Stato&Potenza a Mosca per parlare di multipolarismo e trasformazioni internazionali
Il 25 e 26 aprile scorso, due redattori del nostro giornale multimediale e rappresentanti dell’omonimo movimento politico, hanno partecipato all’incontro seminariale dal titolo “Teoria di un Mondo Multipolare”, organizzato presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Stato di Mosca dal centro di studi e ricerca guidato dal Professor Aleksandr Dugin.
Marco Costa e Stefano Bonilauri, accompagnati dal collega e corrispondente della rivista Eurasia presso Mosca, Antonio Grego, hanno così potuto presentare la nostra realtà presso questo importante consesso internazionale che ha annoverato la partecipazione di diversi studiosi in ambito geopolitico e sociologico e di diversi rappresentanti consolari e d’Ambasciata cinesi, iraniani, bielorussi e così via.
La presenza della nostra delegazione in Russia, è stata anche un proficua possibilità per intessere ulteriori rapporti di amicizia e collaborazione con rappresentanti politici ed accademici stranieri, che illustreremo e annunceremo ufficialmente entro i prossimi cinque giorni.
Proponiamo di seguito l’intervento della nostra delegazione durante i lavori del primo giorno, dedicati alla presentazione degli ospiti internazionali, al quale sono poi seguiti i lavori della seconda giornata, durante cui Stefano Bonilauri ha descritto la situazione politica in Siria, alla luce del suo viaggio del novembre scorso, e Marco Costa ha svolto una disamina sulla condizione dei mezzi di comunicazione in Italia evidenziando le grandi difficoltà che realtà di contrasto all’imperialismo e all’atlantismo, come la nostra, incontrano quotidianamente, tra tentativi di boicottaggio e censura.
In un panorama come quello italiano, è per noi difficilissimo agire e promuovere le nostre pur numerose iniziative. Come sapete, il Ministero per la Difesa italiano e l’Esercito italiano sono integrati nel comando strategico della Nato sin dal 1949, anno della sua fondazione, e da allora la politica nazionale è stata completamente condizionata, e spesso persino vincolata, alle volontà di Washington e di Londra. Per almeno cinquanta anni, pochi furono i margini di critica e molto ridotte furono le speranze di beneficiare di un’autonomia di inchiesta e di analisi, speranze unicamente riposte sull’anomala e singolare presenza del Partito Comunista più grande e numeroso in tutto il mondo occidentale. Col tempo, però, quelle vacue speranze furono rapidamente vanificate da un progressivo cambiamento di campo dei comunisti italiani, dalla loro adesione massiccia all’euro-comunismo (un progetto della Cia per depotenziare i contatti con l’Unione Sovietica), sino a trasformarsi e riciclarsi negli anni Novanta, all’interno del più atlantista partito di centro-sinistra della storia italiana. Non è un caso che se l’ex premier Silvio Berlusconi ebbe alcune esitazioni e diversi dubbi prima di assecondare le richieste statunitensi, britanniche e francesi di partecipare alle operazioni militari contro la Libia di Gheddafi, il Partito Democratico – opposizione post-comunista e social-democratica – fu tra i primi a chiedere l’intervento immediato.
Non sarà difficile dunque comprendere, in quale scenario siamo costretti a muoverci: un Paese culturalmente devastato dal liberalismo, oggi semplicemente suddiviso in una “destra” e in una “sinistra”. Presentato come cura ai mali della corruzione della Prima Repubblica (1948-1992), il liberalismo totalizzante trionfò definitivamente nel 1992, a seguito dell’inchiesta giudiziaria di ‘Mani Pulite’, un’operazione teleguidata da Washington che portò alla cancellazione quasi completa della classe dirigente precedente e alla distruzione delle aziende di Stato e del sistema delle partecipazioni pubbliche all’impresa. Il mito ultra-liberista del nuovo mondo unipolare, il mito della capacità di auto-regolamentazione dei mercati, veniva così imposto come un dogma sul nostro Paese, che in pochi anni perse moltissime delle sue aziende di punta, assorbite da gruppi economici anglo-americani attraverso processi di privatizzazione e liberalizzazione che assunsero le sembianze di una svendita controllata. Una situazione analoga è quella che il nostro Paese sta vivendo oggi: dopo la crisi finanziaria, la nostra economia non è mai stata in grado di risollevarsi, a causa di un enorme debito pubblico accumulato dagli anni precedenti e dal progressivo indebolimento strategico dell’Italia nel corso degli anni Novanta.
