Pubblicato il: 26 maggio, 2012
Analisi / Esteri | Di Giacomo Gabellini

La Turchia si impossessa dell’antica Chiesa di Nicea

L’approccio bellicoso adottato dall’esecutivo di Ankara nei riguardi della Siria di Bashar al-Assad, che sancisce l’interruzione dei buoni rapporti costruiti in passato, e lo sfoggio di una retorica fortemente ostile ad Israele evidenziano la vacuità effettuale del progetto geopolitico fondato sull’avere “zero problemi coi vicini” elaborato dal ministro degli esteri Ahmed Davutoglu e rivelano i reali obiettivi perseguiti dal primo ministro Recep Tayyp Erdogan. Da un lato la Turchia ospita il sedicente Consiglio Nazionale Transitorio siriano e svolge un ruolo primario nella destabilizzazione della Siria, attraverso l’addestramento e il finanziamento delle frange terroristiche. Dall’altro, Erdogan vibra pesanti accuse contro il presidente israeliano Shimon Peres in relazione all’operazione “Piombo Fuso” sferrata contro la popolazione di Gaza nel dicembre 2008 e richiama l’ambasciatore turco in seguito alla vicenda della Freedom Flotilla, senza che tali operazioni di facciata vengano accompagnate dall’interruzione della cooperazione militare con Israele.
Nel caso siriano, Erdogan appoggia le frange islamiste che mirano a rovesciare il regime laico di Assad per instaurarne uno di marcata matrice teocratica. L’antagonismo mediatico nei riguardi di Israele è invece volto a fare della Turchia il principale sponsor della cuasa palestinese, suscitando il plauso dell’intera galassia islamica. L’obiettivo di fondo, fin troppo evidente, è imporre Ankara quale perno dell’intero universo religioso sunnita, nell’ambito di un progetto pan-islamico ispirato alle teorie di Fethullah Gulen, una sorta di teologo musulmano che dall’enclave turca di Ezurum emigrò negli Stati Uniti, da dove è comunque capace di esercitare la propria influenza sull’attuale esecutivo di Ankara. La vocazione neo-ottomana che anima il piano di Erdogan mira alla rifondazione di un vasto impero incardinato su di una nuova “Sublime Porta” in cui l’Islam funga da collante tra le varie nazioni.
Il soft-power di Ankara si fa sentire, insomma, e si fonde con un pericoloso hard-power, dove l’ingerenza culturale diventa un tutt’uno con l’ingerenza strategica: è recentissima infatti la notizia secondo cui la Turchia vorrebbe trasformare l’antica Chiesa di Santa Sofia a Nicea in una moschea. Come riporta il sito Pravoslavie.ru, la chiesa in questione è stata costruita nel VI secolo dall’imperatore Giustiniano I. Si trova nella città turca di Iznik, che un tempo veniva chiamata chiamata Nicea. Nicea è la città che fu sede dei due Concili Ecumenici del 325 e 787. Quest’ultimo concilio si è tenuto proprio nella chiesa di Santa Sofia. A Nicea venne stabilito il “simbolo della fede”, che ancora oggi porta il nome di “simbolo niceno-costantinopolitano”. L’eresia ariana ha assestato un colpo decisivo a tutto ciò. La chiesa di Santa Sofia ha ospitato i padri del concilio ecumenico che condannarono l’iconoclastia. Che questa chiesa stia per essere trasformata in una moschea rappresenta, pertanto, una dolorosa ferita per tutto il mondo cristiano ortodosso. La beffa addizionale è costituita dal fatto che questa chiesa è stata costruita come una ridotta Hagia Sofia a Costantinopoli. Non è la prima volta che questa chiesa viene posta sotto la mezzaluna islamica. Quando i turchi conquistarono Nicea nel 1331, la chiesa venne trasformata in una moschea. Nel 1922 divampò un incendio che rese per lungo tempo inagibile l’edificio, sino al 2007. La decisione del governo turco di trasformare l’antica cattedrale in una moschea ha sollevato forti critiche non solo da parte dei cristiani, ma anche di numerosi esperti. Lo storico dell’arte Selchuk Miulaim dell’università di Marmara ha espresso il proprio timore in relazione al fatto che la conversione in moschea della cattedrale possa suscitare un’ondata di indignazione mondiale, in virtù dell’immenso significato della chiesa rispetto alla storia del cristianesimo.
La chiesa ospita riti islamici fin dal 6 novembre, quando i musulmani locali hanno celebrato la “festa del sacrificio”. Ma il caso che coinvolge Santa Sofia è ancora più esplicativo riguardo a come i musulmani agiscano nel momento in cui hanno la possibilità di prendersi qualcosa attraverso l’uso della forza. Non viene fatta alcuna menzione sul mantenimento della pace, sulla tolleranza, sulla correttezza politica. E’ più che giustificata la reazione della Spagna, che stroncò sul nascere l’idea di uno “spazio unico ecumenico” quando gli islamici pretendevano di pregare nella cattedrale di Cordoba. Un precedente storico che dovrebbe essere scolpito nella memoria di tutti e rievocato ogniqualvolta si verifichino vicende analoghe.




Fonte: http://www.pravoslavie.ru/english/53705.htm

La Turchia si impossessa dell’antica Chiesa di Nicea