Pubblicato il: 28 aprile, 2012
Analisi / Europa | Di Fabio Falchi

La forma (geo)politica della crisi

Negli ultimi mesi i nomi dei ministri del Governo Monti sono certamente divenuti famigliari a molti italiani. Meno noto invece è quello di Marta Dassù, nominata, il 29 novembre dello scorso anno, sottosegretario al ministero degli Affari Esteri. Nondimeno, la Dassù già in passato aveva svolto un ruolo rilevante nel panorama della politica italiana, come consigliere per la politica estera dei Governi D’Alema I e II, nonché del Governo Amato II. Ma la Dassù è nota, a chi segue la politica internazionale, soprattutto per il fatto che, oltre ad essere direttore della rivista di politica estera Aspenia e membro della Trilaterale, era ( fino al novembre 2011) Direttore generale delle attività internazionali dell’Aspen Institute Italia, la cui “identità e la cui “missione” sono così descritte: «The Aspen Institute nasce negli Stati Uniti nel 1950 per iniziativa di un gruppo di intellettuali e uomini di affari americani convinti della necessità di rilanciare il dialogo, la conoscenza e i valori umanistici in una realtà geopolitica internazionale complessa e in evoluzione, appena uscita dalla devastante esperienza della Seconda Guerra Mondiale. In Italia l’Istituto inizia la propria attività nel 1984 con una forte caratterizzazione transatlantica, oggi ancora ugualmente molto presente [...] La missione di Aspen Institute Italia è l’internazionalizzazione della leadership imprenditoriale, politica e culturale del Paese»(1).
Se però è lecito mettere in dubbio, senza essere per questo considerati dei “nemici dell’umanità”, che degli uomini di affari americani fossero (o siano) interessati al dialogo e ai valori umanistici, non è invece possibile negare che nominando la Dassù sottosegretario agli Esteri, Monti abbia compiuto una scelta politica, piuttosto che “tecnica”. Una scelta perfettamente in linea con la nomina, alla Difesa, dell’ammiraglio Di Paola e, agli Esteri, di Giulio Terzi di Sant’Agata, ossia, rispettivamente, i rappresentanti, nell’attuale “Governo salva-Italia”, degli interessi della Nato e di Israele – sì che qualcuno potrebbe aggiungere, forse senza esagerare, che si tratta pure di scelte perfettamente in linea con lo “spirito” dell’otto settembre 1943.
Ma è proprio la nomina della Dassù che, a nostro giudizio, è particolarmente significativa, dato che fa comprendere qual è “strategia” (le virgolette sono obbligatorie in questo caso) del Governo Monti. Infatti, la maggior parte dei giudizi critici su Monti che si possono leggere sul web paiono dar troppo peso a questioni personali (Monti “targato” Goldman Sachs, Monti membro della Triaterale e dell’Aspen Institute etc.) e trascurare invece che Monti – come in generale i tecnocrati “europeisti” (inclusi Draghi, Amato, Prodi, Ciampi, Padoa Schioppa e altri illustri “esperti”) – è “prigioniero” (secondo ovviamente il nostro punto di vista) di un sistema di pensiero e di interessi che non può non vedere nella difesa dei “mercati sovrani” la difesa stessa dei valori dell’Occidente. Ovverosia l’unica cosa che veramente rilevi, per chi condivide una tale concezione, è la costruzione degli Stati Uniti d’Europa o, per meglio intendersi, l’americanizzazione del Vecchio Continente, senza se e senza ma. E questo è tanto più rilevante quanto più le tensioni internazionali e la crisi economica minacciano le fondamenta stesse di un’Unione Europea, che ormai altro non è se non una gigantesca macchina tecnoburocratica, legata a doppio filo a centri di potere d’Oltreoceano.