La soluzione studiata dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dall’Unione Europea è stata quella di favorire una transizione telecomandata, che ha visto l’imposizione di un governo di cosiddetti tecnici con la regia del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, un altro ex-comunista passato, già dalla fine degli anni Settanta, nel campo atlantista. Il nuovo premier Mario Monti è stato presidente della sezione europea della Commissione Trilaterale, commissario dell’Unione Europea e international advisor di Goldman-Sachs, il nuovo ministro della Difesa è l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, membro del comando generale della Nato, mentre il nuovo ministro degli Esteri è Giulio Terzi di Sant’Agata, ex ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti e in Israele. Basta questo per comprendere quali siano le tendenze politiche e strategiche del nuovo governo tecnico che sta guidando il Paese, senza alcun mandato elettorale.
Il dissenso sociale nel Paese aumenta giorno dopo giorno e questo potrebbe in prospettiva favorire la nostra attività editoriale e pubblicistica.
Resta, in ogni caso, fortissima una grande ostilità mediatica verso le voci critiche soprattutto per quanto concerne i principali temi della politica internazionale. Malgrado in Italia esistano almeno quattro riviste cartacee e numerose altre testate virtuali dedicate al tema della geopolitica, nelle televisioni e nei principali quotidiani nazionali il dibattito è quasi totalmente assente, e viene trattato soltanto in modo qualunquista e superficiale, cioè a partire dalle menzogne della propaganda di Washington. Attraverso autofinanziamenti e diversi sacrifici, cerchiamo di portare avanti con dignità e professionalità le nostre attività, consapevoli della netta sproporzione nei mezzi rispetto alle elite culturali e politiche dominanti. L’odierno ordine internazionale è la risultante di due grandi eventi degli anni Novanta: la contro-rivoluzione liberale e capitalistica in Unione Sovietica e la creazione di un sistema monetario e di un mercato comune nell’Unione Europea. Questi due processi simultanei hanno rafforzato l’Alleanza Atlantica rispetto a prima, a seguito dell’espansione della potenza strategica nord-americana verso l’Europa dell’Est, dal Mar Baltico ai Balcani, e a seguito della stabilizzazione capitalistica dello spazio geopolitico europeo, la cui importanza è spesso stata ribadita da Zbigniew Brzezinski nelle sue pubblicazioni. Il declino del Patto di Varsavia e l’indebolimento geostrategico della Russia hanno fatto il resto. Al giorno d’oggi, l’Unione Europea sta pagando il terribile prezzo della sua dipendenza militare ed economica dagli Stati Uniti: in Italia, in Grecia, in Spagna e in Portogallo, i lavoratori e le piccole imprese stanno per essere totalmente devastati a causa della crisi finanziaria e delle nuove drastiche misure economiche, e le soluzioni adottate dall’elite decisionale di Bruxelles sono completamente finalizzate a fornire un aiuto finanziario al settore bancario privato. Tutto questo è assurdo perché pare proprio che si voglia regalare un premio a quel settore responsabile della crisi finanziaria dovuta alla speculazione e ai titoli derivati. Nel frattempo, i nostri Paesi continuano a spendere denaro statale per fornire il nostro supporto militare alle missioni imperialiste decise da Washington e da Londra. La situazione che stiamo vivendo è un esempio lampante dell’elevata capacità del capitalismo di riprodursi nello spazio e nel tempo, mostrando come un certo ottimismo e dogmatismo marxista fosse sballato. Il capitalismo non ha mai vissuto una sua fase finale di decadenza, e non può essere distrutto a partire da sé stesso, ma soltanto con la forza politica e militare di un partito e di un esercito, cioè a partire dalla costruzione del socialismo in un Paese potente. Tuttavia, per un certo verso, questa intuizione di Marx può essere vista come una previsione realista: il capitalismo potrebbe in ogni caso costruire le basi per la sua distruzione. La globalizzazione ha mostrato due facce: una (la peggiore) è quella relativa all’intenzione violenta di espandere la sfera egemonica statunitense in tutto il resto del pianeta, ma l’altra ha invece innescato una distribuzione internazionale di nuove tecnologie e nuove capacità economiche. Questa rapida modernizzazione potrebbe senza dubbio rappresentare un vantaggio per i sistemi nazionali emergenti come la Cina, l’India, il Pakistan e il Brasile. Questo potrebbe provocare un cambiamento e creare i presupposti per costruire un mondo multipolare. Il primo effetto di questo cambiamento sarà senz’altro l’innesco di un meccanismo di distruzione dell’imperialismo, perché il capitalismo nella sua fase massima di espansione non è solo una “divisione del lavoro” ma anche e soprattutto una “divisione del mondo” in zone di influenza e/o di conquista. 
