Pubblicato il: 22 luglio, 2012
Analisi / Scienza e Tecnologia | Di Costantino Ceoldo

Le lampade di Dendera

Nella nostra società moderna, conoscenza e cultura non sono più appannaggio esclusivo di una classe sociale agiata o religiosa ma tutti vi possono accedere attraverso gli studi scolastici. Lo sforzo di acculturazione può anche essere continuato per proprio conto, grazie a biblioteche, a musei, a documentari televisivi di buona qualità trasmessi anche da canali commerciali.
Saper leggere e coltivare il piacere della lettura sono già di per se stessi due fenomenali strumenti di apprendimento. E perfino in quelle Nazioni del mondo in cui l’istruzione universitaria specialistica è costosa e quasi interamente gestita da organismi non statali, a nessuno viene di fatto preclusa la possibilità di apprendere e conoscere ciò che può suscitare interesse, si tratti della Storia di una civiltà antica ed oramai scomparsa o delle scoperte scientifiche più recenti: la produzione di libri e materiale a carattere divulgativo e di una buona qualità è infatti continua.
Dal momento che Scienza e Tecnologia occupano un ruolo molto importante nel nostro mondo contemporaneo ed i risultati di queste due discipline del Sapere sono sotto gli occhi di tutti, verrebbe da credere che via sia davvero poco spazio per la superstizione e la creduloneria, entrambe sempre accompagnate dall’emotività e dal sensazionalismo.
Ci si potrebbe facilmente convincere che sia rimasto spazio solo per quei misteri la cui conoscenza si realizza grazie all’intelletto umano, applicato con continua dedizione ed impegno.
Purtroppo capita esattamente il contrario: superstizione e creduloneria continuano a prosperare e non solo più nei loro ambiti classici, per esempio l’astrologia, ma anche in nuovi contesti che propongono spiegazioni alternative e fantasiose di fatti che hanno già una loro naturale spiegazione, quest’ultima considerata però falsa e diffusa grazie a complotti di vario tipo. Tali complotti sono abilmente realizzati sempre e solo da élite impegnate a difendere i propri interessi particolari, partigiani quanto fumosi.
In un articolo precedente (qui: http://www.statopotenza.eu/3329/omaggio-a-uomini-notevoli-i-primi-studi-sulla-radiazione-geissler-crookes-e-roetgen) si è cercato di rendere un piccolo ed imperfetto omaggio a quelle figure che, per prime, studiarono il fenomeno della radiazione, la cui comprensione fu possibile grazie allo sviluppo di strumenti nuovi, sia concettuali che tecnologici.
I tubi di Crookes e lo studio dei raggi X, descritti nell’articolo ricordato, furono possibili grazie all’invenzione precedente dei tubi di Geissler e alle migliorie introdotte nel campo delle tecnologie pneumatiche, necessarie per creare il vuoto dentro i tubi stessi.
E’ importante capire che invenzioni e scoperte non sono mai il risultato di accadimenti isolati, perfino quando sono così innovative da costituire uno spartiacque nella Storia umana. Esse sono invece il risultato di una continua evoluzione e differenziazione del Sapere, all’interno di un tessuto più vasto ed organizzato, in cui i singoli attori sono sempre stati in contatto tra di loro attraverso canali ufficiali e ben collaudati.
Questa semplice verità è totalmente e spesso volutamente ignorata da una cerchia variegata di persone che si avvicinano allo studio di certi temi solo in un’ottica sensazionalista e superstiziosa, forse perché annoiati dalla loro vita quotidiana.
Le cosiddette lampade di Dendera costituiscono un caso da manuale di come una realtà storica, ben nota e chiara in ambito archeologico, possa venir stravolta attraverso spiegazioni alternative completamente infondate e insostenibili, ma che trovano lo stesso un certo seguito in una parte del grande pubblico e riescono così anche a perpetuarsi.
Il tempio del dio Hathor a Dendera, città dell’antico Egitto risalente alla IV dinastia (cioè a più di 4500 anni fa), fu scoperto nel 1857 ed ospita tutto quello che di solito può ospitare un luogo di culto edificato nell’antico Egitto dei Faraoni: sale rituali, camere mortuarie più o meno ornate, corridoi più o meno lunghi e più o meno dritti, statue affreschi e bassorilievi più o meno conservati.
