Pubblicato il: 22 luglio, 2012
Analisi / Esteri | Di Leonardo Olivetti

Cosa è avvenuto in Bahrein

Nella piccola isola del Bahrein, dal 14 Febbraio del 2011 si combatte una guerra contro il duecentesco regime monarchico guidato da Hamad Al-Khalifa. La rivolta contro la monarchia, ma anche contro l’élite sunnita che schiaccia la maggioranza della popolazione di fede sciita in Bahrein, pari a circa il 68% della quota totale dei residenti, è costata fino ad ora un centinaio di morti, oltre 5.000 feriti, quasi 3.000 arresti e quasi 2.000 persone torturate. Il punto focale della rivolta è stato il 14 Febbraio, il “Giorno dell’Ira”, come è stato soprannominato dai manifestanti, che ha visto almeno 6.000 (anche se alcune stime parlando di 15.000) persone manifestare contro la monarchia in Piazza della Perla, ex sede del “Monumento della Perla” (abbattuto poi il 18 Marzo per il suo alto significato simbolico). Lo stesso giorno è scattata la repressione dei manifestanti da parte dell’Esercito del Bahrein, coadiuvato da forze esterne. Il giornale “The Guardian” ha dichiarato che “il governo del Re Hamad Al-Khalifa usa mercenari sunniti, provenienti da Yemen, Giordania e Pakistan. [...] Ciò fa parte di un processo di “sunnizzazione”, in cui la nazionalizzazione di sunniti stranieri ha il fine di aumentare la popolazione sunnita nell’isola, storicamente in netta minoranza”. Nel Marzo, quando l’intervento diretto dell’Arabia Saudita non era ancora iniziato, il Bahrein aveva già reclutato circa 2.500 pakistani in un incontro congiunto ad Islamabad con la presenza di una delegazione saudita, incrementando le forze a disposizione dell’Esercito Nazionale del Bahrein del 50%. Nabeel Rajab, presidente del Centro Bahreiniano per i diritti umani, ha dichiarato: “Sappiamo che aerei pakistani arrivano continuamente in Bahrein. Non sappiamo il numero esatto, ma si aggira intorno a circa 1.500 – 2.000″. La risposta del governo all’uso di mercenari pakistani è stata quella di Rashed Al-Khalifa, Ministro dell’Interno che ha detto che “non ci sono mercenari. Abbiamo solamente lavoratori che hanno servito il Ministero dell’Interno per molti anni”.
Ma mentre il governo del Bahrain recluta i primi mercenari, la protesta dilaga, e dilaga anche la violenza. Il “Giovedì di Sangue”, il 17 Febbraio, ha visto la morte di 4 persone, 80 dispersi e quasi 300 feriti, oltreché centinaia di arresti. Secondo l’agenzia “Azadnegar”, anche “alcuni soldati provenienti dalle Forze Armate Giordane hanno partecipato alla repressione dei moti del 14 Febbraio”, anche se la notizia è stata smentita dalla monarchia di Manama. Il 10 Marzo, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (di cui fanno parte Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Oman) annuncia che “ci saranno aiuti a Bahrein e Oman per 20 miliardi di dollari, 10 miliardi a testa”. Il 14 Marzo, il Consiglio di Cooperazione del Golfo approva l’invio di truppe nel quadro della missione “Forza per la Protezione della Penisola” in Bahrein, per “proteggere le infrastrutture e le raffinerie”. Tutto era stato deciso la settimana prima, in un incontro tra Al-Khalifa e Abdullah Saud I. Poco più tardi, il 13 Marzo, il re saudita aveva ottenuto la conferma da parte di Washignton, che il giorno avanti ha a sua volta dichiarato: “Il governo statunitense non considera l’invio di migliaia di truppe in Bahrein come un’invasione”. Il giorno stesso, 4.000 soldati sauditi, 500 soldati dagli Emirati Arabi Uniti e 200 veicoli militari blindati sono arrivati a Manama. La risposta di Teheran è stata molto dura. L’ambasciatore a Manama viene ritirato e un rappresentante della Repubblica Islamica dichiara: “L’interferenza negli affari esteri di altri paesi è inaccettabile”. La stessa reazione la si ha anche a Bagdad, dove pure l’Iraq condanna l’intervento militare. Curiosa, invece, la risposta di Israele, che attraverso le sue fonti ufficiali dichiara: “L’intervento era necessario per evitare un golpe filo-iraniano in Bahrein”. Obama, che secondo la Casa Bianca aveva parlato con Al-Khalifa chiedendo “maggiori diritti per i suoi cittadini”, non ha nemmeno parlato durante il ritiro della V Flotta Americana, che secondo numerosi analisti occidentali è un tacito supporto al regime monarchico di Al-Khalifa. Nel frattempo, il governo del Bahrein ha diramato un annuncio per arruolare almeno 20.000 bahreiniani, “per difendere il Paese”. Il 25 Marzo, il Bahrain e il Consiglio di Cooperazione del Golfo denunciano il governo libanese sulla base dell’ipotesi secondo cui Hezbollah avrebbe offerto sostegno ai rivoltosi in Bahrein. In Aprile e Maggio, sembra che 1.500-2.000 nuove truppe pakistane fossero partite per l’isola del Bahrain, e il 12 Aprile 2 cittadini iraniani vengono incarcerati con l’accusa di essere stati, dal 2002 al 2010, delle spie di Tehran. Decise giungono il 15 aprile le reazioni della Repubblica Islamica dell’Iran, che denuncia il Pakistan per “il reclutamento di migliaia di soldati sunniti per rinforzare l’Esercito del Bahrain”, e promette “gravi conseguenze per Islamabad”. E, mentre