Pubblicato il: 5 maggio, 2012
Analisi / Esteri | Di Filippo Bovo

Rompere il muro dell’omertà intorno all’Eritrea

Intorno all’Eritrea c’è da sempre, fin dall’indipendenza ottenuta nell’ormai lontano 1993, un silenzio colpevole, talvolta rotto da invettive, descrizioni e maldicenze che trovano il loro perchè nella necessità di demonizzare un paese orgogliosamente determinato a non farsi ingabbiare e depredare dalla globalizzazione e dal sistema politico unipolare; una sorte che l’accomuna, come ben sappiamo, a tante altre nazioni africane, asiatiche e latinoamericane. Come sottolineato da Gordon Peters a chiosa dell’articolo di Simon Tisdall sul Guardian del 20 marzo scorso: “Non solo questa [l'Eritrea, nda] ha evitato le carestie che si ripetono nel Corno d’Africa, ma sta sviluppando una propria filosofia di auto-sufficienza e di fiducia in se stessi con conseguenti risultati in agricoltura, riforestazione, distribuzione dell’acqua, l’assistenza sanitaria, la consapevolezza di genere [è importante sottolineare come l'Eritrea sia l'unico paese di tutta l'area ad aver messo fuori legge, rendendola penalmente perseguibile, la pratica dell'infibulazione e ad aver proclamato l'8 marzo come festa nazionale, in ossequio all'importantissimo ruolo che le donne tennero in vesti non solo di staffette ma anche di combattenti e quadri operativi nella guerra di liberazione durata dal '61 al '91: in nessun altro paese africano come l'Eritrea oggi la donna è tanto emancipata, nda], e una certa democrazia partecipativa, nonostante il rinvio delle elezioni formali al parlamento nazionale. La sua determinazione a definire la propria strada di recupero e sviluppo insieme alla sua posizione geopolitica, costa caro in termini di isolamento, ma il fatto non essere un partner disponibile nel “grande gioco” delle potenze politiche è stato aggravato dalla determinazione degli Stati Uniti e di altre potenze occidentali di censurare il suo status e le sue azioni, e continuano a torto ad accusarla di fomentare il supporto per al-Shabaab. L’Eritrea vorrebbe, da tutte le prove che ho, vivere e lasciar vivere. Sono gli Stati Uniti e il suo vicino etiope ad avere una propria agenda e a generare sporchi trucchi. Le accuse mosse contro il regime del presidente Afewerki e la sua politica estera sono nel migliore dei casi sleali, e nel peggiore volutamente incendiari, e la sua economia non è certo nella “spirale della morte”, che l’ambasciatore americano McMullen ha ad esso attribuito (…). Merita una stampa migliore”.
Proprio in quei giorni, a metà marzo, l’Eritrea veniva nuovamente colpita dall’Etiopia di Meles Zenawi che con tre diversi attacchi distruggeva tre campi militari eritrei. Totale il silenzio della “comunità internazionale, da sempre complice del regime etiopico, intorno a questi fatti, così come sul fatto che l’Etiopia fin dalla conclusione della guerra del 1999 – 2000 occupi parte del territorio eritreo in flagrante violazione di quanto stabilito dagli Accordi di Algeri del 2000 e da tutti i memorandum e richiami successivi. Le richieste avanzate dall’Eritrea in tal senso presso l’ONU, l’Unione Africana e le principali potenze sono state sempre tutte ignorate ed hanno anzi ricevuto, come tutta risposta, sanzioni economiche e commerciali giustificate con l’accusa secondo cui il governo eritreo sosterrebbe il “terrorismo” in Somalia (non sono stati graditi, dalla “comunità internazionale” ben decisa a mettere i propri artigli sulla Somalia insieme all’Etiopia, i tentativi eritrei di portare avanti una mediazione fra diversi elementi tribali somali per arrivare alla pace nel martoriato paese africano).
L’ultima menzogna mediatica a danno dell’Eritrea risale a circa dieci giorni fa, allorchè la stampa occidentale ha cominciato a parlare con una certa insistenza della “scomparsa dalla circolazione” del presidente Isaias Afewerki, alludendo persino alla sua morte. Tanto per rincarare la dose, sono state sparse voci anche sulla possibilità di un golpe, citando la notizia secondo la quale i più influenti generali del paese si sarebbero riuniti d’urgenza. Più precisamente, c’era chi già si spingeva a parlare di un’improvvisa morte del presidente, con tanto di movimento di truppe alla volta della capitale e scontri ad armi in pugno tra varie fazioni contendentisi il potere. Ovviamente tutto è già stato smentito dai fatti: domenica 22 aprile il presidente Isaias Afewerki, ben lungi dall’essere scomparso, ha compiuto un giro di tutta l’Eritrea dal confine col Sudan fino alla regione meridionale del Mar Rosso, per ispezionare di persona le varie iniziative di sviluppo intraprese ultimamente dal governo. Il viaggio fino al confine sudanese, non annunciato dalla TV di Stato, potrebbe addirittura trovare una spiegazione nell’offerta recentemente fatta da Afewerki su una mediazione tra Sudan settentrionale e meridionale. E’ quanto ritroviamo in un comunicato stampa diramato dal Ministero dell’Informazione e col quale sono state smentite e fugate tutte le voci tendenziosi messe artatamente in circolo dalla stampa occidentale, ed è anche quanto confermato da vari esponenti della comunità eritrea all’estero, storicamente molto legati ed in profondo contatto con la madrepatria.
Il successivo 28 aprile Isaias Afewerki ha rilasciato una breve intervista ai media nazionali facendo notare come le insinuazioni sul suo stato di salute riflettano soprattutto la frustrazione dei loro autori: “Sono fortunato, godo di salute robusta. Gli ipotizzati problemi di salute sono solo nelle menti degli autori di tali voci senza fondamento”. Come riportato dall’agenzia eritrea Shabait: “Spiegando che la questione non ha nulla a che fare con il suo stato di salute, ma che è stata progettata per creare ansia nella gente, il presidente Isaias ha sottolineato che questa non è altro che la continuazione della guerra psicologica coordinata e della campagna denigratoria anti-Eritrea che durano da dieci anni sotto varie forme. Spiegando che la questione non ha nulla a che fare con il suo stato di salute, ma che è stata progettata per creare ansia nella gente, il presidente Isaias ha sottolineato che questa non è altro che la continuazione della guerra psicologica coordinata e della campagna denigratoria anti-Eritrea che durano da dieci anni sotto varie forme”.
Il gioco statunitense di destabilizzare l’Eritrea a mezzo stampa e con guerre per interposta persona (Etiopia, ma in passato anche Yemen) è ormai decisamente approdato al capolinea.


Rompere il muro dell’omertà intorno all’Eritrea