Uno di questi bassorilievi, in particolare, rappresenta due figure umane ai piedi di ognuna delle quali vi è un oggetto a forma di un bulbo allungato, chiuso ad una estremità da una corolla da cui si dipana un lungo gambo (o una radice molto lunga). All’interno del bulbo è rappresentato e ben riconoscibile un filamento a forma di serpente ed ogni bulbo è sostenuto, verso l’estremita bombata, da un supporto a 3 anelli. Nella scena è raffigurato anche il dio Toth, nell’atto di impugnare due coltelli: tale figura è comunemente interpretata come un avviso di pericolo o di attenzione.
Gli appassionati di misteri e di interpretazioni alternative non hanno dubbi: gli oggetti rappresentati altro non sono che…. tubi di Crookes! Male che vada sono semplici tubi di scarica ma una cosa è comunque certa: gli antichi egizi conoscevano l’elettricità e la impiegavano durante le loro cerimonie sacre con dispositivi la cui riscoperta da parte dell’Umanità ha richiesto migliaia di anni.
Non vi sono idee chiare su come potesse venir generata la corrente elettrica necessaria ad alimentare quegli apparecchi. E nemmeno sul dove potessero trovarsi i generatori: questo argomento non viene mai approfondito, quasi che la corrente elettrica fosse liberamente ricavabile dall’ambiente circostante, senza sforzo alcuno.
In realtà, non è proprio semplice ottenere una produzione costante di corrente elettrica, priva di sbalzi di tensione e di intensità: sono infatti gli sbalzi improvvisi a costituire un pericolo per ogni dispositivo che usi l’elettricità come fonte di alimentazione, al punto che oramai anche in famiglia sono diventati di uso comune certi apparecchi che, per esempio, servono a proteggere i computer da fluttuazioni repentine ed inaspettate nell’alimentazione di rete.
Quelli raffigurati nei bassorilievi di Dendera potrebbero comunque essere proprio dei tubi di scarica costruiti dagli antichi egizi? Esaminiamo i dispositivi nelle loro parti costituenti.
Perché un apparecchio simile funzioni è necessario un bulbo di vetro, soffiato ad arte fino a fargli assumere la forma voluta, di densità e purezza il più possibile omogenee. E’ quindi necessario un artigianato del vetro: devono esistere cioè dei mastri vetrai che conoscano bene il loro mestiere e sappiano magari elevarlo ad arte. Purtroppo non risulta che l’artigianato del vetro fosse molto sviluppato nell’antico Egitto. Non è credibile che degli uomini potessero soffiare in una massa di vetro fuso solo qualche volta all’anno riuscendo lo stesso ad ottenere un prodotto finale utile e confacente allo scopo cercato.
Sono poi necessari cavi di collegamento tra il tubo e il generatore. I cavi devono essere in materiale conduttore e contenuto in una guaina isolante al fine di evitare folgorazioni accidentali: i tubi di Crookes lavorano infatti con tensioni di migliaia di volt il cui effetto su oggetti ed organismi viventi può essere marcato anche a basse intensità di corrente. Questo implica che bisogna saper filare un filo metallico e isolarlo in modo che, una volta impiegato, non sia pericoloso per chi lo manipola. E’ necessaria una industria per l’estrazione e la lavorazione dei metalli oltre ad una industria per la produzione e la lavorazione di materiali isolanti. Soprattutto, è necessario conoscere le proprietà conduttive ed isolanti dei diversi materiali.
I tubi di scarica non sono completamente vuoti ma contengono un residuo d’aria che permette la formazione della scarica stessa e quindi il funzionamento dell’apparecchio: sono necessarie allora delle pompe per poter estrarre l’aria dal tubo fino al giusto grado di rarefazione e sono necessarie delle giunture sigillanti per impedire che in seguito entri l’aria atmosferica, rendendo così inutilizzabile il tubo.
Gli antichi egizi non conoscevano pompe di alcun genere, tantomeno quelle pneumatiche più evolute. D’altra parte, fu proprio lo sviluppo della tecnologia pneumatica tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’ ‘800 a permettere il progredire degli studi sul fenomeno della scarica elettrica in gas rarefatti: non a caso uno dei collaboratori di Geissler fu proprio un meccanico molto esperto nella realizzazione di pompe da vuoto.
