Pubblicato il: 21 aprile, 2012
Analisi / Editoriali | Di Redazione

Aquila non captat muscas

In questi giorni abbiamo concluso alcune importanti trattative internazionali di collaborazione politica e culturale. Dopo la visita di una nostra delegazione in Siria e l’incontro a Damasco con la dirigenza del Partito Comunista Siriano (Unificato) nel 2011, il 2012 si è aperto con novità importanti e due nuovi referenti internazionali nel nostro carniere: l’Unione Giovanile della Repubblica di Bielorussia e il Partito Comunista Romeno, a suggello di intensi rapporti di reciproca fiducia e reciproca stima, basati sulla pubblicazione di saggi storici e politici, sul SINCERO (non solo sbandierato in un sito web) sostegno internazionale alle realtà che questi partiti o movimenti rappresentano, e non certo sulle chiacchiere al vento o sui viaggetti “inter-scambio” di piacere fatti tanto per passare una vacanza all’estero coi rimborsi elettorali del partito.
Oltre a questo, in soli sette mesi abbiamo promosso iniziative di piazza e conferenze: in difesa della Libia di Gheddafi (a Roma) e della Siria di Assad (a Bologna e Milano), due nazioni sovrane e popolari, vilmente aggredite dal terrorismo di servizio wahabita/salafita e dall’imperialismo nord-atlantico; in difesa della Palestina (a Brescia); in difesa della Costa d’Avorio e del legittimo presidente Laurent Gbagbo (a Torino), spodestato da un golpe sostenuto dalla Francia nel corso del 2011; e altri presidi a sostegno della sovranità industriale e della nazionalizzazione dei settori strategici e produttivi del nostro Paese (Eni, Enel e Finmeccanica) contro qualunque progetto di ulteriore privatizzazione nel settore; a sostegno della sovranità militare contro la presenza delle forze imperialiste di occupazione della Nato, davanti alla base statunitense di Bagnoli (a Napoli); e contro l’imperialismo capitalistico e finanziario di Goldman Sachs (a Milano).
Abbiamo organizzato la nostra struttura passo dopo passo, a grande fatica, integrando le attività politiche e militanti con l’attività editoriale del nostro giornale multimediale, cercando di fornire una lettura quanto più attuale della realtà internazionale, al di fuori di schemi vecchi, anacronistici e totalmente superati dai tempi di oggi.
Purtroppo certi personaggi inutili e reazionari hanno tentato di ostacolarci in questi mesi, minacciandoci e diffamandoci in ogni modo e senza alcuna precisa ragione, inventando di sana pianta accuse ignobili e distorcendo molto spesso il senso del nostro Manifesto Politico. Questi soggetti non valgono nulla, e non hanno altro da mostrare fuorché l’arroganza tipica di chi non si è mai sentito in dovere di sviluppare un’analisi politica seria, l’arroganza tipica di chi rifiuta qualunque dialettica e basa la sua stessa esistenza singolare sulla prepotenza, sulla supponenza e sulla prevaricazione, riversate addosso agli altri ed utilizzate come arnesi infami e indegni per supplire alle evidenti carenze teoriche ed analitiche.
Il nostro approccio “geopolitico” al socialismo è stato a volte frainteso, ma i documenti e gli scritti pubblicati dimostrano inequivocabilmente la nostra estraneità a qualunque accusa mossa contro di noi: abbiamo ricevuto intimidazioni di ogni genere e insulti totalmente immotivati. Se per alcuni esagitati della “sinistra radicale” saremmo “infiltrati fascisti rosso bruni” o “parodistici emuli di un socialismo da caserma”, per altri estremisti di destra saremmo “ridicoli internazionalisti e antifascisti”. Tuttavia, noi siamo andati avanti, non cadendo mai nei tranelli delle provocazioni di questi personaggi e di queste sigle. Il nostro raggio d’azione va ben oltre questi onanisti. I fallimenti personali o politici di certi ambienti non ci riguardano. Non ci interessa nemmeno indagare in dettaglio per valutare se essi siano in malafede.
