Manovalanza liberale in azione
Nella mattinata di ieri, domenica 6 maggio, il nostro direttore editoriale Stefano Bonilauri, appena tornato dalla sua doppia trasferta a Mosca e Damasco, ha trovato proprio di fronte alla sua abitazione nella cittadina di Cavriago, nel reggiano, una scritta ben difficilmente equivocabile. Quella che vedete in foto è l’ultima pagliacciata che una certa “sinistra radicale” ha estratto dal suo ridicolo cilindro di idiozie, dopo gli attacchi ricevuti a mezzo virtuale negli ultimi mesi. Erano stati vari personaggi della stampa nazionale e alcuni blog politici a boicottare la nostra realtà, ancor prima che nascesse ufficialmente.
Proprio l’anno scorso, in estate, abbiamo cominciato a formare i primi comitati attivi per manifestare la nostra vicinanza alla decaduta repubblica socialista di Muammar Gheddafi e alla repubblica araba di Siria, guidata da Bashar al-Assad, ambedue finite sotto attacco imperialista concentrico da parte della Nato, delle petro-monarchie del Golfo e di Israele. Ricordiamo quale fu la reazione della sinistra radicale dopo le prime avvisaglie della crisi libica: Rifondazione Comunista, Sinistra Critica e il Partito Comunista dei Lavoratori andarono ad assaltare l’Ambasciata Libica (vedi video), al grido “cacciamo il dittatore, viva la rivoluzione libica”. Appena un mese dopo, scattò prontamente l’intervento della Nato che, oltrepassando nettamente quanto stabilito dalla risoluzione delle Nazioni Unite, bombardò l’intero Paese, lasciando migliaia di morti e macerie. Oggi la Libia è un Paese distrutto, deflagrato e senza speranze di pacificazione. Quelli che la stampa di mezzo mondo aveva dipinto come “romantici ribelli” erano estremisti monarchici, fanatici tagliagole, mercenari teleguidati dalla Nato, dalla Fratellanza Musulmana (che aveva già direzionato a proprio favore le rivolte egiziane e tunisine) e dai Paesi reazionari del Golfo Persico che, dalle loro potentissime emittenti internazionali (al Jazeera e al Arabya), hanno manipolato l’intero corso dei fatti, costruendo un teatro di guerra virtuale in pieno stile hollywoodiano: scene già viste.
Tuttavia, questo non è bastato a certe sigle politiche per prendere atto del gravissimo errore di percezione politica e per evitare di ripeterlo nel caso della crisi siriana. Sulla Siria, in alcune città italiane – soprattutto a Bologna, a Reggio Emilia, a Modena e a Milano – è partita un’ennesima corsa al sostegno dell’opposizione siriana, cioè del nuovo fronte misto di liberali, salafiti e trotzkisti: servi buoni per tutte le stagioni. Lo schema “Afghanistan 1980” sembra ripetersi all’infinito, specie quando alla Casa Bianca sale un democratico: Carter, Clinton e Obama amoreggiano coi wahabiti e i salafiti da almeno trentadue anni, per usarli come carne da cannone contro l’URSS, contro la Serbia, contro la Federazione Russa, contro la Repubblica Popolare, e in generale contro chiunque possa mettere i bastoni tra le ruote dei loro piani criminali e imperialisti. La grande ridefinizione geopolitica del Medio Oriente ha una strategia che stiamo denunciando da mesi. Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna: centri imperialisti. Turchia, Arabia Saudita e Qatar: vassalli intermedi. Paesi sub-dominanti come il nostro, sono ancor oggi costretti a guardare e a partecipare quasi coercitivamente a certe missioni di conquista e stravolgimento, pena l’”innalzarsi di uno spread” e di una “speculazione”, decisi in modo pressoché indiscutibile da Wall Street e dalla agenzie di rating (americane).
