L’alienazione eurosiberiana
Da diversi anni circola in alcuni ambienti politici di destra, l’idea della cosiddetta “Eurosiberia”. Essa è frutto dell’elaborazione teorica di un francese, ex sessantottino, convertitosi al nazionalismo e al pensiero della Konservative Revolution negli anni della sua definitiva maturazione politica. Si tratta di Guillame Faye, autore di diverse disamine che si muovono tra l’etnografia, la meta-politica e la filosofia. Secondo il pensatore francese, la crisi dell’Occidente inteso quale “blocco atlantico”, imporrebbe un ripensamento non solo politico ma anche “geopolitico” dell’Europa come “spazio” e “civiltà”: l’avanzata di tre forze emergenti del vecchio Terzo Mondo, come Cina, India e Islam politico potrebbe presto dare vita (in parte lo ha già fatto) a nuove e più solide formazioni sub-continentali, che già Schmitt definì quali grandi entità statuali a metà strada tra l’utopia dell’universalismo e l’evidente instabilità politica delle piccole patrie. Queste realtà emergenti, inquadrate assieme ai fenomeni migratori nell’ottica di potenziali minacce contro l’Europa, costringerebbero – in base a quanto denuncia il politologo francese – il Vecchio Continente a dare luogo ad uno spazio continentale altrettanto vasto e densamente popolato, che sia in grado di rispondere sul piano politico, economico e strategico ad eventuali nuovi tentativi di sopraffazione. Faye propone dunque la formazione di uno spazio geopolitico confederato, secondo la vecchia chimera di una “più vasta Europa”, estesa da Dublino a Vladivostok, già pensata più di trenta anni fa (in un contesto politico e internazionale totalmente diverso) dal politologo belga Jean Thiriart: questo nuovo spazio per l’appunto prenderebbe il nome di Eurosiberia.
A volte recuperato da alcuni circoli neo-nazisti europei, l’impianto teorico fayano è riutilizzato in chiave suprematista etnica, come volano di una nuova ed inedita alleanza tra mondo europeo e mondo russo, pronta a salvare il cosiddetto “uomo bianco” dal disastro in cui l’imperialismo statunitense lo avrebbe condotto, dopo essersi colpevolmente assoggettato al potere dell’immancabile e non meglio precisata “finanza mondialista”.
Va da sé che una simile interpretazione non tenga conto di diversi fattori storici e geopolitici:
- Anzitutto è impossibile considerare gli Stati Uniti ed il loro imperialismo in modo separato e distinto dalla condotta (passata e presente) dei Paesi dell’Europa:
1) Gli Stati Uniti nascono come prodotto coloniale europeo, sulle basi dello sterminio dei popoli nativi nord-americani nel nome della stessa superiorità dell’“uomo bianco” tanto sbandierata da queste sigle ultra-nazionaliste, si fondano su una carta costituzionale di matrice illuminista francese, e su un modello geo-economico di espansione (sea-power) e di produzione (liberismo + egemonia di mercato) classicamente britannico. La loro classe dirigente, al di là di rare ed addomesticate eccezioni (quali Obama o l’ex segretario di Stato Colin Powell), è formata dal ceto dell’alta borghesia bianca, anglosassone e protestante (WASP).
2) La Nato è un’organizzazione geo-strategica di integrazione militare nord atlantica, ovvero fondata sull’alleanza e sulla cooperazione diretta tra Stati Uniti, Canada, Unione Europea e Turchia, sebbene ad evidente guida statunitense. Le principali operazioni belliche condotte negli ultimi due decenni dall’imperialismo statunitense, sono state spesso partecipate da vari Paesi dell’alleanza, tra cui l’Italia.
- È poi bizzarro e quanto meno azzardato, ritenere plausibile qualunque progetto di unificazione tra Europa e Russia, tanto più se pensata in funzione anti-cinese e anti-islamica, al punto che in simili considerazioni non viene difficile registrare una rivisitazione (invero radicale) in chiave “euro-russa”, dello schema di contrapposizione proposto da Samuel Huntington nel suo Lo scontro delle civiltà:
1) Lo spazio russo storico e lo spazio post-sovietico sono la stessa cosa: i popoli che componevano l’Unione Sovietica erano infatti già stati assorbiti nei secoli precedenti dall’espansione zarista, a suggello di una fusione tra la maggioritaria componente slavo-nordica e le minoritarie (ma folte e sparse) componenti uralo-altaiche (turco-mongole): fusione già evidente durante la fase regnante dell’Orda d’Oro (XIV-XV secolo) e il successivo sviluppo del Principato di Moscovia (XV-XVI secolo), soprattutto a partire dalle conquiste dei khanati di Kazan’ e di Astrakhan. È dunque impossibile considerare etnicamente il tipo russo come un “europeo”. La suddivisione tra russkij (russi etnici) e rossiskij (russi periferici) è ormai ampiamente superata non solo per effetto della stabilizzazione-fusione avviata in epoca sovietica, ma anche a seguito dei già stretti rapporti interetnici instaurati in epoca zarista, quanto meno a cominciare dal XVIII secolo.