Sotto questo aspetto, veramente decisiva appare allora la “questione tedesca”, come la stessa Dassù, nell’articolo La guerra dell’euro(2), ha messo assai bene in luce. Scrive la direttrice di Aspenia: «La gestione tedesca della crisi del debito sovrano impone ai paesi in deficit maggiori vincoli [...]senza offrire abbastanza quanto a solidarietà fiscale. La conseguenza è che la “dittatura del creditore”, nell’area euro, finisce per essere una ricetta recessiva [sic!]. Cosa che non permetterà di ridurre il debito neanche con una overdose rigorista. Secondo le tesi ottimistiche, una volta rassicurata sulla credibilità di Grecia, Spagna e Italia, la Germania sarà più disponibile a fare dei passi verso un’unione fiscale: quella di cui avremmo bisogno»(3). Insomma, la Dassù si rende pienamente conto che occorrono la stabilità finanziaria e il rigore di bilancio per indurre la Germania ad accettare che la BCE divenga il “prestatore di ultima istanza” e una autentica Banca Centrale (e, in definitiva, è quel che sostiene anche Soros). Anche se ciò comporterà con ogni probabilità una modifica dei diritti di voto nel Board della BCE per dare alla Germania una sorta di potere di veto, non vi sarebbero altre modi per far sì che l’euro possa funzionare consentendo all’Unione Europea di evitare il pericolo di una grave recessione, le cui conseguenze non sono affatto prevedibili.
Naturalmente la Dassù si mostra anche preoccupata per l’Italia in quanto ella ritiene che, posto che vi è «differenza fra la cessione/condivisione e la perdita pura e semplice di sovranità nazionale»(4), il nostro Paese possa restare ai margini di un’Europa che starebbe rapidamente cambiando. Ma, anche ammesso e non concesso che la Dassù abbia veramente a cuore la sovranità nazionale dell’Italia, il merito dell’articolo consiste nell’aver chiaramente evidenziato che, se da un lato le misure che si devono prendere favoriscono la recessione, dall’altro sono necessarie per saldare la Germania all’Atlantico. La crisi dei debiti sovrani, spiega la Dassù. deve essere risolta sia facendo gli interessi dei “mercati” (il che – lo si dovrà concedere – non può non essere incompatibile con una vera sovranità nazionale), sia “incastonando” definitivamente la Germania in una architettura istituzionale “euro-americana”.
Del resto, che il vero problema da risolvere per gli atlantisti sia quello di impedire che la Germania si decida a dar vita ad un nuova (e pericolosissima per i gruppi dominanti occidentali) Ostpolitik, è confermato anche da altre analisi geopolitiche, tra cui quella (davvero notevole) del direttore di Sratfor, George Friedman, sulla strategia della Germania(5). Ma perfino sul Corsera è apparso recentemente un articolo, a firma di Danilo Taino, intitolato Il sesto BRICS del mondo? Si chiama Germania(6). Ed è anche noto che i membri di questo gruppo, fino a poco tempo fa sottovalutato in Occidente, nel recente summit di Nuova Delhi, oltre a ribadire il loro appoggio all’Iran – da cui la Cina importa ingenti quantità di petrolio – si sono accordati per un nuovo sistema di pagamenti, di modo che, nel medio-lungo periodo, gli scambi tra questi Paesi possano basarsi solo sulle valute nazionali, anziché sul dollaro.
E’ logico quindi che il nostro “Commissario tecnico” non solo conosca tali analisi, ma le condivida, tanto da chiamare la Dassù a far parte della squadra del Governo. In sostanza, Mario Monti – al di là della retorica e delle dichiarazioni pubbliche (che non hanno altro scopo se non quello di tranquillizzare l’opinione pubblica) – sa benissimo che (come sostengono la Corte dei Conti, economisti, imprenditori e così via) il rigore e la pressione fiscale eccessiva non favoriscono la crescita e possono invece far precipitare il nostro Paese nel baratro della recessione. Ma, proprio come afferma la Dassù, è il prezzo che si deve pagare se si vuole salvare il sistema finanziario internazionale (che è fondato, appunto, sull’egemonia del dollaro) e l’Unione Europea. Dato però che più il tempo passa e più difficile diventa conseguire questo obiettivo, è naturale che si diffonda il timore che la resistenza opposta dalla Germania a mutare il ruolo della BCE (e così “accontentare”, almeno temporaneamente, i “mercati”, e rendere disponibili risorse per lo sviluppo) possa far collassare Eurolandia.
