La Serbia, un baluardo contro ogni imperialismo
Un recente sondaggio dell’istituto IPSOS commissionato dall’emittente televisiva B92, ha stabilito che in Serbia il 70% dell’opinione pubblica è assolutamente contrario all’ingresso del proprio Paese nella Nato. Il motivo principale di questa refrattarietà alla scelta di adesione all’Alleanza Atlantica è ovviamente legato al ricordo e alle ferite ancora sanguinanti della cosiddetta operazione Allied Force condotta tra il 24 marzo e il 10 giugno del 1999, quando circa mille caccia e trenta navi da guerra statunitensi, inglesi, tedeschi, francesi, italiani, turchi, norvegesi, spagnoli, portoghesi e delle altre nazioni alleate colpirono duramente Belgrado e tutta l’area esterna alla città, provocando migliaia di morti e tragedie inenarrabili ai danni del popolo serbo, danni che ancora oggi sono visibili dalle tracce drammatiche lasciate sulle giovanissime generazioni dall’utilizzo infame dell’uranio impoverito.
La perfidia di Bill Clinton, del segretario di Stato Madaleine Albright e del segretario alla Difesa William Coehn, fu mascherata dalle infamanti accuse presentate in sede Onu contro il governo serbo di Slobodan Milosevic, per le stragi che avrebbe perpetrato nei conflitti dell’ex Jugoslavia durante gli anni precedenti e per la questione del Kosovo. Nonostante il veto posto dalla Russia, la Nato dimostrò la sua natura aggressiva scavalcando l’organismo internazionale di intermediazione e proseguendo sui suoi ostinati progetti imperialisti. Smontate completamente in sede processuale, le accuse contro Milosevic si sono dissolte come neve al sole, inducendo al pentimento per gli “abusi” di indagine anche il giudice italo-svizzero Carla Del Ponte. Ma non bastò. Slobodan Milosevic passò alla storia, ufficialmente vittima di un collasso, proprio nella grigia cella del carcere de L’Aja.
Oggi, dopo anni di scontri e crisi internazionali, il Kosovo continua ad essere uno Stato illegale, guidato dal pregiudicato Hashim Thaçi, che ha dichiarato unilateralmente la sua indipendenza nel 2008 e che è fin’ora stato riconosciuto soltanto da 89 Stati sui 193 rappresentati presso l’ONU. Dall’agosto del 1999, nel cuore di questa martoriata regione strappata illegalmente alla Serbia, svetta Camp Bondsteel, la più grande base militare statunitense di tutta l’area balcanica, capace di ospitare sino a 7000 unità, numerose infrastrutture logistiche e centinaia di veicoli militari. Così, anche la regione del Kosovo ha seguito il destino della Krajna, della Slavonia e del Montenegro, strappate – fra il 1995 e il 2006 – al popolo serbo già storicamente maggioritario in queste regioni.
Ancora una volta, proprio come durante la Seconda Guerra Mondiale, i fanatismi cattolico e musulmano devastarono i Balcani e divisero gli Slavi del Sud in decine di fazioni contrapposte e in lotta fra loro. La crudeltà degli ustascia croati e dei mujaheddin bosniaci e albanesi trovò nella Nato un nuovo asse politico e militare, pronto ad usarne strumentalmente le milizie come affilatissime armi contro la Serbia.
“La popolazione serba in Kosovo dovrebbe essere cacciata il prima possibile. I coloni serbi vanno ammazzati“: così disse nel 1939 il leader fascista albanese Mustafà Kruja che, raccolte diverse divisioni delle SS bosniaco-musulmane, perpetrò una delle più tragiche pulizie etniche che la storia del Kosovo ricordi. Un simile percorso fu intrapreso dagli ustascia croati, milizie integraliste cattoliche guidate dal criminale Ante Pavelic ed utilizzate da Roma e da Berlino su pressione delle gerarchie vaticane, che tra il 1941 e il 1945 massacrarono 800 mila serbi.