2) Vi è poi un problema confessionale e culturale, che lo stesso Samuel Huntington pose negli anni Novanta dal suo punto di vista atlantista: l’incompatibilità tra il cristianesimo occidentale di matrice latino-germanica (cattolico e protestante) e il cristianesimo orientale di matrice greco-bizantina (le varie forme di Ortodossia). La storia della Chiesa Ortodossa parla chiaramente ed evidenzia come la Chiesa di Roma abbia più volte inseguito la distruzione e l’annientamento di quello che considerava e continua ancora a reputare come un grande “scisma” dispersivo, reo – secondo le gerarchie romane – d’aver allontanato dal cattolicesimo milioni di cristiani insediati tra i Balcani e la Kamchatka. L’entusiasmo del clero romano per l’Operazione Barbarossa nel 1941 e per le collaborazioni nazifasciste coi criminali regimi di Ante Pavelic in Croazia e di Mustafà Kruja in Albania in funzione anti-serba, dimostrano come questo obiettivo sia stato inseguito quanto meno sino al 1945, riflettendosi nel disastro degli anni Novanta, con la deflagrazione balcanica e i bombardamenti su Belgrado partecipati da tutta la Nato al gran completo, ed in particolare Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Turchia.
3) La storica contrapposizione tra cattolicesimo romano e ortodossia orientale fa da sfondo ad un’altra grande ostilità di tipo razziale. La cancellazione della gran parte delle etnie di origine slava è sempre stato uno degli obiettivi principali dei nazionalismi europei del XX secolo, che diffusero un’accesa propaganda slavofoba innescando pesanti contrapposizioni tragicamente risolte tra gli anni Venti e la Seconda Guerra Mondiale.
4) La Russia di Putin ha profondamente modificato il tessuto socio-politico del Paese rispetto a quelli che erano i canoni socialisti dei tempi dell’Urss, tuttavia la memoria storica delle sofferenze patite per mano europea ed il patrimonio culturale nazionale sono fattori di continuità con il passato, ribaditi con forza da tutte le classi dirigenti della Russia post-sovietica, eccezion fatta per Boris Eltsin che propose la rimozione della salma di Vladimir Lenin dal Cremlino, abolì le principali ricorrenze nazionali sovietiche e mise fuori legge i partiti comunisti e i loro giornali. L’anticomunismo in Russia esiste unicamente in funzione liberale ed anti-nazionale, e coincide con ideologie che mirano alla distruzione del Paese proprio attraverso la sua “europeizzazione” istituzionale e, dunque, in ultima istanza la sua “occidentalizzazione” politica e culturale.
5) In Russia sono presenti circa 11 milioni di islamici, localizzati soprattutto nel Tatarstan, nel Caucaso e nel Bashkortostan, che costituiscono una folta minoranza religiosa ma non una minoranza etnica o allogena.
6) Tutt’ora sussistono nei Paesi baltici e in alcune regioni dell’Ucraina e del Caucaso, pesanti forme di ostilità nei confronti di Mosca, addobbate dall’attività di sparuti gruppettini politici neo-nazisti che sfilano per le strade di Kiev, di Riga, di Baku o di Tallin con le bandiere dell’occupazione tedesca (o con la bandiera turca in Azerbaigian), rivendicando la totale separazione dalla Russia, e ricevendo la sostanziale protezione dell’Unione Europea, che ancora una volta dimostra di voler condannare il razzismo soltanto a seconda della convenienza politica propria: antisemitismo vietato, russofobia consentita.
7) Il derzhavismo, cioè l’idea di potenza e di ricostruzione strategica e politica dello spazio russofono o post-sovietico, alla Duma è principalmente portato avanti dal Partito Comunista di Zyuganov, e non prevede alcuna alleanza privilegiata e nessun piano di “fusione” con i Paesi europei, non solo perché coinvolti a piene mani nei disastrosi meccanismi economici dell’Unione Europea e nella Nato, ma anche perché storicamente – e con buona ragione – percepiti come “ostili” da gran parte della popolazione.