Se in questi ultimi anni si è confermata l’ipotesi schmittiana della formazione di “grandi spazi”, intermedi tra lo Stato mondiale e i singoli Paesi, si è anche assistito, oltre alla “rinascita” della Russia dopo gli anni bui dell’era Eltsin, al consolidamento ed al rafforzamento di Stati nazione quali, ad esempio, la Cina, l’India, l’Iran, la Turchia ed il Brasile; ossia ad un fenomeno storico che pare problematico definire “semplicemente” come una “specie di occidentalizzazione”. Ché sarebbe una definizione – al di là della relazione tra modernizzazione e “occidentalizzazione” e di quella tra modernità e post-modernità, o, in altre parole, al di là dei problemi concernenti l’essenza di quel che si intende per “Occidente” – certo assai poco convincente sotto l’aspetto politico; e non solo politico, giacché ciascuna di queste “resistenze” nei confronti del mercato globale è anche il “pro-dotto” di un determinato “sub-stratum culturale” che, nonostante le molteplici fratture che contrassegnano ogni tradizione, continua a condizionare la lotta politica e sociale.
L’imperialismo statunitense è d’altronde qualche cosa di molto particolare: è una forma di dominio molto diversa dal vecchio colonialismo europeo se pensiamo alla sua strategia di espansione, ma comunque è un tentativo di dominare il mondo in una maniera molto sofisticata. In un certo senso, guardando al dominio e alla grande influenza esercitata dalla cultura occidentale, dovremmo dire che il sistema anglo-americano ha vinto. Ma, come asserì Samuel Huntington, questa lettura della realtà ha rappresentato un’illusione per tutte le classi dirigenti della Casa Bianca sino dal 1992, poiché questa subdola diffusione di cultura, film, cibo e così via da parte degli statunitensi non garantisce assolutamente la costruzione di un sistema di dominazione globale. Nel suo celebre saggio “Lo Scontro delle Civiltà”, egli fece esplicito riferimento ai fenomeni ottocenteschi del “Wakon-Yosai” giapponese e del “Ty-Jong” cinese quali principi di modernizzazione tecnica senza alcuna occidentalizzazione. Il presidente della Repubblica Popolare Hu Jintao ha recentemente espresso la sua intenzione di preservare le tradizioni cinesi, e di difenderle da qualunque pericolosa influenza culturale occidentale. Le culture non-occidentali possono dunque seguire tre “percorsi”: uno è la preservazione dell’identità culturale originaria durante una fase di modernizzazione, come Hu Jintao ha affermato di voler fare, un secondo è quello che impone una totale chiusura a qualunque elemento di modernizzazione (ad esempio i movimenti dell’estremismo islamico o i gruppi linbiaoisti) e l’ultimo è qualcosa di analogo al modello kemalista turco, ossia una modernizzazione inclusiva di occidentalizzazione. Riteniamo che il primo percorso – modernizzazione senza occidentalizzazione – potrebbe essere la chiave di volta di un ordine multipolare e l’inizio della fine dell’imperialismo. Le altre due tipologie di percorso sono destinate al fallimento e a rendere, in modi differenti, il capitalismo più solido: non è un caso che l’imperialismo nord-americano controlli sia la strategia neo-ottomana della Turchia nel quadro della “primavera araba” sia i movimenti politici e/o religiosi estremisti in Medio Oriente e in Tibet. Washington deve contenere ogni possibile competitore globale emergente, e diffondere caos e povertà vicino ai suoi confini: differenti ridicole forme di ecologismo e talune ideologie reazionarie a carattere religioso promosse nelle regioni non-occidentali del globo, possono costituire delle armi potentissime per il controllo e il dominio statunitense, così come una deflagrazione ultra-nazionalista in più vasti e solidi spazi geopolitici.
