Il Mediterraneo ad un punto di svolta
Non ci sono dubbi: geopoliticamente il Mediterraneo sta vivendo un’epoca di grandi cambiamenti. Basta prendere una cartina ed esaminare i paesi oggi coinvolti da crisi interne di vario genere per rendersi conto di quanto ampia sia la portata di questo travaglio.
La Libia è stata distrutta e sprofonda nella somalizzazione più totale, mentre una nuova autorità politica tenta faticosamente di seppellire il passato (e gli intoppi a quanto pare sono parecchi, se è vero che la legge con cui si sarebbe dovuto dichiarare reato la glorificazione di Gheddafi è stata rigettata in quanto incostituzionale: notizia di queste ultime ore) e d’aprire la strada ad una seconda fase di colonizzazione dopo quella conclusasi con la Rivoluzione del ’69. E’ una colonizzazione in primo luogo militare, e giustificata proprio dal caos perenne ed indotto in cui sembra destinato a versare il paese (il copione iracheno, da questo punto di vista, viene applicato pedissequamente), ed in secondo luogo economico, con l’acquisizione delle ricchezze naturali e dei servizi un tempo pubblici da parte del capitale qatariota, americano ed europeo. Da una parte i pozzi, le televisioni, l’acqua potabile e dall’altra le nuove basi militari: forse esportare la democrazia è fallimentare, ma se per democrazia intendiamo l’asservimento d’una nazione alla globalizzazione a guida statunitense, allora il disegno può dirsi egregiamente compiuto.
La Tunisia, a più d’un anno e mezzo dalla “rivoluzione dei gelsomini”, s’attarda ancora in condanne simboliche all’ormai sepolto Ben Alì e proprio in questi giorni ha visto riapplicare il coprifuoco, mentre Ennahda, il partito che ha un ruolo guida nella coalizione governativa e che costituisce la filiazione locale dei Fratelli Musulmani, prosegue imperterrito nel suo percorso d’asservimento del paese agli interessi occidentali. Persino la “piccola” Italia di Mario Monti, più pedina che attrice nel grande gioco occidentale d’arrembaggio del Medio Oriente, può prendersi a Tunisi qualche libertà andando a caccia d’opportunità per il proprio capitale: un contentino dato in cambio della rinuncia al grosso dell’influenza sulla Libia che fu e che ormai non c’è più, sbranata dai capibranco.
L’Egitto ha conosciuto proprio in questi giorni un nuovo golpe bianco, o militare, a seconda dei punti di vista, che è stato prontamente stigmatizzato dal “partito americano”, quel fronte del tutto eterogeneo ed anche discordante che spazia da El Baradei ai Fratelli Musulmani. Con l’annullamento d’un terzo del parlamento (l’Assemblea del Popolo, equivalente della nostra Camera dei Deputati), quello eletto col maggioritario, quest’ultimi rischiano infatti la perdita della maggioranza. Quanto basta a vanificare le loro possibilità di vittoria al secondo turno delle presidenziali che si terrà di qui a pochi giorni, dato che un presidente senza una maggioranza del proprio colore si ritroverebbe intuibilmente e logicamente ad avere le mani legate. Tutto lascia ormai supporre che sarà Shafiq, l’ultimo premier dell’era Mubarak, a vincere alle elezioni suggellando la rinascita dalle proprie ceneri del vecchio regime, del resto riaffermatosi in maniera del tutto legale grazie alle ultime sentenze della Corte Costituzionale. L’abolizione delle norme che avevano permesso l’elezione d’un terzo del parlamento, infatti, è prima di tutto una coltellata ai Fratelli Musulmani. Il paese è stanco del caos e gli ultimi disordini, insieme alle parole di Shafiq che promettevano proprio un ritorno all’ordine, hanno convinto l’Egitto più profondo a voltare le spalle a coloro che fino a pochi giorni fa venivano considerati come i maggiori favoriti. Qualcuno, in realtà molti, sosteneva che dietro i disordini ci fosse la mano d’Israele: che a Tel Aviv Netanyahu non vedesse di buon occhio la caduta di Mubarak e l’emersione dei Fratelli Musulmani era in effetti cosa nota. Una normalizzazione dell’Egitto mediante la rivitalizzazione del vecchio regime, filo-occidentale ma laico, comporterebbe anche un automatico ritorno da parte dei militari egiziani a rispettare la pace di Camp David del ’77 che invece i rivali di Mubarak, non soltanto musulmani, dichiaravano di voler mettere in discussione sin dal primo giorno. Senza volerci attardare in alcuna dietrologia, si potrebbe pensare che Israele abbia agito proprio per facilitare l’avvento del mubarakiano Shafiq.