Lo Stato fantoccio indipendente di Croazia e l’annessione albanese del Kosovo (e conseguentemente anche l’aumento della presenza albanese e musulmana nella regione serba) erano perciò già state la risultante storica di operazioni criminali condotte nei Balcani dall’imperialismo nazi-fascista che, falliti i tentativi di collaborazione con i nazionalisti cetnici del decaduto Regno Jugoslavo, ripiegarono ben presto su varie alleanze con tutte le etnie periferiche, da Nord (Croazia e Bosnia) a Sud (Albania). In quei quattro anni, i Serbi furono costretti a convertirsi al cattolicesimo sotto minaccia di morte: alla richiesta di fare il segno della croce, a migliaia si rifiutarono e risposero nel modo ortodosso (il segno con la mano che va da destra a sinistra, anziché da sinistra a destra), e furono torturati.
Durante queste persecuzioni i capi della Chiesa Ortodossa Serba furono i primi a soffrire e a sacrificarsi: il Vescovo Platone di Banja Luka fu ucciso in un modo incredibilmente bestiale. Assieme ad un prete ortodosso arrestato, padre Dusan Jovanovic, fu condotto al villaggio di Vrbanja, dove le loro barbe furono scavate con un coltello smussato, i loro occhi cavati, i loro nasi e orecchie tagliati, e i loro corpi ustionati con arnesi incandescenti. I loro corpi, assieme a quelli di diversi altri martiri del clero, furono gettati nel fiume Vrbanja. L’Arcivescovo Pietro Zimonic di Sarajevo minacciato dagli Ustascia del pericolo in cui si trovava replicò: “Sono il pastore del popolo, ed è mio dovere stare con la mia gente nella buona e nella cattiva sorte“. Fu arrestato e imprigionato dagli ustascia il 12 maggio 1941, ma prima fu in grado di trasmettere un messaggio ai suoi preti: “Restate nelle vostre parrocchie, e tutto quanto accade al popolo, sia pure il vostro destino“. Fu torturato e umiliato, e quindi gettato in un pozzo a morire assieme a 55 preti ortodossi. L’Arcivescovo Dositeo di Zagabria fu arrestato il 2 maggio 1941, imprigionato, picchiato e torturato in una prigione dalla polizia degli ustascia, sotto gli occhi compiaciuti di alcuni cattolici romani che prendevano parte al crimine. Anche il capo della polizia degli ustascia commentò: “Il Metropolita fu torturato così atrocemente che fu a malapena possibile metterlo sul treno per Belgrado“. Il Vescovo Sava Trlaic di Plaski (Lika) fu imprigionato il 13 giugno 1941 e torturato dentro una stalla assieme a diversi altri preti. Alla metà di agosto dello stesso anno fu condotto al monte Velebit e gettato in un burrone assieme a numerosi altri serbi. Anche il Vescovo Irenei di Dalmazia fu imprigionato e in seguito trasferito in Italia in un campo di concentramento presso Trieste. Il Vescovo Nicola Velimirovic, poi eletto santo dalla Chiesa di Belgrado, fu invece deportato dai tedeschi nel campo di concentramento di Dachau.
Il Patriarca Gabriele fu tra i primi a protestare e ad unire il popolo serbo contro italiani e tedeschi dopo il bombardamento di Belgrado dell’aprile 1941. Rifiutò la fuga dalla Serbia propostagli dai monarchi decaduti e volle condividere le sofferenze del suo popolo: il 9 maggio 1941 i nazisti lo arrestarono assieme a numerosi preti ortodossi ad Ostrog, accusandolo di furto di proprietà governative. Per decisione dei tedeschi, il sessantatreenne patriarca, fu obbligato a viaggiare quasi completamente nudo e a piedi, per un mese intero, da Ostrog a Belgrado. Si dice che al suo passaggio, i cristiani Serbi piangessero e si inginocchiassero pregando Iddio onnipotente di alleviargli le sofferenze. Molti membri del clero ortodosso e monaci furono trucidati da tedeschi, italiani, albanesi, bosniaco-musulmani e croati dinnanzi alle loro chiese e ai loro monasteri, in alcune grandi città come Krushevac, Kragujevac, Mostar e Novi Sad.