In generale tutto dipenderà dalla forza strategica e tecnologica che ogni Paese avrà a disposizione. La Russia e la Cina sono al momento i primi due competitori internazionali degli Stati Uniti. La Repubblica Popolare Cinese ha di certo un sistema politico più solido di quello federale russo, basato su una forma di governo comunista e patriottica di vecchio stampo con un’importante e determinante politica indirizzata ad un’accorta e responsabile apertura verso il mercato internazionale che garantisce al Paese uno sviluppo sociale e tecnologico di alto-livello. Anche se l’approccio internazionale cinese è ancora basato sul vecchio principio della “non-ingerenza” negli affari interni altrui fissato a Bandung da Zhou Enlai, Pechino sta sviluppando una strategia globale per contenere il comportamento aggressivo dell’Alleanza Nato. Probabilmente vedremo una sorta di Guerra Fredda in Africa molto presto. In un certo senso l’abbiamo già vista, ma in Libia e in Sudan la posizione cinese era ancora troppo debole per poter contrapporre una strategia di “risposta” alle manovre imperialiste delle potenze occidentali. Ad ogni modo, sia la Russia che la Cina sono le sole potenze mondiali non-occidentali, sono membri a pieno titolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, possiedono arsenali atomici e una fortissima industria della difesa, e soprattutto la Russia può pianificare una strategia molto forte: la Federazione Russa possiede le più grandi riserve di petrolio e di gas naturale del mondo, e alcune tra le più rilevanti riserve di carbone, ferro, uranio e altri minerali preziosi. La caduta dell’Unione Sovietica fu un evento catastrofico non solo per il suo significato strettamente politico ma anche per le sue ripercussioni di carattere geopolitico.
Lo spazio strategico della Russia deve essere immediatamente ricostruito e il presidente Putin deve accelerare il progetto per la costruzione di un’Unione Eurasiatica. Senza i suoi naturali corridoi verso Sud e verso Ovest (Asia Centrale, Bielorussia e Ucraina), la Russia non può esprimere appieno il suo effettivo potenziale.
Tuttavia, qual’ora quest’ordine multipolare dovesse realizzarsi non produrrà – e ne siamo consapevoli – automaticamente la fine dell’imperialismo e l’inizio di un nuovo ordine internazionale o di un’era pacifica. La nascita di un ordine multipolare comporterà sicuramente l’inizio di una grande guerra globale, composta da molte guerre regionali, in regioni come l’Africa settentrionale e centrale, il Medio Oriente e l’Asia sud-occidentale. Sebbene la Guerra Fredda sia finita, siamo ancora in piena era storica nucleare e per la prima volta ci troveremo davanti ad un assetto multipolare gestito da potenze nucleari. L’ultimo assetto multipolare si presentò negli anni Trenta, dopo il declino del dominio britannico. Il risultato fu una terribile sfida inter-imperialistica tra il Patto d’Acciaio e l’Alleanza Occidentale, e un’orrenda aggressione ai danni dell’URSS. Sino al maggio del 1945, non c’erano eserciti con capacità nucleari. Quando gli Stati Uniti ordirono quel crimine nucleare contro il Giappone volevano inviare un messaggio a Mosca: “Possiamo distruggervi tutti”. Stalin andò nel panico in un primo momento, e fece tutto quanto fosse nelle proprie possibilità per difendere la nazione dalla follia dell’imperialismo statunitense. Il piano difensivo approntato dai Sovietici avvio ufficialmente la Guerra Fredda e innescò la cosiddetta era della Mutual Assured Destruction. Attualmente, ci sono nove nazioni con capacità militari nucleari in tutto il mondo: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Israele, Russia, Cina, India, Pakistan e Corea del Nord. Quattro di loro sono alleate nella Nato o comunque nell’ambito di accordi occidentali, e cinque sono alleate nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai o in altri accordi di partenariato con la Russia e la Cina. È ovvio che nessuna di loro muoverà guerra contro l’altra con un primo colpo suicida, perciò è legittimo presumere che tutti futuri conflitti tra queste nove nazioni saranno combattuti con armi convenzionali, soprattutto integrazioni di alta-tecnologia e sistemi ICT (Information&Communication Technologies), e tutti questi conflitti avverranno nelle aree meno sviluppate dove i reciproci interessi entrano in rotta di collisione.
