Le elezioni generali in Serbia
Pochi giorni fa è scaduto in Serbia il termine per la presentazione delle candidature per le elezioni presidenziali e politiche del 6 maggio prossimo. La commissione elettorale ha riferito di avere approvato la partecipazione di 11 candidati, mentre sono ancora in corso le verifiche sulla regolarità di un’altra candidatura giunta in tarda serata. Gli undici candidati sono il presidente uscente Boris Tadic (Partito Democratico, DS), il leader dell’opposizione conservatrice Tomislav Nikolic (Partito del Progresso Serbo, SNS), il ministro dell’interno Ivica Dacic (Partito Socialista Serbo (SPS), l’ex premier conservatore Vojislav Kostunica (Partito Democratico della Serbia, DSS), il ministro della sanità Zoran Stankovic (Partito delle Regioni, URS), Jadranka Seselj (Partito Radicale Serbo, SRS), moglie del leader nazionalista Vojislav Seselj sotto processo al Tribunale Penale dell’Aja (TPI), il leader del Partito Liberaldemocratico (LDP) Cedomir Jovanovic, Vladan Glisic, del movimento di estrema destra Dveri, Zoran Dragisic del Movimento dei Lavoratori e dei Contadini, il muftì Muamer Zukorlic, leader religioso nella regione a maggioranza musulmana del Sangiaccato, e Istvan Pastor, della minoranza ungherese della Vojvodina. Sottoposta a verifiche é la candidatura di Danica Gujcic dell’Alleanza Socialdemocratica.
Se il 6 maggio nessuno dei candidati otterrà il 50% più uno dei voti si andrà al ballottaggio il 20 maggio fra i due candidati più votati. Il 6 maggio in Serbia si voterà contestualmente anche per le elezioni legislative e amministrative.
Dopo l’annuncio delle dimissioni anticipate, si profila per il presidente uscente serbo Boris Tadic, demo-progressista ed ostinatamente europeista, un testa a testa con il rivale conservatore Tomislav Nikolic. Entrambi i candidati sono dati più o meno appaiati nel favore degli elettori registrati dai vari istituti di ricerca, e si fa sempre più concreta l’ipotesi di un ballottaggio che si dovrebbe tenere il 20 maggio. Tadic e Nikolic non arriveranno comunque, secondo ogni pronostico, a superare la soglia del 50% al primo turno: secondo l’Istituto demoscopico Plum Mark, il leader del Partito del Progresso serbo, Nikolic, conservatore e attualmente all’opposizione, potrebbe contare sul 23% dei consensi, mentre Tadic, presidente del Partito Democtatico attualmente al potere, non andrebbe oltre il 22%. Stando ai dati raccolti dall’Istituto Faktor Plus invece, ad essere in vantaggio sarebbe proprio Tadic con il 35,8%, mentre a pochissima distanza si troverebbe Nikolic (35,7%). Quasi certo è altresì l’ordine di preferenza degli altri candidati che vedono piazzarsi al terzo posto il leader del Partito Socialista Serbo (SPS) Ivica Dacic (con il 12% per il primo istituto e con l’11,2% per il secondo); segue l’esponente liberaldemocratico (LDP) Cedomir Jovanovic (con il 5% e il 5,6%) e quindi il leader del Partito Democratico della Serbia (DSS) Vojislav Kostunica (3% e 4%).
Ma nel maggiore paese dell’ex Jugoslavia – uscito piegato ma non distrutto dalle terribili guerre balcaniche e dai bombardamenti della Nato – la tornata sarà di elezioni generali. Si vota, infatti, sia per rinnovare i Consigli comunali e provinciali che per eleggere i nuovi 250 membri della Narodna cioè dell’Assemblea legislativa di Belgrado. A seguito, poi, delle dimissioni del presidente filo-europeista Boris Tadic, i Serbi saranno appunto chiamati all’elezione anticipata del presidente della Repubblica. La Serbia è un Paese dalla forma di governo semi-presidenziale, e l’elezione del presidente generalmente si svolge in due turni. Per poter essere proclamato eletto al primo turno, infatti, ciascun candidato necessita del raggiungimento del 50%+1 dei voti validamente espressi, e tutto lascia intendere che quest’anno non si manifesti una tale situazione.
I sondaggi diffusi ieri sono stati un’autentica doccia fredda per Tadic, che si è dimesso dalla carica all’inizio di aprile ritenendo che, abbinando le presidenziali alle legislative e senza quindi dover ancora aspettare un anno per la ricandidatura, avrebbe potuto sbaragliare abbastanza agevolmente il campo facendo perno sul recente accordo di Associazione economica raggiunto con l’Unione europea, vero e proprio “capolavoro diplomatico” della sua amministrazione, primo passo verso l’adesione della nazione danubiana ai trattati continentali. Tadic però sembra aver fatto i conti senza l’oste ed i sondaggi di ieri non lo danno assolutamente in vantaggio sul più temibile rivale, e cioè sul nazionalista conservatore Tomislav Nikolic già da lui sconfitto nel 2004.
