Ancora una testimonianza dalla Siria

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Questa è la terribile e triste verità di ciò che avviene in Siria, filtrata dagli occhi del nostro amico siriano Rustam Chehayed, da uno dei milioni di uomini e donne che hanno vissuto e vivono ancora la drammatica sofferenza che attanaglia chiunque veda da quasi due anni, ogni giorno, la propria terra dilaniata da migliaia di mercenari, spesso stranieri, sostenuti dalle potenze occidentali e pronti persino alle più crude atrocità contro la popolazione. Ve la proponiamo senza alcuna censura.

La Redazione


Damasco deve convivere con la brutalità

Torno a scrivere dopo qualche settimana dal mio arrivo a Damasco e dopo aver passato alcune notti insonni per via del rumore degli spari dovuti agli scontri a fuoco tra esercito regolare e miliziani armati. Oramai ci ho fatto l’abitudine e la notte dormo più tranquillo nella speranza che tutto questo possa finire al più presto; continuo a vivere la vita di tutti i giorni incontrando amici e parenti. Pochi giorni fa ho fatto visita ad un’amica di famiglia che aveva una piccola fabbrica alla periferia di Damasco, la quale sapendo del mio amore per la Siria e della mia voglia di tornare a viverci perennemente, tempo addietro – prima di tutto questo disastro che insanguina il Paese – mi aveva offerto un posto di lavoro nell’amministrazione di quella fabbrica, vista la presenza di macchinari italiani al suo interno e vista la mia conoscenza della lingua italiana. Ora quella fabbrica è abbandonata a se stessa e tutti hanno paura persino di metterci piede, per la presenza dei miliziani terroristi dell’opposizione. La donna mi racconta di come nella zona industriale, dove si trova il capannone, un altro piccolo imprenditore sia stato ferito da colpi di arma da fuoco vaganti mentre lavorava, senza poi considerare i rapimenti e le rapine che in quella zona oramai sono all’ordine del giorno: mi racconta di come il suo capannone fosse pieno di bossoli di arma da fuoco, confidandomi di non sapere più che fare. I suoi progetti sono andati in fumo, i suoi investimenti e le sue speranze di creare posti di lavoro e guadagnare qualcosa oramai sono di impossibile realizzazione… Non sarebbe difficile per lei lasciare il Paese, ma l’amore per la sua terra non glielo permette, oltre al fatto che se volesse vendere i suoi beni (ad esempio la sua casa a Damasco e qualche terreno di sua proprietà) sarebbe un ulteriore grossa perdita economica, visto il grosso sbalzo verso l’alto del cambio tra la lira siriana e il dollaro o euro. Per farvi capire con un esempio, prima della crisi un euro corrispondeva a poco più di 60 lire siriane mentre oggi raggiunge e sfiora le 90 lire siriane, mentre il dollaro che si era assestato da anni sulle 50 lire siriane ora si aggira intorno alle 75 lire siriane. Quindi, qualcosa che prima della crisi si era comprato ad esempio per un valore equivalente a 100.000 dollari, vendendolo oggi allo stesso prezzo ne frutterebbe 66.000 circa, senza considerare che sarebbe difficilissimo trovare un compratore disposto a pagare quella cifra, data la situazione drammatica all’interno del Paese.
Mi chiama l’amico Mohamed e dice che mi sta venendo a prendere; saluto la signora e lo raggiungo vicino al negozio di un fruttivendolo. Durante il percorso per tornare verso il nostro quartiere – dove Mohamed fa il medico di giorno e di notte partecipa alle ronde di civili armate a protezione della popolazione col consenso del governo siriano – ci fermiamo vicino una banca sulla piazza del Muhafasa (Municipio), dove Mohamed deve prelevare dei soldi. La piazza è quasi completamente chiusa al traffico. Troviamo un parcheggio di fortuna, lo aspetto in macchina e ne approfitto per farmi una foto con il suo fucile impugnato: se lo porta appresso per la sua incolumità.
Il giorno seguente devo seguire alcune pratiche burocratiche che mi riguardano, faccio fatica a trovare un taxi libero. Dopo circa mezz’ora finalmente lo trovo, le strade sono molto trafficate anche per via dei numerosi posti di blocco e di alcune deviazioni lungo le arterie principali in quel momento chiuse per ovvi motivi di sicurezza.