Le più o meno recenti iniziative politiche delle principali sigle cui i nostri denigratori fanno riferimento parlano da sole: manifestazioni di supporto ai mercenari della Nato in Libia e in Siria; vicinanza ad una fantomatica “sinistra sionista” sino a ribadire ancora il vergognoso motto coloniale e anti-palestinese del “due Popoli, due Stati”; aperti boicottaggi della Germania accompagnati da un agghiacciante silenzio sulle ben più dirette responsabilità imperialiste e neo-colonialiste di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna; insulti ad illustri rivoluzionari e patrioti socialisti del passato (Stalin, Brezhnev, Ceaucescu, Kim Il Sung e così via.) e alla storia del Socialismo Reale … Potremmo continuare. Ci fermiamo qua perché sarebbe triste dover elencare tutto. E nemmeno ci interessa. Dobbiamo pensare a noi stessi. Non c’è tempo da perdere in chiacchiere con gente simile. Abbiamo bisogno di costituire un pensatoio, un gruppo di lavoro, un’area umana di persone capaci di partire da un paradigma dialettico fondato sulla volontà di superare il capitalismo, su basi teoriche e pratiche nuove e differenti dal passato.
L’assorbimento teorico delle tradizionali lezioni della geopolitica all’interno di una linea guida socialista è senz’altro merito dell’opera del comunista russo Zyuganov, dal cui saggio “Derzhava” il nostro Movimento e il nostro giornale prendono il nome. Proprio quel libro pubblicato nel 1994 e poi tradotto in italiano col titolo di “Stato e Potenza” nel 1999, rappresenta una pietra angolare nella nostra analisi politica.
Il capitalismo e il socialismo non sono più soltanto due “alternative” economiche e politiche, ma costituiscono in retrospettiva anche due fenomeni storici della modernità in lotta tra loro all’interno di un piano terrestre costituito da precise direttrici strategiche. Non riteniamo casuale che la polarizzazione economica (Fernand Braudel la chiamava “economia-mondo”) del sistema capitalistico sia concentrata principalmente negli Stati Uniti, così come lo era nel XIX secolo in Gran Bretagna: due isole di dimensioni relativamente limitate (gli Stati Uniti sono un’isola sul piano geopolitico anche se non su quello strettamente geografico), separate dalla ben più vasta “Isola-Mondo” (cioè dal Vecchio Mondo: Eurasia ed Africa), entrambe divenute giocoforza potenze navali (sea-power) con una forte tendenza all’espansione commerciale su scala planetaria (colonialismo e imperialismo). Identica storia potrebbe essere riassunta per il caso del Giappone, un impero formato da un agglomerato di isole che, dopo la sua emersione quale potenza commerciale, non ha certo atteso a lungo prima di tentare la totale colonizzazione dell’intera regione Asia-Pacifico. Dunque non può essere casuale nemmeno il fatto che, a parte rare eccezioni, il socialismo si sia affermato – contro qualunque previsione – anzitutto nel cuore dell’Eurasia, in particolare nell’Heartland, cioè nel territorio dell’Impero Russo, e in generale all’interno dei territori di quelle nazioni che per secoli hanno costituito le principali potenze terrestri, solitamente refrattarie alla navigazione e all’espansione oceanica, anzi propense in prevalenza alla limitazione o al contenimento dell’espansione altrui (sea-denial).
L’Unione Sovietica (e di conseguenza tutto il campo geopolitico del Patto di Varsavia), la Repubblica Popolare di Mongolia, la Repubblica Popolare Cinese (e di conseguenza Corea del Nord e Vietnam del Nord che, seppure sorte un anno prima, contarono anche sull’appoggio dell’Armata Rossa Cinese, ovverosia il futuro Esercito di Liberazione Popolare) o la Repubblica Democratica Tedesca (già descritta dal suo presidente Walter Ulbricht come la “Prussia Rossa”) sono gli esempi più noti e lampanti di questa tendenza storica, che non può essere ignorata e che dimostra la stretta correlazione sussistente tra politica, economia, geografia e strategia. Una relazione che viene confermata dai fallimenti storici di chiunque abbia voluto ignorare tali costanti: ad esempio la Germania nelle due guerre mondiali, allorquando decise di aprire il conflitto sui due fronti, finendo logicamente annientata, o chiunque negli ultimi secoli abbia deciso di invadere e conquistare la Russia capitolando sull’imponente muro costituito dalle sue abilità militari slave e cosacche, e dalle particolari condizioni geografiche del suo vasto territorio.