Come anticipato in apertura di questo documento, l’Italia si trova in una situazione molto difficile oggi. Dopo l’ultimo cambio di regime, abbiamo un governo composto da un ex funzionario della Goldman-Sachs ed ex dirigente della Commissione Trilaterale come primo ministro, un membro della Nato come ministro della Difesa, e l’ex Ambasciatore italiano presso Israele e gli Stati Uniti come ministro degli Esteri. È abbastanza per comprendere come questo “governo tecnico” sia in realtà un insieme di personale scelto tra le strutture militari, finanziarie e politiche dell’Alleanza Atlantica. Socialmente stiamo peggiorando ogni giorno di più: questa classe dirigente sta distruggendo tutte le conquiste ottenute dai lavoratori italiani negli anni Cinquanta e Sessanta. La
disoccupazione e la sottoccupazione sono quasi la sola prospettiva per i giovani, e abbiamo perso tutte le nostre possibilità di riconquistare persino qualcosa di simile a un’autonomia o a una sovranità. La Guerra di Libia ha rappresentato una svolta negativa in tal senso. Anche se non condivisibile sul piano politico, dobbiamo prendere atto che con il governo Berlusconi l’Italia era il primo alleato della Russia di Putin e della Libia di Gheddafi. La nostra compagnia gas-petrolifera ENI in quegli anni ha potuto avviare una cooperazione con i governi russo e libico, quale mai si era vista fino a prima. Il nostro Paese è una sorta di ponte all’interno del Mar Mediterraneo, proprio di fronte al Nord Africa e al Medio Oriente, così che l’Italia può pienamente considerarsi una specie di portaerei per la Nato, proprio in virtù della sua posizione geografica. Abbiamo più di cento tra base e installazioni degli Usa o della Nato nel nostro Paese sin dai tempi della Guerra Fredda, e quasi tutte le aggressioni dell’Alleanza Atlantica degli ultimi anni sono partite principalmente da qui: la prima Guerra del Golfo, la Guerra di Serbia, la guerra in Afghanistan, la seconda Guerra del Golfo e la Guerra di Libia. Siamo stati costretti a perdere tutti i nostri vantaggi strategici ed economici, per andare in guerra contro un Paese amico, un popolo fraterno come quello libico, soltanto perché le potenze nucleari nord-atlantiche (Usa, Gran Bretagna e Francia) hanno deciso così.
Con un altro governo e con un’altra classe dirigente, potremmo giocare un ruolo estremamente importante per incrementare la collaborazione tra i Paesi arabi e l’Europa, e per difendere la pace e la stabilità sociale nei Balcani o in Siria. Fernand Braudel si riferiva al Mediterraneo come ad un’economia-mondo, ad un sistema autonomo sul piano culturale, economico e politico, che per secoli ha incarnato una vera e propria forma di civiltà, pur nelle differenze e nelle diverse fasi del suo corso storico. L’esempio di Roma, al di là degli avventati parallelismi di comparazione in voga in Occidente, e delle sue istituzioni, rappresenta ancora oggi l’insieme dei fondamenti del diritto, della politica e dell’amministrazione: un modello che ha saputo trarre un’importantissima lezione dalla Grecità, e che ha viaggiato, migliorandosi, nel tempo passando per Costantinopoli, dove ha regnato lungamente l’armonia bizantina, e per Mosca, centro politico di un Impero divenuto da almeno tre secoli fondamentale nella composizione del campo dei rapporti di forza internazionali.
L’Italia però pare aver purtroppo dimenticato il suo grande patrimonio storico, politico e culturale, e giace in una condizione di bassezza morale, politica e sociale senza precedenti. Il terreno di decadenza sul quale gli Stati Uniti ed il loro modello “culturale” hanno trovato scarsa resistenza socio-culturale è quello costituito dall’atavica frammentazione politica e geografica del popolo italiano, unito da tradizioni letterarie, e da nettissime affinità culturali e linguistiche, ma tristemente diviso al suo interno da sperequazioni economiche e produttive tra Nord, Centro e Sud, evidenti da fenomeni secessionisti come quello incarnato per vent’anni dalla Lega Nord o da fenomeni malavitosi come quello, purtroppo radicato, della mafia.
Il tessuto economico moderno del nostro Paese è formato dalla piccola e media impresa, a volte responsabile di tristi episodi di sfruttamento del lavoro in nero ma spesso danneggiata dalla grande azienda e dagli interessi delle grandi famiglie industriali come gli Agnelli della FIAT, i Pirelli (pneumatici) o i Benetton (abbigliamento), tutte legate a lobby economiche internazionali. Ogni anno lo Stato fornisce a gran parte di queste aziende diversi incentivi pubblici che vengono puntualmente ingurgitati da manager senza scrupoli come Marchionne o Montezemolo, che non restituiscono nulla di quanto preso dal governo centrale e che possono permettersi di sbagliare investimenti e politiche imprenditoriali senza che nessuno ne valuti l’operato. Dopo la recente rimozione delle tutele fornite dall’articolo 18 del nostro Statuto dei Lavoratori del 1970, oggi in Italia è addirittura possibile licenziare anche senza un valido motivo aziendale. In caso di licenziamento privo di giusta causa, sarà il giudice a decidere, ma nella gran parte dei casi il sistema giudiziario darà ovviamente ragione alla dirigenza dell’impresa e, comunque, tranne rari e improbabili casi, non è previsto alcun reintegro del lavoratore in azienda. Stesso cinismo è mostrato dalle banche italiane, che non forniscono più alcun credito alle piccole aziende né mutui per l’acquisto di un’abitazione, se non a tassi di interesse variabili e vincoli economici, impossibili da sostenere alla luce del nuovo costo della vita.