Uno dei grandi responsabili morali di questa mattanza fu il cardinale cattolico Stepinac, “guida spirituale” della Croazia di Ante Pavelic, elogiato pubblicamente dal ridicolo papa polacco Woityla durante una visita di alcuni anni fa a Zagabria, confermandone così il ruolo di agente anticomunista e antiortodosso strumentalmente eletto al soglio pontificio del Vaticano su ordine della Cia e del National Security Council (il direttore della Cia di allora, Robert Gates, ha confermato in un’intervista del 2004 i rapporti di amicizia di lunga data tra Karol Woityla e Zbigniew Brzezinski ambedue originari di Cracovia).
Lo sfaldamento territoriale della Serbia e la dispersione della comunità slava ortodossa rispondono infatti ad un obiettivo strategico inseguito da diverse potenze esterne, che ritorna continuamente nella storia. Dall’Impero Ottomano al nazi-fascismo, fino a giungere all’attuale imperialismo della Nato, i motivi principali di questo crudele divide et impera sembrano essere due:
- Ostacolare la ricomposizione effettiva della nazione e della comunità numericamente più corposa dell’intera regione balcanica (oltre 10 milioni sono gli abitanti dell’attuale Repubblica di Serbia, a cui si aggiungerebbero 1,8 milioni del Kosovo, quelli del Montenegro, quasi il 40% dei cittadini della Bosnia-Erzegovina, e gli interi territori croati della Kraijna e della Slavonia), attorno alla quale potrebbe risorgere un nuovo Stato unitario di tutti gli Slavi balcanici (Jugoslavia), non più artificialmente paritario e “ateo” come ai tempi del maresciallo Tito, bensì a guida serba e a maggioranza ortodossa.
- Indebolire la capacità politica della Serbia e bloccarne l’accesso al mare per evitare che la Russia – suo principale e tradizionale partner internazionale – possa avvantaggiarsi del rapporto privilegiato, allargando la sua sfera d’influenza all’Adriatico.
È così spiegato l’accanimento del 1999 contro il popolo serbo e il continuo persistere di un atteggiamento di sfida da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea che, non paghi dei crimini di guerra di tredici anni fa, continuano a proporre a Belgrado l’adesione all’euro e l’ingresso nella Nato, oltre a vari tentativi di indebolimento delle tradizioni e della cultura nazionale, ai quali i Serbi, però, rispondono sempre con fermezza e unità, come le manifestazioni di piazza patriottiche spesso dimostrano. Il fondamentale sostegno del Cremlino e le prossime elezioni generali (presidenziali, politiche e locali) che si terranno entro breve, condizioneranno la collocazione geopolitica di un Paese che, a distanza di tanti anni, rimane ancora fondamentale nella sua funzione antimperialista.


















Nel tuo articolo hai dimenticato la Macedonia (la dimenticano tutti :) La Macedonia è storicamente Serbia, fin dai tempi dei Nemanjic e dell’Impero Serbo di Stefan Dusan, che arrivava fino a Salonicco e anche più a sud (oggi ne rimane un lembo nel Monte Athos, dove la lingua ufficiale è ancora il serbo). La Macedonia fu ripresa nel 1913 con la 2a guerra balcanica, e da allora fu nota come “Stara Srbija – Antica Serbia” fino all’occupazione (bulgara e) albano-italiana del 1941 (nella Macedonia occidentale a maggioranza albanese sono stati compiuti gli stessi massacri del kosovo sulla popolazione slava, sotto gli occhi compiacenti degli italiani che davano ordini ai lacchè albanesi). La Macedonia è cerniera tra diverse etnie: greca, albanese, ma soprattutto serba e bulgara (prima di essere stabilmente conquistata dai Nemanjic era nell’impero bulgaro, che ne ha influenzato la lingua, un misto tra il bulgaro e il serbo). Negli anni 30 i nazionalisti macedoni del VMRO che si erano ribellati ai turchi iniziarono a ribellarsi anche ai Karadjordjevic al fine di costituire la Grande Macedonia che ricalcasse i confini della regione storica: Vardar Macedonia o Stara Srbija (attuale FYROM), Macedonia Egea (regione greca), Pirin Macedonia (bulgara) e valle di Korce (Albania). Nel 34 il VMRO collaborò con gli ustascia all’uccisione di Re Aleksandar Karadjordjevic a Marsiglia. Nel 41 parte del VMRO collaborò con gli occupanti bulgari, Tito riuscì a riprendere i macedoni nell’AVNOJ (governo de facto della Jugoslavia dal 29 novembre 1943) accordando anche ai macedoni una Repubblica all’interno della nuova (seconda) Jugoslavia, ma saggiamente non fissandone i confini. I tedeschi replicarono offrendo la creazione di uno stato fantoccio macedone che comprendesse tutta la regione storica, ma ormai nel 1944 era troppo tardi, e solo parte del VMRO restò a collaborare con gli occupanti (bulgaro-)tedeschi, altra parte entrò nel ASNOM-AVNOJ o addirittura nel SKM-SKJ (il partito comunista). A fine guerra restava il problema dei confini, la parte interna della macedonia egea (greca) fino ai quartieri periferici di Salonicco era a maggioranza slava e rivendicata dalla Jugoslavia per la Rep. di Macedonia, quella parte di Grecia fu Serbia sotto l’Impero di S. Dusan… da qui il coinvolgimento (ufficioso) della Jugo nella guerra civile greca al fianco dei comunisti greci. Ciò detto, sia come Stara Srbija o Vardarska Makedonija nella Serbia o nella prima Jugoslavia, sia come Repubblica nella seconda Jugoslavia, la Macedonia è sempre stata molto dipendente della Serbia, le relazioni tra macedoni e serbi storicamente ottime come i rapporti attuali di quelli che si definiscono serbi oggi nella FYROM con quelli che si definiscono macedoni, quando i miei amici macedoni vanno a Belgrado nessno di loro pensa di andare all’estero. Unica eccezione alcuni ultranazionalisti macedoni che vaneggiano sulla presunta “occupazione serba” passata, e alcune cazzate del ricostituito VMRO da 10 anni al governo, che ora dice i macedoni non sono slavi ma antichi macedoni dei tempi di alessandro magno (si inventano un passato che non hanno, lo sport più popolare oggi nell’ex Jugoslavia e in Albania -che è sempre Jugoslavia). Nella seconda Jugoslavia (SFRJ) nella Rep. di Macedonia al potere c’erano i macedoni o al massimo i serbi, non la minoranza albanese massicciamente presente nell’ovest. Oggi, dopo la guerra del 2001, la minoranza albanese (maggioranza nell’ovest della Macedonia, di cui rappresenta 1/4 della popolazione) è per costituzione al governo: il 1° partito etnico albanese governa col 1° partito etnico macedone. La setimana scorsa 4 ragazzi macedoni di 18-20 anni che pescavano sono stati uccisi in un agguato da albanesi, che pare si stanno rimobilitando sia in Macedonia che in Kosovo per un’altra guerra dopo quelle del 1999 (Kosovo) e 2001 (Macedonia). Sarebbe cosa buona e giusta una nuova riunificazione di Serbia e Macedonia, così gli slavi passerebbero da accerchiati ad accerchiatori. Riunificazione che immagino sarebbe benedetta dalla Chiesa ortodossa (i macedoni sono religiosissimi, molto più dei serbi, non solo è uno dei pochi strumenti di identità culturale macedone ma la religione è presentissima ad nella bellissima musica tradizionale macedone, motlo influenzata dalle liturgia bizantina – vedi le rock band Mizar o Anastasia. La recente mastodontica riqualificazione urbanistica di Skopje promossa dal VRMO, seppure molto volgarotta e ridicola (megastatua di alessandro e palazzoni con megacolonne stile partenone) ha portato una enorme nuova chiesa in quella che è divenuta la piazza principale di Skopje, e una chiesa è stata eretta anche nella turska carshija, il quartiere albanese di Skopje). Purtroppo i partiti macedoni, sia i nazionalisti filo-NATO del VMRO sia i socialdemocratici fanno schifo, tu pensa che stanno lottando da anni per entrare nella NATO, finora bloccati dal veto greco sul nome.
Nina
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