Il fatto è che la “questione tedesca” è quasi impossibile risolverla, proprio perché è connessa sia alla crisi finanziaria sia alla crisi geopolitica (crisi che sono pure connesse tra di loro), ovvero in quanto è dipendente da una serie di fattori politici, economici e finanche storici e culturali che nessuna analisi meramente “tecnica” (o, se si preferisce, “economicistica”) è in grado di comprendere e/o spiegare. Inoltre, è impossibile non tener conto dei costi sociali e delle reazioni che può generare una politica che miri alla liquidazione del Welfare, che comprima il reddito delle famiglie e che faccia pure aumentare il tasso di disoccupazione. Non meraviglia perciò che, senza dimenticare che l’ Argentina e l’Islanda si sono ribellate ai diktat dei “mercati”, anche in vari Paesi europei vada montando la protesta contro i “mercati” e contro l’Unione Europea. Non a caso, è stato proprio Monti, addirittura prima di diventare Presidente del Consiglio, ad ammonire Berlusconi a non cercare di cavalcare il malcontento popolare nei confronti di Eurolandia.
Al riguardo, però si commetterebbe un grave errore, fondandosi sul fatto che in Europa non vi è nessun movimento politico che abbia preso il posto dei movimenti socialisti o popolari che hanno caratterizzato la storia del Novecento, se si demonizzasse o si sottovalutasse la svolta politica dell’Ungheria (determinata, tra l’altro, a limitare fortemente l’autonomia della propria Banca Centrale, nonostante l’opposizione dell’UE e del FMI) o il risultato elettorale del FN della Le Pen, che critica apertamente Eurolandia (ma pure Jean-Luc Mélenchon, con tutte le sue contraddizioni, si può, in un certo senso, annoverare tra gli euroscettici). E’ vero che la mancanza di un soggetto antagonista politicamente “maturo”e radicato nel territorio lascia indubbiamente ampi margini di azione ai tecnocrati e agli strateghi del “finanzcapitalismo”. Ma (indipendentemente dai giudizi che si possono esprimere riguardo all’Ungheria e al FN – e ovviamente chi, come noi, difende le ragioni dell’eurasiatismo contro l’atlantismo, non può non condannare ogni forma di xenofobia e di sciovinismo, nonché qualsiasi “cedimento” nei confronti del sionismo) è pur vero che la protesta populista e/o “sovranista”, per quanto “confusa” e pressappochista possa essere, è segno che non sarà facile costringere gli europei a sottomettersi alle decisioni dei “mercati” – il cui agire strategico non è affatto esente da “deficit cognitivo”, né è così razionale come ingenuamente molti ritengono.
Comunque sia, la struttura capitalistica occidentale, lungi dall’essere un monolito, si fonda anche sul conflitto tra i gruppi (sub)dominanti e sul conflitto geopolitico. Conflitti che sono a fondamento della “crisi di sistema” che caratterizza l’attuale fase storica. Per questo motivo, si deve pure ammettere che anche un soggetto politico antagonista non solo non potrebbe “superare” la società di mercato, ma nemmeno potrebbe “ri-formarla” senza essere esso stesso un attore (geo)strategico. La lotta politica oggi si svolge contemporaneamente su diversi piani: economico, finanziario, sociale e geopolitico. E saper cogliere le relazioni che sussistono tra questi diversi piani è essenziale per qualunque attore politico, compresi coloro che vogliono difendere gli interessi dei popoli europei. Tuttavia, non è possibile non riconoscere che sono soprattutto i “mercati” ad averlo capito (ovviamente non tutti i tecnocrati altri agenti del capitale, ma anzi solo una ristretta minoranza di loro), dacché la stragrande maggior parte degli europei è incapace di liberasi di paradigmi ideologici obsoleti.