Decine di operai, piccoli imprenditori e piccoli commercianti, oberati dai debiti o dalla progressiva incapacità di provvedere alle necessità familiari, si stanno suicidando e migliaia stanno perdendo il proprio posto di lavoro, la disoccupazione giovanile è arrivata al 36% mentre i nuovi tagli decisi dal governo stanno colpendo principalmente il pubblico impiego e i pensionati. I grandi stipendi manageriali e i grandi patrimoni non sono stati minimamente toccati, e tutti i controlli fiscali operati negli ultimi due mesi dalle nostre autorità giudiziarie competenti su alcuni personaggi celebri al pubblico, sono soltanto la propaganda di un governo ultra-liberista, pronto a passare sopra i cadaveri dei lavoratori a costo di far “tornare a posto” i conti dello Stato.
Questa è l’Unione Europea, un’entità politica puramente fittizia costruita su meccanismi economici di stabilità finanziaria stabiliti da burocrati non-eletti dal popolo, che oggi schiaccia tutta l’Europa meridionale per tenere in ordine gli equilibri interni decisi dall’asse Bruxelles-Parigi-Berlino e supervisionati da Washington e Londra. Una piovra manovrata da gruppi strategici che mantengono sotto scacco il nostro Continente nel sistema geopolitico Nato.
Le prospettive sono esclusivamente rivoluzionarie. Il sistema dei partiti della seconda repubblica, specie alla luce dell’introduzione forzata del sistema elettorale maggioritario sul modello anglosassone (completamente estraneo alla natura politica dell’Italia e della prima repubblica), ha fallito e la corruzione sta dilagando anno dopo anno. I due principali partiti, il Partito Democratico di Bersani e il Popolo della Libertà di Berlusconi, dopo anni di scontri e battaglie televisive, sostengono unitariamente il governo “tecnico” di Mario Monti, che pare poter andare avanti senza alcuna seria opposizione, specie dopo l’affossamento giudiziario della Lega Nord di Bossi, unico movimento parlamentare di contestazione rispetto all’Unione Europea e alle direttive imposte da Bruxelles.
Quest’anno e il prossimo saranno perciò durissimi per il popolo italiano, e le politiche di austerità imposte da questi buffoni liberali andranno avanti almeno fino al giorno della scadenza del mandato elettorale nei fatti tradito da Berlusconi alla fine dell’anno scorso, cioè fino al maggio del 2013. Tuttavia, si dibatte ancora se sia opportuno andare regolarmente al voto oppure rinviare ulteriormente il ritorno alle urne per consentire al governo tecnico di restare in carica ancora per altro tempo. In questi dodici mesi che ci separano da quella data osserveremo dunque la tenuta sociale del Paese, oggi ridotto allo sfacelo, e le condizioni in cui i lavoratori, i pensionati e le famiglie italiani arriveranno. Le elezioni amministrative del prossimo mese saranno un primo test per vagliare l’umore degli italiani almeno nelle province e nei comuni dove si andrà al voto locale. L’affluenza sarà probabilmente enormemente bassa, gli italiani sono in maggioranza molto delusi dalla politica, dai partiti e dal sistema parlamentare in generale. Dovremo vedere se questo distacco quasi irreversibile dalla politica rafforzerà paradossalmente la fiducia nei “tecnici”, visti come “non-politici”, oppure coinvolgerà anche il governo Monti, come è giusto che sia, dal momento che di “tecnico” questo governo ha ben poco, se non le modalità ciniche e spietate. Per il resto è un governo espressione dei potentati economici occidentali, del mondo bancario, della grande industria privata, della Nato e della finanza, e rappresenta perciò l’estremizzazione dei caratteri già presenti nei due maggiori partiti italiani, non certo una forza di moderazione o di svolta.


















