Pubblicato il: 12 maggio, 2012
Analisi / Editoriali | Di Filippo Bovo

Putin, capitolo terzo: quali strategie?

Questa settimana è iniziata con la cerimonia d’insediamento alla presidenza della Federazione Russa di Vladimir Putin; una notizia che, per quanto importante, in Europa è tuttavia passata in parte inosservata essendo il grosso dell’attenzione catturato dall’esito del ballottaggio nelle presidenziali francesi e soprattutto delle elezioni greche. Tuttavia la nomina di Putin è molto di più d’una semplice formalità post-elettorale e bene avrebbero fatto i media occidentali a valutarne l’impatto sulla politica interna ed estera della Russia anziché coglierne gli aspetti più mondani come la partecipazione di Berlusconi alla cerimonia (quasi si fosse trattato d’un consesso privato), o quelli più “sorosiani” come la peraltro poco partecipata e infruttuosa (per i suoi organizzatori e finanziatori) “Marcia del Milione”. Cercheremo dunque, nel nostro piccolo e con un’analisi ad uso e consumo dei nostri lettori, di porre rimedio a questa lacuna elencando e sviscerando quelle che potrebbero essere le future e probabili strategie adottate da Vladimir Putin nel corso del mandato appena inaugurato.
La prima cosa che Putin farà, probabilmente, sarà quella di volgere gli occhi all’Europa: in Germania ritroverà una vecchia conoscenza, la cancelliera Angela Merkel, sulla cui testa al momento pende però la spada di Damocle delle elezioni anticipate. Il crollo degli alleati liberali ha causato alla CDU la perdita del governo in alcuni lander fino ad oggi ritenuti solide ed imprendibili roccaforti cristiano-democratiche: l’ultima regione perduta è stato lo Schleswig-Holstein, dove s’è votato proprio lunedì. In ogni caso, anche qualora la legislatura dovesse essere potata avanti fino al suo termine naturale, nell’autunno del 2013, l’ipotesi d’una rielezione d’Angela Merkel apparirebbe come improbabile. Forse, ma solo a patto che nel frattempo la CDU non cominci a perdere voti e che si mantenga perciò alla pari con la SPD, potrebbe risultare praticabile la via d’una Grande Coalizione con la Merkel ancora al cancellierato. Altrimenti, analogamente a quanto già avvenuto in Francia, anche la Germania potrebbe passare dall’attuale governo di centrodestra ad uno di matrice socialdemocratica. In entrambi i casi per Putin non vi sarebbero problemi: la Germania è un alleato ed un referente europeo di primo piano, indipendentemente dai colori del suo governo. Forse sarà difficile immaginarsi, anche con i futuri e possibili governi guidati dall’SPD, lo stesso grado d’intesa che vi era con Schroeder (l’alleanza strategica in materia d’energia, col Nord Stream, prima di tutto), ma il rispetto compunto ed affidabile degli impegni presi, col perseguimento d’una linea di continuità rispetto agli accordi già presi in passato, non sarà minimamente messo in discussione.
Non vanno dimenticati neppure i rapporti con la Francia (Hollande, deciso a presentarsi come un erede ed un continuatore di Mitterrand, difficilmente rinuncerà a stabilire una linea diretta con la Russia, ben più consistente e colloquiale di quella mantenuta dal suo predecessore Sarkozy) e soprattutto con l’Italia, la cui politica energetica è sicuramente ragione di più d’un grattacapo per il Cremlino. Sebbene sull’Eni, per esempio, il governo italiano non sembri avere le idee del tutto chiare, non mancano le voci d’una possibile messa sul mercato, anche solo parziale, del pacchetto azionario dell’ente ad oggi tutt’ora parzialmente detenuto dal Ministero del Tesoro: se ciò dovesse avvenire, risulterebbe inevitabile una ridefinizione dei rapporti di Eni con Gazprom, anche nella forma d’un coinvolgimento del secondo nell’azionariato del primo. Lo stesso ragionamento, ovviamente, riguarderebbe anche Enel e Finmeccanica, con tutto il corollario d’aziende pubbliche (ma anche private) attualmente coinvolte in collaborazioni e joint-venture con l’industria russa.
Anche la piccola Grecia, oggi nel caos più totale, potrebbe presto rientrare nelle mire del Cremlino: poche settimane fa si vociferava d’un interessamento russo a rilevare un terzo del debito d’Atene in cambio della concessione d’una base navale all’esercito federale. Già al momento, comunque, i capitali russi affluiscono verso le strutture portuali greche insieme a quelli cinesi, e coinvolgono anche altri Paesi come ad esempio il Montenegro, un alleato d’antica data, assieme alla Serbia e alla Bulgaria.
Nel Mediterraneo, la Russia ha già fatto capire di voler portare avanti un’offensiva massiccia, schiaffeggiando americani, europei, turchi ed arabi del Golfo che avevano approfittato dell’abbassamento della guardia da parte di Mosca durante la fase del mandato presidenziale di Dimitrij Medvedev per insinuarsi in paesi considerati dal Cremlino come suoi partner strategici. E’ il caso della Libia, lasciata alle grinfie dell’alleanza NATO – Qatar, e su cui la Russia è fortemente intenzionata a riaffermare la propria presenza insieme a Pechino: proprio in questi giorni Mosca ha annunciato la fine dell’embargo di armi verso l’ormai ex Jamahiriya libica, un provvedimento che non andrà a beneficio solo del CNT (vista la situazione interna al Paese) e che in ogni caso potrebbe permettere, secondo Anatoly Isaikin, l’immediata erogazione amministratore delegato di Rosoboronexport (l’agenzia d’intermediazione di Stato per l’import/export di tecnologie e servizi legati alla Difesa), ben quattro miliardi di dollari. E’ il primo passo verso la riapertura totale del commercio con Tripoli, che non può essere lasciata da sola nelle mani degli Stati Uniti, del Qatar, degli europei o dei loro referenti bengasini, anche se gran parte del latte è già stato versato.