In questa prospettiva, sembra allora che soltanto le “contraddizioni” della forma del capitale e gli squilibri geopolitici possano far comprendere la necessità di un mutamento di paradigma prima che sia troppo tardi per impedire che i popoli europei diventino i “sudditi” degli Stati Uniti d’Europa. Il che potrebbe (forse) andare bene per i ceti sociali più abbienti, ma per i ceti popolari e in buona misura anche per i ceti medi sarebbe una vera e propria “catastrofe” (e in ogni caso sarebbe una “catastrofe” culturale per l’intera Europa continentale). Ma è indubbio che (come se è cercato di mostrare) il futuro dell’Europa dipenderà anche dalle scelte che farà (e non potrà non fare) la Germania. Scelte che però si potranno definire veramente strategiche se la Germania terrà conto dell’inevitabile rapporto che esiste tra economia e politica e di conseguenza tra la potenza geoeconomica e la potenza geopolitica, e soprattutto se saprà trarre dalla sua storia la forza per ragionare in un’ottica continentale piuttosto che atlantista.
D’altra parte, è palese che la Germania pare essere convinta della necessità di rimanere in Eurolandia, pur continuando a fare affari con i BRICS. Eppure ben difficilmente questo potrà essere tollerato dai “mercati” e non solo per ragioni economiche. Lo stesso “scudo antimissile” che gli americani vogliono costruire nell’Europa Orientale in realtà è una sorta di “lancia a due punte”: una rivolta verso Est (in specie contro la Russia), l’altra verso Ovest. Né è una novità che l’aggressione contro la Serbia (favorita pure dalla “miopia” geostrategica della Germania, che contribuì alla dissoluzione della Iugoslavia) aveva come scopo di contrastare l’influenza della Germania nei Balcani e di dare la possibilità agli Usa di mettere stabilmente le tende nella regione. Decidersi allora per l’Europa significherebbe per la Germania non voltare le spalle ai BRICS in cambio di maggior potere nel Board della BCE, ma usare questo potere per diventare la locomotiva economica e politica di un’Europa che dovrebbe promuovere un’alternativa multipolare, crescendo e sviluppandosi proprio insieme con i BRICS. Solo in tal modo, a nostro avviso, sì potrebbero abolire quei meccanismi che rendono impossibile perfino battersi per una maggiore giustizia sociale (al punto che, anche nell’ipotesi che Eurolandia dovesse superare rapidamente la crisi economica, la crescita riguarderebbe principalmente il 10/20% della popolazione, mentre le condizioni di vita della maggior parte degli europei non potrebbero non peggiorare). Certo, è indubbio che attualmente non vi siano le condizioni perché possa verificarsi un mutamento dell’orientamento strategico dell’Europa continentale (anche se è proprio la geopolitica a mostrare la necessità di un tale mutamento, qualora si voglia tutelare la “sovranità continentale” nonché il “ben-essere” dei popoli europei). Quel che però ci preme sottolineare è che si tratta di condizioni politiche. Ed è proprio questo aggettivo (“politiche”) che fa la differenza. Vale a dire che queste condizioni non sono piovute dal cielo, ma sono il risultato di ben precise scelte strategiche. Esserne consapevoli non equivale a mutarle, ma a farle apparire per quello che veramente sono, senza lasciarsi ingannare né da chi pretende che la storia sia finita, né da chi racconta la favola postmoderna secondo cui le “moltitudini” trarrebbero vantaggio dalla mondializzazione atlantista.


Note:
(1) http://www.aspeninstitute.it/istituto/identita-e-missione
(2) http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/la-guerra-delleuro
(3) Ibidem.
(4) Ibidem.
(5) http://www.eurasia-rivista.org/la-strategia-della-germania/14511/
(6) Danio Taino, Il sesto BRICS del mondo? Si chiama Germania., “Corriere della Sera”, 24/04/2012, p. 7

La forma (geo)politica della crisi