la militarizzazione del regime di Al-Khalifa prosegue, le proteste proseguono, e seguono anche varie denunce da parte di attivisti come Nabeel Rajab, che hanno denunciato l’arresto di 47 medici dell’ospedale di Salmaniya per “dar riparo ai rivoltosi e ospitare la base operativa della rivolta e armi”. Il 1 Giugno, il re Hamad Al-Khalifa in persona dichiara la Legge Marziale, mentre il Dipartimento di Stato Americano, nel suo rapporto annuale, mostra che “la vendita di armi al Bahrein è incrementata, nel 2009, da 88 milioni a 112 milioni di dollari. È cresciuta l’esportazione verso il Bahrein di fucili, pistole e armi d’assalto, e le società nordamericane che vendono armi in Bahrein hanno avuto un fatturato di quasi 200 milioni di dollari nel 2010″. L’8 Luglio, il Ministro degli Esteri dell’Iran dichiara di aver chiesto nuovamente il ritiro delle truppe saudite dal Bahrein. Il 24 Settembre nell’Isola si svolgono le elezioni per la rioccupazione di 18 seggi al parlamento, dopo le dimissioni di 18 deputati (tutti appartenti al gruppo d’opposizione sciita “Al Wefaq”), ma i gruppi d’opposizione ne chiedono il boicottaggio dichiarando che “in Bahrein non si svolgono elezioni limpide ed eque, ed il parlamento non conta quasi nulla”. Mentre il governo ha dichiarato un’affluenza del 51%, in realtà, sembra esserci stata un’affluenza ferma al di sotto del 18%.
Le elezioni non hanno affatto avuto l’effetto di calmare gli animi, anzi, l’arresto di 20 medici dell’ospedale di Salmaniya porta ad una forte reazione, la prima da parte di Ban Ki Moon e delle Nazioni Unite. Sembra inoltre sempre più evidente che le Forze di Protezione della Penisola abbiano dato un importante contributo alla repressione di alcuni movimenti di protesta (come il 16 Marzo a Piazza della Perla e l’1 Giugno a Manama) e che, certamente, senza il loro contributo, insieme a quello dei mercenari, la rivolta avrebbe potuto dilagare sino ad un suo crescendo e ad una sua rapida evoluzione in una vera e propria guerra civile. Il 1 Gennaio 2012, durante le celebrazione del funerale del quindicenne Sayed Hashim Saeed, scattano nuove, violente repressioni, che portano il capo delle Forze di Polizia, Tariq Alhassan, a dichiarare il giorno stesso che “saranno reclutati immediatamente almeno 500 nuovi poliziotti, da tutte le parti del Bahrein”. Particolare rilievo ha anche il pestaggio, in data 8 Gennaio 2012, di Nabeel Rajab, uno dei maggiori attivisti della rivolta, picchiato, a quanto si dice, da soldati sunniti di origine pakistana, siriana e giordana, e ricoverato. Tale atto ha provocato anche l’intervento diplomatico degli Stati Uniti, che hanno chiesto al governo del Bahrein di “investigare su quanto avvenuto”. Il 24 Gennaio, con un comunicato dal Dipartimento di Stato Americano, Washington dichiara:”Gli Stati Uniti trasferiranno la loro ambasciata a Manama in un nuovo quartiere, a causa dei disordini anti-governativi [...] Il governo americano ha potuto constatare esempi di antiamericanismo, poiché, occasionalmente, vengono bruciate per strada bandiere americane”.
Il 26 Gennaio, un articolo del “New York Times” accusa il politico iracheno sciita Ahmed Chalabi di lavorare insieme ad Al Wefaq. L’articolo riporta inoltre le dichiarazioni di un ufficiale dell’intelligence francese, che dice: “Quando abbiamo saputo che alcuni membri dell’opposizioni erano in contatto con Hezbollah o personaggi come Chalabi, o che dietro loro c’è l’Iran, ci siamo spaventati”.
Nel frattempo, il parlamento di Al-Khalifa, dichiara, in data 29 Gennaio, che “sta pianificando di imporre una legge che renda i manifestanti che aggrediscono la polizia passibili di almeno 15 anni di prigione”.
Le proteste, che per quasi tutti i mesi di Gennaio e Febbraio 2012 non si erano viste, si riaccendono a Marzo, quando il 9 Marzo si verifica, forse, la più grande protesta di sempre. Secondo la CNN c’erano 100.000 manifestanti, 200.000 secondo i rivoltosi. Durante la protesta, un gruppo stimato in 3.000-5.000 persone è stata visto cantare inni anti-Sauditi, ed è ciò che avrebbe convinto la polizia ad iniziare la dispersione dei manifestanti tramite lancio di lacrimogeni. Il 10 Aprile esplode la prima bomba del conflitto, ad Eker, causando il ferimento di 7 poliziotti, e il mese seguente ne sarebbe esplosa un’altra a Bani Jamra, almeno secondo quanto detto dal governo. Il 18 Maggio si verifica la prima, vera, manifestazione contro l’intervento saudita, e, secondo Al Wefaq, avrebbero partecipato 300.000 persone (che corrisponderebbero a più di 1/4 della popolazione totale del Bahrain). Per tutto il mese di Maggio e di Giugno, le proteste in Bahrain restano infuocate, con centanaia di arresti, e numerosi ferimenti, anche tra i soldati fedeli al Re. Gli ultimissimi sconti di cui si ha notizia si sono verificati il 14 e il 15 Luglio, ed il teatro degli scontri è stato Karzakan, dove sono rimasti feriti più di 10 manifestanti.


1 commento presenti
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  1. Anonimo scrive:

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