Persino in Siria, com’è noto, la Russia non intende accettare prevaricazioni provenienti dall’Occidente, e c’è da immaginarsi che anche per quanto riguarda l’Algeria, su cui periodicamente torna il mirino dei “franco-qatarioti”, il copione sarà il medesimo. Più estesamente, la politica russa sarà proprio quella di non tollerare ingerenze ed aggressioni a danno dei propri alleati, stretti o meno che siano, e l’Iran è tra tutti l’esempio di sicuro più calzante: Mosca ha già annunciato d’aver ammassato le proprie truppe alla frontiera con Teheran, perchè agiscano da deterrente e nel peggiore dei casi rispondano ad un sempre più possibile e vicino attacco. Nel 2005 con un veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Russia salvò da un attacco lo Zimbabwe del presidente Robert Mugabe: appare perciò probabile che, a differenza di quanto avvenuto con Medvedev, con Putin Mosca riprenderà ad interessarsi anche all’Africa e al resto del mondo, tornando a proporsi come una superpotenza di livello mondiale anziché come una grande potenza regionale (tale, in sintesi, era ed è la differenza nella concezione del Paese e pertanto della sua politica estera tra Putin e Medvedev).
Per tutto questo sarà essenziale riaffermare la “temibilità” dell’apparato militare russo agli occhi degli occidentali e degli Stati Uniti in testa, e qui entra in gioco la decisione di dotarsi nei prossimi anni di nuovi missili a cominciare dal nuovo missile balistico intercontinentale (ICBM) da 100 tonnellate che, a detta dei tecnici militari russi, sarà in grado di penetrare lo scudo NATO in Europa. Solo armandosi in maniera tale da rendere quest’ultimo “violabile”, e dimostrandone quindi la sostanziale “inutilità”, sarà possibile per Mosca ottenere una soddisfacente soluzione al problema dello scudo missilistico voluto dagli Stati Uniti ed in fase d’installazione in Polonia, Repubblica Ceca e Romania, progetto comunque già ora azzoppato dai tagli al bilancio. Ma sarà prioritario anche consolidare il connubio con la Cina, alleato essenziale non soltanto in sede di Consiglio di Sicurezza ONU (dove i due Paesi certamente si spenderanno affinchè siano conferiti i seggi permanenti anche a Brasile e Sud Africa mentre sull’India, probabilmente, Mosca dovrà accettare le perplessità di Pechino) ma soprattutto per la difesa degli alleati comuni e per la ricerca di soluzioni di reciproco vantaggio sul dossier coreano e in Asia Centrale.
Molto probabile anche una “riesumazione” dei rapporti con Cuba e Venezuela (e quindi anche con gli altri paesi dell’ALBA), iniziati fruttuosamente da Putin e poi trascurati negli anni di Medvedev. Soprattutto col Venezuela sotto Putin, la Russia ha stabilito importanti accordi militari ed è intenzione di ambo le parti continuarli ed arricchirli cooperando anche in altri settori. Anche i rapporti con Cuba non sono stati ancora esplorati nella loro piena potenzialità e abbraccerebbero argomenti dei più disparati, dall’elettronica agli armamenti fino al campo medico.
Infine, gli Stati Uniti: al momento si trovano congelati in una campagna elettorale dove non solo l’Iran ma anche i rapporti con la Russia la fanno da padrone nella dialettica tra i due candidati, il presidente Obama e il suo sfidante repubblicano Romney. Quest’ultimo, rispetto al primo, agli occhi di Mosca appare meno velleitario nelle sue minacce agli interessi russi nel mondo e quindi più pericoloso ed intrattabile. E’ pertanto interesse di Putin accompagnare dolcemente la campagna elettorale degli Stati Uniti cercando di far pesare il meno possibile il suo ruolo di “convitato di pietra”. Scontri frontali di tipo politico e verbale, annunci troppo sensazionali e quant’altro avrebbero come effetto quello di scaldare troppo il clima politico interno agli Stati Uniti condizionando la campagna elettorale e radicando nell’elettorato e nel mondo politico statunitensi la necessità di fronteggiare energicamente le iniziative russe. Putin, un leader responsabile, notoriamente gran calcolatore e certamente molto più navigato di entrambi i candidati americani, sa bene che in queste occasioni è meglio tenere un profilo basso, per non dire addirittura rassicurante (non ci sarebbe da stupirsi se, almeno per tutto il 2012, nei confronti degli Stati Uniti adottasse la famosa “offensiva del sorriso”), prendendo però al contempo tutte le precauzioni e le contromisure necessarie. In tale quadro trova quindi un suo perchè anche il recente annuncio di Putin di voler perseguire una politica di “convivenza pacifica” con gli Stati Uniti: un segnale di distensione verso un paese che deve scegliere la politica dei suoi prossimi anni e che mai come oggi è stato così suscettibile.
Riaffermare la forte direttrice geopolitica che collega Mosca con Berlino (e Parigi) e al contempo lanciare ponti sul Mediterraneo, da sempre obiettivo neanche troppo sottaciuto della potenza russa, così come verso l’Africa e l’America Latina; continuare il rafforzamento militare ed il recupero dell’industria nazionale; rafforzare il partnerariato con la Cina e, a caduta, con tutti gli altri membri del BRICS; “accompagnare” il declino nord-americano cogliendone nel modo più indolore e redditizio possibile i frutti, secondo la stessa strategia perseguita anche da Pechino; questi saranno con molta probabilità i punti del programma di Vladimir Putin.


Putin, capitolo terzo: quali strategie?