Di solito evito di parlare del Paese con il conducente perchè, visti anche i numerosi rapimenti, rischierei grosso nel caso non fossimo delle stesse vedute politiche. Questa volta, però, è il conducente a parlarmi di quello che gli è successo. Mi dice di essere della zona di Ein Tarma, alla periferia di Damasco, dove più copiosamente sono presenti i miliziani terroristi dell’opposizione armata e i loro posti di blocco. Mi racconta che la sua casa gli è stata occupata e che ora è ospite da alcuni familiari che abitano dentro Damasco. Racconta che oltre a fare il tassista faceva anche il commerciante di fazzoletti e materiali per il bagno tanto per arrotondare un po’ i suoi guadagni. Mi racconta dei suoi sacrifici per avere una casa e per sfamare i suoi bambini, oltre a dirmi che non ha ereditato niente dai suoi genitori e tutto quello che aveva era frutto del suo lavoro: un guadagno che, comunque, non gli consentiva di comprarsi una casa a Damasco. Con disperazione maledice il giorno in cui comprò una casa proprio in quella zona di periferia, ora occupata militarmente dai miliziani armati. Lamenta il fatto che oltre ad avergli occupato la casa, gli hanno anche sequestrato il materiale e i fazzoletti che commerciava per arrotondare, dicendogli che sarebbero serviti loro per la rivoluzione. Il conducente continua a maledirli e a imprecare Dio che li punisca per quello che gli hanno fatto. Arriviamo a destinazione, gli lascio qualche lira siriana di mancia e lo saluto con un “Allah maak” (“Che Dio sia con te”).
Svolgo il mio lavoro nell’ufficio dove mi trovo, dopo una lunga fila allo sportello: tutto funziona regolarmente anche se più lentamente del solito per via dell’assenza di molti impiegati statali, spesso impossibilitati a raggiungere il posto di lavoro a causa della presenza dei miliziani dell’opposizione armata, nelle zone dove abitano.
Rientro a casa e mi preparo velocemente perché tra poco arriva il mio amico Bilal col quale ho un appuntamento. Bilal mi vuole far conoscere alcune sue amiche che abbiamo invitato a pranzo in un ristorante in un’altra zona di Damasco. Le ragazze arrivano con un po’ di ritardo, sono molto carine entrambe, e capisco subito che Bilal ha un debole per una delle due. Passiamo un paio di ore in compagnia ridendo e scherzando e fissiamo con le ragazze un altro appuntamento qualche giorno dopo. Le due ragazze abitano in una zona periferica della città prevalentemente controllata dai miliziani dell’Esercito Libero Siriano, e ci raccontano di come sia difficile per loro rientrare a casa dopo un certo orario. Così ci salutiamo.
Salgo su un altro taxi ed ora il traffico è notevolmente aumentato: un’altro autista proveniente dalla zona di Zamalka comincia a raccontarmi la sua storia, mi dice di avere abbandonato la sua casa e di come la strada per tornarci sia oggin chiusa dall’Esercito regolare, di come a causa degli scontri a fuoco e dei bombardamenti incrociati tra Esercito regolare e miliziani armati le case circostanti siano state distrutte (il motivo principale è sicuramente la presenza di annidamenti di terroristi), gli chiedo se la sua casa sia ancora in piedi e mi risponde di non saperlo. Così gli chiedo se non ha la possibilità di tornare a vedere e risponde che per entrare a Zamalka bisogna fare un giro molto lungo durante il quale ci si imbatte in ogni caso con i miliziani terroristi, che lui definisce bande di criminali perchè rubano e rapinano le persone dei loro beni. Mi dice che il taxi che guida è l’unica cosa che gli è rimasta e non vuole perderla. Dopo quasi un’ora nel traffico urbano e dopo una lunga discussione sulla situazione, la cosa che mi ha colpito di più è che quell’uomo sostiene che una guerra mondiale sia meglio della situazione attuale che sta vivendo il Paese. In pratica si augura che scoppi una guerra, perchè secondo lui è l’unica soluzione per uscire da questo inferno e conclude che Dio vede tutto. Un po’ infastidito da queste parole, che non condivido, dopo circa un’ora in mezzo al traffico per percorrere pochi chilometri, arrivo a destinazione.
Il giorno seguente mi reco a Jaramana dove abitano alcuni miei parenti, mio cugino che lavora per un’azienda statale. I miliziani dell’Esercito Libero Siriano poco tempo fa gli avevano portato via l’auto dell’azienda. Mi informa che il suo datore di lavoro è stato ucciso sotto casa: la sua colpa era quella di lavorare per un’azienda dello Stato. Ha così lasciato sua moglie e i suoi tre figli.