Evitando eccessi deterministi o inadeguati manicheismi storici, ciò che riteniamo davvero fondamentale è fuoriuscire da quegli schemi duali scarni e teoricamente insufficienti per comprendere il mondo, i suoi spazi e le sue suddivisioni culturali e morfologiche, e dunque per capire le ragioni profonde di guerre, scontri e fratture politiche. La solita lettura moralistica riassunta in considerazioni quali “questa è una fottuta guerra per sporchi interessi” o “i potenti vogliono schiavizzare la massa”, non ha nulla a che vedere con il socialismo e con l’analisi dialettica della realtà e dei processi storici. Si tratta di atteggiamenti anarchici e pacifisti, buoni per dare corpo a quelle favole cospirazioniste o a quelle esagerazioni/distorsioni del tema monetario, ormai imperanti dall’estrema destra all’estrema sinistra (vedi “Occupy Piazza Affari”, partecipata da entrambe le fazioni… poi siamo noi i rosso bruni?).
Questi modelli di attivismo fondati sull’idealismo e queste teorie libertarie, non hanno mai dato seguito a nulla di seriamente rivoluzionario nella storia, ossia a nulla di concreto né di significativo, ed anzi spesso si sono col tempo rivelate vere e proprie armi ad uso della strategia soft-power dell’imperialismo statunitense (pop-art, flower-power, primavera rivoluzionaria, rivoluzioni di velluto, no-global, new-global, rivoluzioni colorate, indignados, occupy e chissà quante altre ancora …). Se nei sogni si può immaginare che il faccione del Sub-Comandante Marcos salti fuori dalla maglietta sulla quale è stampigliato e, con “ribellismo romantico”, cominci a cacciare i “padroni” dalla fabbrica, nella realtà la storia è determinata dai rapporti di forza, e i rapporti di forza sono stabiliti dalla capacità strategica che ogni Stato, cioè ogni classe dirigente di uno Stato, riesce a mettere in campo. In ciò risiede l’importanza del tema della sovranità, che – se preso seriamente – non può certo essere astratto, ideal-tipico e dunque “sciovinista”, ma semplicemente strategico e patriottico.
E questo evidentemente vale anche per i Paesi socialisti o che si avviano verso il socialismo. In Corea del Nord come a Cuba, dove non ci risulta che Fidel Castro abbia mai creato una kasbah nella quale fumarsi allegramente l’hashish o organizzare orge sopra i prati colorati. Allo stesso modo non è certo casuale il fatto che nelle accademie dell’Unione Sovietica si insegnava il pensiero del generale prussiano Von Klausewitz, e non i brani di Jim Morrison.
Dal momento che nel nostro giornale non è mai stata diffusa alcuna pubblica accusa né una qualsiasi grida manzoniana volta a delegittimare altri movimenti politici, l’unica cosa che chiediamo in questo momento è di lasciarci in pace. Lo chiediamo a tutti. Non vogliamo alcuna alleanza né alcuna contrapposizione con qualsiasi movimento “antagonista” italiano. Non ci interessa parlare con gli zombie della politica o con i saccenti del bar dello sport.
Sia chiaro che chiunque cerchi un confronto e un dialogo rispettoso con noi è sempre il benvenuto. Ma chi ci nomina solo per offenderci e metterci nel pentolone di una fantomatica cospirazione pensata per distruggere partiti o movimenti già belli che auto-distrutti, la finisca qui. La pazienza ha un limite.


1 commento presenti
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  1. Nikolo Stafaj scrive:

    Precisazioni fondamentali,complimenti alla Redazione.

Aquila non captat muscas