In nessun documento risalente all’antico Egitto si trova, infine, lo schema di un generatore elettrico o di un accumulatore a batteria, magari riferito ad un periodo storico precedente (o anche successivo) all’edificazione del tempio di Dendera.
I motivi fin qui esposti sono tutti di tipo tecnologico ma ve ne sono altri, di tipo più sociologico, che dovrebbero far riflettere gli appassionati di teorie alternative sull’effettiva fondatezza delle loro idee.
Le Nazioni in cui si studiavano certi fenomeni e si costruivano certi apparecchi, quelle dell’Europa del diciannovesimo secolo, erano tutte proiettate nel mondo: avevano già fondato colonie in altre parti del globo terrestre e le raggiungevano da navi sempre più spesso spinte non solo dalla forza del vento ma anche da quella del vapore che faceva muovere un’elica, vapore prodotto in una caldaia alimentata a legna o carbone ed interna alla nave stessa, quest’ultima non certo costruita intrecciando fasci di giunchi.
Nella seconda metà del diciannovesimo secolo, notizie ed informazioni erano già da molti anni stampate in forma di libri su carta di cellulosa, non scritte a mano su rotoli di papiro.
La polvere da sparo aveva già stravolto il modo di combattere le guerre laddove gli antichi egiziani sapevano solo forgiare armi in rame o bronzo, non certo in acciaio: l’espansione territoriale degli imperi europei era superiore a quella dei regni egizi, conseguenza del mutare delle tecnologie applicate alla guerra e delle capacità di spostamento di truppe e popolazioni.
L’aspetto delle città, infine, era cambiato nel tempo a causa dell’affermarsi di certe scoperte e a scapito di vecchie tradizioni consolidate, abbandonate perché inadeguate ai nuovi tempi.
Tutto questo per dire che un’invenzione o un’idea compare generalmente accompagnandosi ad altre e ad esse è legata da una sorta di tessuto connettivo culturale.
Scartata la possibilità di una fabbricazione autoctona, alcuni irriducibili alludono al ricordo di una più antica e precedente civiltà o addirittura ad un contatto extraterrestre.
Per quanto riguarda una possibile civiltà perduta, è bene ricordare che il sottosuolo non solo nasconde, ma spesso anche conserva: è per questo motivo che si possono ancor oggi trovare in buone condizioni manufatti risalenti a millenni fa.
In ogni caso, dove sono le miniere sfruttate, poi esaurite e forse d’improvviso abbandonate, di questa fantomatica civiltà scomparsa? Dove sono le città, i palazzi, i templi, le strade, le grandi opere di ingegneria civile realizzate prima di costruire un piccolo tubo di scarica? A quanto pare, di questa civiltà non è rimasto nulla, se non un vago ricordo nel bassorilievo di un tempio minore, in Egitto.
Per quanto riguarda poi un contatto tra una civiltà dell’età del bronzo e un’altra capace invece di viaggi interstellari, chi scrive si limita ad osservare che ha senso intraprendere un viaggio solo se l’intervallo di tempo che passa tra la partenza e il ritorno è piccolo rispetto alla durata della vita dei viaggiatori, oltre a quella dei loro familiari ed amici.
La difficoltà nel leggere ed interpretare antichi geroglifici ed antiche figure rende ardua, ma non impossibile, la ricostruzione della realtà storica.
Che cosa rappresenta allora il bassorilievo di Dendera? Niente altro che un rito religioso, officiato in onore del dio del sole e ripetuto annualmente. Le raffigurazioni rappresentano in chiave simbolica il ritornare periodico del dio Athor e di altri dei ad esso collegati, nel ciclo delle stagioni. Il bulbo poggiato su uno stelo con tre cerchi non è altro che il fiore di loto, sorretto dalla spina dorsale del dio a cui il tempio è dedicato.
La distanza temporale che separa gli antichi abitanti del Nilo da noi uomini contemporanei ha quasi condotto all’oblio il ricordo delle loro pratiche religiose, dei loro riti propiziatori e delle loro credenze ma non ha reso impossibile uno studio serio e dettagliato di quanto li riguarda. Semplicemente, alcune persone trovano noiose certe spiegazioni e preferiscono sostituirle con altre di comodo, più fantasiose e magari accattivanti a primo acchito, ma che si rivelano essere completamente prive di fondamento ad una analisi approfondita. Le leggende sulle lampade di Dendera non si sottraggono a questa verità.


Le lampade di Dendera