Durante la visita a casa di mio cugino, arriva una donna anziana amica di famiglia che racconta di come un suo parente, un soldato di servizio nella zona di Idleb, sia stato ferito ad una gamba durante uno scontro a fuoco e di come il padre del soldato, dopo aver saputo del ferimento del figlio, è stato vittima di un infarto. Il soldato, uscito dall’ospedale, stava facendo ritorno al suo compito nelle file dell’Esercito, ma il padre morì. Raggiunta la famiglia per unirsi di fronte ad un evento così drammatico, è venuto a sapere che i suoi compagni in servizio ad un posto di blocco sono tutti morti a causa di un agguato da parte dei miliziani dell’opposizione armata. Anche lui doveva trovarsi a quel posto di blocco, ma, come sottolinea la signora, la notizia della morte del padre ha salvato la sua vita da quell’agguato.
Torno a casa, i giorni passano velocemente e Bilal non vede l’ora di rincontrare le due ragazze con le quali eravamo usciti a pranzo qualche giorno prima. Gli dico di chiamarle visto che il giorno dopo dovevamo rivederci ma una delle due ci dice che non sarebbero potute venire all’indomani. Chiediamo cosa fosse successo anche perchè la ragazza al telefono è molto scossa. Il giorno prima ha tardato a rientrare nella zona periferica dove abita e visto che i soldati dell’Esercito regolare per motivi di sicurezza non lasciano passare nessuno sulla strada che porta verso quella zona, è stata fermata a bordo di un taxi e ha dovuto aspettare più di un ora, prima che i soldati procurassero un minibus per fare entrare tutti i civili insieme. Una volta rientrata in casa, dopo pochi minuti, si presentano alla porta i miliziani dell’Esercito Libero Siriano che chiedono di lei, vogliono sapere se ha dato informazioni ai soldati dell’Esercito regolare al posto di blocco ed impaurita racconta di come continuassero a farle domande insistentemente. Considerando che la ragazza è molto carina e che se l’avessero portata via sicuramente avrebbe rischiato di essere violentata, ha detto loro di non stare da nessuna parte, né con i soldati regolari né con loro, per fargli capire che a lei non interessa questa lotta tra governo e opposizione armata. Fortunatamente, ci racconta che, dopo l’intervento di alcuni anziani della zona (che confermano le posizioni della ragazza), i miliziani dell’opposizione armata lasciano la sua abitazione. Alla luce di questo brutto episodio, la ragazza ora ha paura ad uscire di casa.
Il giorno dopo, visto che l’appuntamento con le ragazze è saltato, decido di andare a trovare un amico che abita con la sua famiglia nella zona di Mazze: è originario della zona di Lattakia, la madre mi racconta di come con sua sorella siano andati verso Lattakia con alcuni familiari, tra i quali anche alcuni bambini, per assistere ad un funerale di un loro parente. Sulla strada sono stati vittime del fuoco dei miliziani armati che li hanno attaccati. Per fortuna, dopo uno scontro a fuoco con i miliziani dell’opposizione armata, sono riusciti a fuggire sani e salvi, anche se la loro auto ha riportato qualche danno materiale.
Oramai questi episodi sono all’ordine del giorno in tutto il Paese, oltre ai tanti rapimenti di civili, sempre più frequenti. Molte persone che prima di questa crisi non navigavano nell’oro e che vivevano nelle zone periferiche delle città, oggi sono diventati ricchi in poco tempo, possiedono automobili e case grazie alla loro collaborazione con i criminali mercenari dell’Esercito Libero Siriano: si tratta per lo più di soldi ottenuti grazie ai riscatti richiesti alle famiglie dei civili sequestrati. Ultima “moda” per i terroristi armati è il lancio di missili Hawen verso i quartieri abitati. Proprio oggi, uno ha colpito un minibus a Jaramana uccidendo 8 civili e ferendone molti altri. Pochi giorni fa un altro ordigno missilistico è caduto a poche centinaia di metri da dove mi trovo: ho sentito un gran botto in piena notte, ma fortunatamente non ci sono stati né morti, né feriti, né danni materiali. Un altro, sempre qualche notte fa, è precipitato nella zona di Bab Sharky, all’altezza della Chiesa di Hanaina. Per fortuna è caduto all’esterno dell’antico muro della cittadella, anche in quel caso senza provocare danni. Un altro ancora è caduto vicino la Moschea degli Omayyadi, colpendo un’antica casa disabitata, mentre sempre oggi ne sono caduti uno nella zona di Al Zablatani, dove si trova il Suk Al Hall e un altro sempre nella città vecchia, vicino al quartiere Shajur.
E’ forse questa la libertà e la democrazia che vorrebbero per la nostra Siria?

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