Di disordini indotti si può e si deve parlare anche guardando ai casi di Siria e Libano, dov’è chiaro l’intento da parte di diversi attori regionali e mondiali di creare il caos e possibilmente (“hopefully” oppure “avec espoir”, direbbero loro) la guerra civile. Nel caso siriano vi è finalmente la decisione russa d’agire creando un deterrente col quale far desistere gli occidentali e i qatarioti dai loro propositi più deteriori, prima di tutto con l’invio di uomini ed armi. Stando alla Nezavisimaya Gazeta, giornale notoriamente molto vicino all’apparato militare russo, Putin avrebbe dato ordine al comando generale di preparare truppe speciali d’assalto per operazioni fuori dalla Russia che comprenderebbero anche la Siria. Vi sarebbero a disposizione truppe speciali aviotrasportate, la sesta e la quindicesima divisione di fanteria mista, una brigata della Flotta del Mar Nero che ha già una base nel porto siriano di Tartus ed altre truppe specializzate in combattimenti contro forze nemiche in città. Vedremo se questo basterà a raffreddare gli animi, considerando quanto vitale sia per la NATO ed i suoi alleati separare manu militari la Siria dall’Iran per poi poter colpire più agevolmente quest’ultimo.
Infine vi è l’Europa, che di giorno in giorno scricchiola sempre di più. Sono ormai imminenti le elezioni in Grecia, in un clima di malcontento crescente e vissute dal popolo greco come un vero e proprio referendum tra la dracma e l’euro. Poichè mantenere quest’ultimo significherebbe anche andare avanti sulla strada dell’austerità, o almeno ciò è quanto i greci hanno capito a loro spese negli ultimi mesi, c’è d’attendersi che dalle urne uscirà un verdetto tutt’altro che rassicurante per l’eurocrazia di Bruxelles. Anche il tifo spietato che quest’ultima fa per i partiti dell’austerità, considerando l’impopolarità che in Grecia hanno ormai le istituzioni europee e i suoi paesi guida, rischia di trasformarsi in un boomerang e d’indurre i greci a votare proprio per i partiti meno inclini a seguire le ricette di Bruxelles e della BCE, per non dire addirittura i più euroscettici. I prossimi giorni ci diranno se abbiamo avuto ragione o se siamo stati eccessivamente catastrofisti.
Anche in Spagna la situazione è tutt’altro che rassicurante per i vertici europei, ma pur sempre lontana dal copione greco. I Bonos vanno male ed il rating spagnolo viene declassato, ma tutto sommato la situazione potrebbe reggere se non ci si mettesse proprio la Grecia con le sue turbolenze a scuotere l’intera schiera dei Pigs. Ecco perchè il voto greco potrebbe avere anche sulla riviera settentrionale del Mediterraneo effetti decisamente pesanti. Pesanti anche per noi italiani, che abbiamo cominciato proprio in questi giorni ad alleggerire il portafoglio delle nostre partecipazioni statali: per il momento solo cose di poca importanza, ma un aggravio della crisi potrebbe segnare la fine del ruolo statale anche nei veri gioielli di famiglia quali Eni, Enel e Finmeccanica. Guardacaso, accontentando i desiderata di parecchi, che sono coloro che dalle crisi hanno sempre tutto da guadagnare e tutto su cui speculare.

















