La Grecia: i Balcani sono ancora la polveriera d’Europa?
Alla fine l’ha spuntata l’ottantaduenne presidente della repubblica Papuias: la Grecia ha un governo, per quanto tecnico, guidato dal presidente della cassazione, e col solo compito di traghettare il paese alle nuove elezioni previste per giugno, oltre che di gestire l’ordinaria amministrazione. Non è stato possibile accordare in alcun modo tra loro le varie forze politiche, uscite a seconda del caso premiate (Syriza e KKE, oltre alla mai convocata Alba Dorata) o bastonate (Pasok e Nea Demokratia) dal voto di due settimane fa, riguardo alla formazione di un nuovo esecutivo. E così adesso le carte si rimescoleranno di nuovo; il tempo ci dirà se gli equilibri politici scaturiti giorni or sono dalle urne verranno riconfermati o nuovamente ed ulteriormente scompaginati.
Syriza, la coalizione della sinistra cosiddetta “radicale”, è data per esser ampiamente in vantaggio: da seconda forza del paese, qual è ora, diverrebbe così la prima, surclassando ND e Pasok. Ma è soprattutto sull’estrema destra che si concentrano le attenzioni dei più: lo scontento dei greci verso le istituzioni democratico – parlamentari, rivelatesi ai loro occhi incapaci di fronteggiare la finanza internazionale di marca anglosassone e l’Unione Europea incarnata dall’asse franco-tedesco e dalla BCE, finirà inevitabilmente col premiare quelle forze politiche che, a torto o a ragione, vengono indicate come le più estreme e radicali. Finchè si tratta di Syriza, o anche del KKE, poco male; ma, se entrano in gioco gli “albadoratisti”, identificati come neo-nazisti, ecco che nell’opinione pubblica europea iniziano a serpeggiare timori facilmente immaginabili. Difficilmente Alba Dorata potrà mai ottenere una maggioranza anche solo relativa, indispensabile a farla governare da sola; ma un buon piazzamento alle elezioni la renderebbe comunque influente, costringendo le altre forze politiche a tener conto del peso dei suoi voti in parlamento, oltre che del malcontento di cui è stata capace di rendersi interprete.
Manca circa un mese allo svolgimento di queste elezioni, e chissà quante ci toccherà vederne fino ad allora. Per esempio nel tardo pomeriggio di venerdì 18 maggio è ventilata la notizia di una formale richiesta della Merkel alle autorità elleniche affinchè insieme alle elezioni sia tenuto anche un referendum col quale i cittadini greci decidano la permanenza o meno del loro paese nell’eurozona. La notizia è stata prontamente smentita dal governo tedesco, ma già il fatto che fosse circolata con tanto successo sta ad indicare come l’opinione pubblica europea e quindi i mercati considerino la considerassero, tutto sommato, probabile e credibile: quasi da accogliersi con sollievo. In effetti sappiamo come ormai appaia sempre più difficile immaginarsi una Grecia in grado di restare nell’euro; anche perchè la tentazione di dichiarare la bancarotta e di ripartire da zero, con una crescita che a quel punto sarebbe certamente più facile, scoraggia la volontà di continuare ancora a far parte dell’onerosa comunità della moneta unica.
Si dice che, uscita dall’eurozona ed in prospettiva persino dall’Unione Europea (le due cose, in ogni caso, non coincidono e non si vede esattamente perchè l’una dovrebbe automaticamente comportare anche l’altra), la Grecia potrebbe agganciarsi alla Russia. E’ certo il fatto che il paese, fragile e dilapidato, difficilmente potrebbe pensare d’andare avanti da solo, senza rapportarsi con nessuno: l’hoxhaismo non parrebbe proprio essere all’ordine del giorno. Nell’attuale scenario mondiale, chiudere le porte all’Europa significherebbe automaticamente mettersi nelle mani o degli Stati Uniti, una realtà comunque destinata ad essere sempre più lontana e debole, in quanto in declino, oppure ai paesi del BRICS, al contrario in costante crescita ed espansione globale e strategica. La Russia, con la quale la Grecia condivide tanti elementi storici e culturali, potrebbe essere davvero la futura meta della politica greca, magari insieme alla Cina. Entrambi i Paesi, com’è noto, sono già al momento saldamente presenti nell’economia greca, in particolare nell’industria portuale dove la cooperazione cinese sta dilagando come non mai.
Dal canto suo la Russia aveva proposto alla Grecia di rilevarne un terzo del debito in cambio della concessione di una base militare e navale: il tempo ci dirà quanto queste voci siano attendibili e, ancor più, attuabili. Circa un anno e mezzo fa la Libia aveva proposto alla Grecia ingenti aiuti finanziari in cambio di un non voto alla missione NATO che ha determinato quel che sappiamo; Atene, succube della politica europea e statunitense, rifiutò, anche se di quel denaro aveva un bisogno assoluto. Certo, oggi non ci sono più il Pasok e Nea Demokratia a farla da padrone, ma siamo proprio sicuri che i tempi siano veramente cambiati?
Questo per quanto riguarda i futuri scenari greci; e per quanto riguarda l’Unione Europea? La Grecia è stata usata come grimaldello per scardinare l’unione monetaria da parte dei ben noti centri di potere della finanza internazionale localizzati in Nord America: non è un mistero per nessuno. Il nome di Soros ricorre ormai da anni, insieme a quelli meno noti di molti altri suoi emuli, colleghi e sodali. In mancanza di trame speculative l’eurozona probabilmente potrebbe reggere all’uscita della Grecia così come alle sue tribolazioni; ma, data la loro presenza, adesso c’è da temere per il Portogallo e la Spagna, ed in prospettiva anche per l’Italia, le cui condizioni vengono rese proprio più delicate a causa dell’abbandono greco dell’euro. E, d’altra parte, sarebbe difficile immaginarsi una crisi finanziaria globale senza speculazioni e speculatori. Anche in questo caso il tempo ci dirà a cosa stiamo andando incontro: di certo, almeno a me, le scene che in questi giorni si vedono in Italia (manifestazioni davanti alle sedi di Equitalia, attentati da parte di gruppi anarchici che oltretutto e non a caso si richiamano ai loro confratelli greci, e così via) ricordano fin troppo da vicino quelle dell’Atene di un anno fa.
Nel 1914 i Balcani, con l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, divennero la “polveriera d’Europa”; ma lo erano già da tempo, con le guerre balcaniche e le frequenti tensioni che dividevano le diplomazie delle varie potenze europee. Che lo siano anche adesso? Forse stavolta sarà dalla Grecia, anziché dalla Bosnia e dalla Serbia, ad iniziare quell’effetto domino che travolgerà l’Europa intera. Al tempo: non dovremo aspettare ancora per molto per saperlo.

