8) Le principali alleanze strategiche della Russia odierna sono: la Comunità Economica Eurasiatica, uno spazio economico che raggruppa Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, e che potrebbe presto sfociare nel progetto di Unione Eurasiatica annunciato da Putin; il Trattato per la Sicurezza Collettiva, un’organizzazione dedicata ai temi della sicurezza difensiva nello spazio post-sovietico; e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, organismo inter-governativo guidato da Russia e Cina e composto da Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan, fondato sulla cooperazione militare contro le minacce del terrorismo, del separatismo e del narcotraffico.
È dunque ridicolo pretendere che la Russia abbandoni i privilegiati rapporti economici e militari con Pechino e coi Paesi (turcofoni ed islamici) dell’Asia Centrale per dedicarsi ad un fantasioso progetto di unificazione geopolitica e culturale con l’Europa, tanto più finché questa resti inglobata nella Nato.
Si potrebbe andare avanti, ma penso che in un breve articolo senza eccessive pretese tutto ciò sia sufficiente per comprendere quanto certi slogan siano semplicemente frutto di alienazioni, completamente distanti dalla realtà. Negli ambienti di nicchia della “geopolitica europea” si è spesso parlato dello scontro tra eurasiatismo ed euro-siberianismo, senza però contare che se il primo nasce già alla fine del XIX secolo come teoria etno-politica soltanto russa, finalizzata alla costruzione statuale ed alla definizione dello spazio geopolitico dell’Impero Russo (e poi dell’URSS, soprattutto durante gli anni della segreteria di Leonid Brezhnev quando l’eurasiatismo russo conoscerà una seconda giovinezza, sebbene in condizioni culturali ed accademiche non facili), il secondo è in qualche misura un esplicito sotto-prodotto di una stagione “culturale” di marca neo-conservatrice, come quella dell’era Bush jr, che vorremmo sinceramente lasciarci alle spalle una volta per tutte. È sempre opportuno ribadire, inoltre, che la Russia intesa come spazio geopolitico non corrisponde soltanto all’attuale territorio della Federazione Russa e che gran parte del suo territorio si trova comunque al di là degli Urali, cioè nell’Asia fisicamente detta. L’egoismo predatorio di un’Europa capitalistica, affamata di risorse minerarie, economicamente fallita e geopoliticamente sub-dominante, non potrà certo mai dettare alcun vincolo ad una Russia nettamente più vasta, militarmente avanzata, grandemente più ricca in materie prime, indotto economico e produzione industriale e agricola.
Il nazionalismo e l’anti-comunismo attizzati come un fuoco ardente nei Paesi ex socialisti dell’Europa centro-orientale proprio dagli ammiratori e dagli emuli del francese Faye, si pongono per di più come il logico contro-coro di piazza di una strategia atlantica ben più subdola, che cerca di procedere verso la costruzione dello scudo anti-missile in Europa (Polonia e Repubblica Ceca), per indebolire ed accerchiare in modo definitivo la Russia.
Vista l’appartenenza della quasi totalità dei Paesi europei alla Nato, ogni progetto di sollevazione nazionalistica in Europa è perciò un progetto pensato proprio contro la Russia. Non ingannino le esternazioni di personaggi come Marine Le Pen o Mario Borghezio: il loro euro-scetticismo è malposto, piccolo-borghese, superficiale, grezzo, intriso di becera islamofobia, indirizzato non allo scardinamento delle fondamenta imperialiste nord atlantiche su cui l’Unione Europea è stata edificata – anche col decisivo consenso di molti post e neo comunisti occidentali – bensì al semplice isolamento dei Paesi europei più sviluppati, mantenendone così inalterati la condizione di sub-dominanza nella Nato e l’appoggio alla causa sionista di Israele.
Vi è poi la necessità di sostenere – e non di boicottare, come fa Faye e la sua schiera di proseliti – la Cina, che risulta essere il vero e proprio fulcro nell’intero meccanismo di bilanciamento dei rapporti di forza durante una fase che vede lo scontro economico e militare tra Pechino e Washington ai massimi livelli, a partire dai tre punti caldi del nuovo confronto mondiale, sorto durante quest’ultimi dieci anni: il Medio Oriente, l’Africa centro-settentrionale e l’area afghano-pakistana. L’Europa dovrebbe anzitutto ricostruire sé stessa su basi politiche socialiste e di deterrenza militare rispetto agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna. Tuttavia questo non potrà certo avvenire attraverso il ripristino di mitologie carolingie o suprematiste, che tanti danni hanno provocato negli ultimi sette secoli di storia.
Non è ancora chiaro probabilmente, ma in Russia il Lago Peipus, la piana di Borodino e la trincea di Stalingrado hanno lo stesso identico significato: l’Occidente non entra.

