In questo scenario, torna sempre attuale la lezione di Lenin e Stalin sull’imperialismo, specie in relazione alla relatività dei conflitti e al criterio “strategico” nella valutazione delle forze realmente in campo. Quel che scrisse Stalin è e resta qualcosa di enormemente importante: l’emiro afghano in lotta contro l’imperialismo britannico, pur nel suo nazionalismo “reazionario”, svolgeva una funzione oggettivamente rivoluzionaria ben maggiore di quella svolta da chi si agghinda di simboli o frasari “socialisti” per poi servire nel peggiore dei modi l’imperialismo. Lo stesso scenario si ripete oggi, con la differenza che i “social-imperialisti” oramai sono quasi l’intera schiera di ciò che resta del cosiddetto “comunismo” in Occidente, cioè l’unico luogo della Terra dove il capitalismo – non a caso – continua a prosperare e ad avanzare, malgrado le numerose crisi e i grandi problemi. Ci sarà un motivo. Risulta evidente che nei Paesi sottoposti ai vincoli militari, economici e diplomatici dell’Alleanza Atlantica non è possibile alcuna libera azione politica di opposizione, pena il boicottaggio e il linciaggio pubblico.
Anche i partiti apparentemente più “rivoluzionari” devono sempre in qualche maniera esser ricondotti nell’alveo dell’imperialismo e del sistema a guida statunitense: nelle parole, nelle mode, nelle categorie concettuali, che a loro volta diventano azioni politiche, convenzioni sociali e ferme posizioni dottrinarie. Il PCI ha seguito questo corso, cedendo definitivamente alla Nato negli anni della segreteria Berlinguer. Le sue propaggini, però, non sono mai scomparse: tali personaggi hanno continuato la propria attività politica sino ad insinuarsi nei gangli della vita istituzionale o culturale del nostro Paese. Se negli anni Ottanta, lo stesso blocco sovietico era ormai da questi sentito come un peso insopportabile, una dittatura “opprimente”, chiaramente una come la Rossanda poteva senz’altro ritenere che Solidarnosc rappresentasse il “nuovo che avanza”. Oggi sappiamo perfettamente chi era Lech Walesa, chi era Woityla, cosa ricercavano i dissidenti polacchi, cecoslovacchi o ungheresi, ben foraggiati dagli Stati Uniti.
Il copione è lo stesso. Tuttavia, a sinistra c’è ancora chi organizza sit-in per il Dalai Lama, per l’opposizione siriana, chi organizza “concertoni” di sostegno alla “primavera araba”, chi da una parte denuncia fantomatici “complotti finanziari della Germania” mentre dall’altra dà spago a tutti i “ribelli” al soldo dell’imperialismo, chi di sera rispolvera Marx, mentre la mattina porta in trionfo la social-democrazia scandinava di quarant’anni fa, e chi prima parla di socialismo e poi parla di diritti civili. E così via. È tutto un mescolare minuscole parti di verità a grandi dosi di castronerie e posizionamenti reazionari.
Questa patetica minaccia, lasciata di notte su un muro di un piccolo paese della provincia reggiana, è l’immagine migliore per descrivere la nullità politica di simili personaggi, la loro dimensione di pulci ammaestrate dinnanzi alla potenza e alla storia di tutti quei popoli e quelle nazioni che presumono di voler rappresentare. Quella falce e quel martello, lasciati come segno di “riconoscimento”, andrebbero cancellati. Cosa c’entra il comunismo con le posizioni politiche di costoro? Cosa c’entra la dittatura del proletariato con chi afferma di voler abbattere ogni dittatura? Cosa c’entra il concetto di “necessaria autorità nella rivoluzione” descritto da Engels con chi si dice anti-autoritario per definizione? Cosa c’entra l’antimperialismo con chi sostiene le ragioni politiche di Hilary Clinton e dell’emiro del Qatar?
Ditelo una buona volta che siete anarchici, che siete la frangia estrema di “sinistra” di quel pensiero unico liberale che ha ormai invaso tutta l’Europa, fino a bussare alle porte della Russia, dopo aver già distrutto quel progetto e quello Stato che, pur con mille difetti, rappresenta ancora per noi (e per decine di milioni di altre persone nella Terra) un esempio da stimare, da cui imparare, e una storia politica da difendere con le armi che abbiamo a nostra disposizione: la militanza, la dialettica e l’analisi. A voi, inutili idioti, lasciamo spray e bombolette.


















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