Nikolic rappresenta il Partito Progressista ma invero, a seguito di uno dei frequenti paradossi linguistici della politica balcanica, è orientato a un approccio definibile come “nazional-conservatore”, e viene dato alla pari se non leggermente in vantaggio su Tadic. Nikolic già ha fatto sapere di essere dubbioso in ordine al reale vantaggio di un’adesione rapida della Serbia all’Unione Europea e questa sua posizione, ovviamente, gli è valsa l’appoggio più o meno diretto da parte della Russia. Nikolic ha, poi, escluso qualsiasi concessione al Kosovo che, secondo lui, deve rimanere per sempre una provincia serba, cosa tra l’altro sostenuta, senza eguale convinzione e credibilità però, pure dal rivale. D’altronde Nikolic fu vice- primo ministro del governo di coalizione formato con il Partito Socialista di Slodoban Milosevic quando sedeva ancora alla presidenza serba. La sua eventuale vittoria viene vista dalle cancellerie occidentali come un’autentica iattura: è stato già annunciato l’apparentamento – tra primo e secondo turno – con il Partito Radicale di Jadranka Seselj, moglie del più celebre Vojislav, oggi detenuto all’Aja del farsesco Tribunale Penale Internazionale. Radicali che tuttavia, almeno rispetto a qualche anno fa, paiono avere delapidato buona parte del loro consenso.
Tutto lascia comunque presagire che nessuno dei due maggiori candidati alle presidenziali del sei maggio raggiungerà la metà più uno dei voti validi e quindi sarà necessario ricorrere al ballottaggio del venti maggio.
Risulta interessante anche approfondire, almeno sommariamente, la posizione dell’SPS, erede del partito di Milosevic. Dopo anni di costanti flessioni elettorali, il Partito Socialista di Ivica Dadic, attuale Ministro dell’Interno in coalizione nel governo Tadic, sembra avere recuperato notevole credibilità e consenso per diversi fattori; anzitutto per il sostegno assai critico al governo, in cui è sempre stata rimarcata una posizione più decisa ed intransigente sulla questione del Kosovo; inoltre, il grande sgretolamento del Partito Radicale ha indubbiamente indotto il riavvicinamento di parte dell’elettorato nazionalista all’SPS, oltreché, in misura probabilmente ancora maggiore, al Partito Progressista di Nikolic. Inoltre l’SPS ha dato vita ad una coalizione indipendente da Tadic costituita con due organizzazioni minori, il Partito dei Pensionati di Serbia e Serbia Unita, dall’impronta più marcatamente popolar-nazionalista.
Tuttavia pensare ai socialisti attuali come continuatori della linea di Slobodan Milosevic è abbastanza inesatto; il partito ha optato per l’adesione all’Internazionale socialista, e la sua partecipazione al governo Tadic lo ha indotto in diversi tentennamenti sia sulla questione dell’adesione all’UE che sulla ben nota vicenda del Kosovo. Almeno stando ai sondaggi, tuttavia, tale ambivalenza parrebbe premiare il partito del Ministro Dadic.
Scorgendo il programma elettorale dell’SPS, vi sono peraltro dichiarazioni in proposito non equivocabili: “Kosovo e Metohija sono parte integrante dell’identità serba. Per il Partito Socialista Serbo la Provincia Autonoma del Kosovo e Metohija è parte inseparabile della Serbia, ed occorre risolvere i problemi causati dalle forze secessioniste e dalla violenta aggressione illegale e illegittima della NATO; la dichiarazione unilaterale di indipendenza è illegittima e per lo Stato che ha il compito fondamentale difendere in ogni modo la sovranità nazionale, storica, morale e spirituale del popolo serbo e della Repubblica di Serbia. Dovremo costantemente insistere sul rispetto e l’attuazione della risoluzione del Consiglio Sicurezza delle Nazioni Unite numero 1244 del 1999, che ha riaffermato l’integrità territoriale della Serbia. In realtà, i problemi sono ancora più profondi: uno stato quasi che non viene riconosciuto membro della comunità internazionale non può considerarsi indipendente, anche alla luce della violenza continua, della ghettizzazione e dell’espulsione dei serbi e altri non-kosovari presenti nella comunità, distruggendo le loro proprietà, offendendo il loro sentimento religioso, cancellando la loro cultura ed abbattendo i loro monumenti. Rimaniamo impegnati a trovare soluzioni con mezzi pacifici e politici risorse l’interesse di tutti sulla base del diritto internazionale, con la partecipazione di Nazioni Unite, delle organizzazioni internazionali e di tutti i soggetti interessati nella comunità internazionale. Siamo consapevoli che il ritorno sull’investimento status quo ante non sarebbe una soluzione praticabile. L’SPS chiede che tutti i serbi sfollati forzosamente dal Kosovo e Metohija abbiano il permesso effettivo di ritornare alla loro case, di vedersi restituiti e ricompensati di quanto gli è stato portato via con la forza, condannando chi ha distrutto e saccheggiato le loro proprietà, per permettere loro una vita libera e pacifica e di lavoro, con la piena garanzia della sicurezza personale e patrimoniale. La secessione unilaterale e illegale è un precedente internazionale che può destabilizzare uno Stato sovrano in tutto il mondo. Dobbiamo insistere su una soluzione definitiva che sia conforme ai principi giuridici internazionali”.
Vedremo il responso del 6 maggio; saremo particolarmente attenti a registrare, in ogni caso, quanto raccoglieranno le varie forze antiatlantiste ed effettivamente interessate a difendere l’integrità territoriale della nazione serba.

















