovo tipo di associazione strategica, che abbia equità politica e fiducia reciproca così come una cooperazione economica che sia benefica per entrambe le parti e d’interscambi culturali”.
Attraverso gli anni, la Cina ha sempre appoggiato il concetto delle non interferenza nei temi interni agli altri paesi, e non cerca di esportare i suoi valori nè i suoi modelli di sviluppo alle nazioni africane, ma di aiutarle ad affrontare i problemi di sicurezza alimentare, attenzione alla salute ed educazione tra i vari temi, attraverso di un alto numero di progetti di ricostruzione, donazioni, programmi di addestramento personale, prestiti agevolati e ridimensionamento del debito.
A tal proposito è bene riportare alcuni dati esplicativi.
Per fine 2009, la Cina aveva cancellato più di 300 prestiti senza interesse che dovevano 35 nazioni severamente colpite dai debiti e le meno sviluppate dell’Africa.
Fino al 2010 le compagnie cinesi hanno costruito all’incirca 60.000 chilometri di strade, così come centrali elettriche che generano una capacità totale di 3,5 milioni di Kw.
Il volume degli scambi fra Cina e i patner africani continua a crescere ovunque, soprattutto con il Sud Africa. L’ultimo anno (2011) se ne sono registrati per 45,4 milioni di dollari con un aumento del 76% rispetto all’anno precedente.
Cifre da capogiro che rendono bene l’idea di come la tigre asiatica, sia un interlocutore economico ben voluto perchè promotore di valori quali multilateralismo e coesistenza pacifica. Una politica economica pragmatica ben distante dal disastroso Washington consensus, fatto di privatizzazioni, liberalizzazioni e deregolamentazione del mercato.
Gli sbalorditivi risultati ottenuti grazie a un virtuoso meccanismo di sviluppo condiviso hanno chiaramento indotto gli Stati Uniti a pianificare una strategia in grado di danneggiare questo processo o quantomeno di arginarlo.
Non è un caso che negli stessi paesi prima citati, trascinati in una forte condizione di instabilità, si constatino relazioni commerciali di indubbia rilevanza con la RPC. In Mali nel solo 2008 il volume di affari tra i due Paesi ha raggiunto i 200 milioni di dollari e coinvolge soprattutto lo sviluppo tecnologico integrato al settore primario. L’Algeria, dal canto suo ha concluso un fondamentale accordo in ambito energetico nel 2004, dove fu stabilito l’inizio di una cooperazione strategica specifica che, già un anno dopo, aveva visto aumentare l’interscambio tra i due Stati fino a 1,77 miliardi di dollari.
La controffensiva lanciata dalla Casa Bianca è rappresentata dall’AFRICOM, una struttura militare subordinata al dipartimento americano della Difesa dedicata specificatamente all’Africa.
Citando Obama la sua funzione ufficiale è quella di “Sviluppare nei nostri partner africani la capacità di affrontare le sfide per la sicurezza dell’Africa”.
Dietro a questa solita retorita solidaristica intrisa di buoni propositi, si nasconde il chiaro intento di potenzare la propria proiezione strategica, stabilendo un legame di interdipendenza militare fra autorità locali e Pentagono, in modo da condizionare le politiche dei singoli paesi a vantaggio degli interessi USA.
Molti stati, nonostante il formale scopo umanitarista del progetto, hanno respinto le richieste di ospitarne il quartier generale e hanno palesato una certa ostilità rispetto alla sua realizzazione. Il neonato spirito interventista americano mira esattamente a creare le condizioni adeguate per un’ampia accettazione della task force e non è un caso che sia proprio stato Muhammar Gheddafi a guidare con successo nel 2008 il fronte dei contrari in seno all’Unione Africana.
L’Africa rappresenta oggi l’agone di uno scontro geopolitico in larga scala ed è fuor dubbio che le potenze imperialiste ricorreranno, come già stiamo notando, agli strumenti più abbietti per soddisfare le proprie mire.

Alessandro Gai


Collaborazioni

Unione della Gioventù della Repubblica di Bielorussia

Partito Alianţa Socialistă

Radio IRIB Italia

Türkiye Gençlik Birliği

Partido del Trabajo

Српске радикалне странке

Partito Social-Nazionale Siriano



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