Habemus Papam Argentinum

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Filippo Bovo

Leggendo la biografia di Papa Francesco I ed in particolare soffermandosi sui suoi controversi rapporti con la “Junta” argentina del ’76 – ’83, viene spontaneo sospettare che egli stia all’America Latina degli ultimi anni, quella dei Chavez e dei Morales e dei Correa e degli Ortega, come Giovanni Paolo II stava all’Europa dell’Est ed all’Unione Sovietica, ovvero un ariete che gli Stati Uniti, sempre loro, utilizzerebbero per scardinare i governi progressisti di quel continente onde ricondurre quest’ultimo al ruolo di loro “cortile di casa” come negli “anni d’oro” delle dittature militari e dei successivi governi neoliberisti e fondomonetaristi. La tesi è del tutto legittima ed è stata sostenuta fin dai primi minuti da molti osservatori, ma non tiene conto d’alcuni aspetti che pure sono fondamentali.
Non si pensa, infatti, che contrariamente a trent’anni fa per la Chiesa Cattolica oggi la priorità in America Latina non è fronteggiare il comunismo ateo o le “eresie” come la Teologia della Liberazione (così la giudicavano Woytila e Ratzinger), ma la grave emorragia di fedeli subita a causa del forte attivismo delle varie sette e chiese protestanti, battiste, anabattiste ed avventiste provenienti dal Nord America e consistentemente sostenute dalle locali chiese madri. Queste negli ultimi anni hanno guadagnato in America Latina posizioni su posizioni a danno del cattolicesimo, se è vero come è vero che nel solo Messico, il paese più cattolico di tutto il Continente, un fedele su cinque s’è convertito andando tra le braccia di queste chiese. Nel resto della regione latinoamericana, in particolare in Brasile o in Guatemala (dove il 30% della popolazione è ormai di religione cristiano pentecostale) la situazione è addirittura peggiore. Queste chiese e sette hanno ricevuto un forte sostegno anche dal governo americano, in particolare negli anni di Bush ma pure sotto Obama, che vede in esse un utile strumento con cui imporre la propria influenza nell’America di lingua spagnola.
Dunque la necessità della Chiesa Cattolica di procedere con una nuova “evangelizzazione” in America Latina si pone proprio in diretto contrasto con la strategia statunitense d’appoggio alle chiese d’origine nordamericana, la cui espansione ha fino ad oggi falcidiato il gregge cattolico e di conseguenza colpito gli interessi del Vaticano nella regione. L’elezione di Jorge Bergoglio al soglio pontificio risponde proprio a questa necessità: è un segnale diretto alle masse latinoamericane alle quali la Chiesa di Roma vuol far capire che da oggi si cambia musica e che il cattolicesimo sarà, al pari delle chiese nordamericane fortemente impegnate nella beneficenza e nel proselitismo tra i più poveri, più vicino ai deboli e più comprensivo dei loro problemi sociali.
Per rievangelizzare l’America Latina la Chiesa Cattolica non può prescindere dall’intrattenere rapporti cordiali e fruttuosi coi governi locali ed in questo senso il fatto che essi siano tutti retti da cattolici rappresenta una risorsa da sfruttare a piene mani. La loro posizione politica non è un problema (semmai lo sarà e lo è per gli Stati Uniti), se con loro è possibile mettersi facilmente d’accordo per concedere alla Chiesa Cattolica quegli spazi che le sono necessari per salvaguardare l’integrità del proprio gregge. Gli accordi stabiliti con Cuba a partire dal ’98 sono lì a dimostrarlo.
Certo, permangono le critiche e l’ostracismo da parte cattolica nei confronti del socialismo, ma senza più la virulenza del passato. L’aver schiacciato la Teologia della Liberazione ha comportato per la Chiesa Cattolica un prezzo molto salato da pagare: le chiese protestanti et similia provenienti dal Nord America, molto più vicine alle rivendicazioni sociali degli strati più poveri della popolazione latinoamericana, ne hanno infatti fortemente beneficiato. E’ un errore di cui il Vaticano, oggi, ha preso coscienza e che si guarderebbe bene dal ripetere.
E qui si spiega anche il senso della visita pastorale di Benedetto XVI dello scorso anno a Cuba ed in Messico, paese quest’ultimo in cui la Chiesa Cattolica fino ad oggi si vedeva impossibilitata per legge dallo svolgere messe all’aperto e comparire in televisione. Il compito del nuovo pontefice sarà proprio quello di proseguire su questo tracciato già delineato dal suo predecessore, stabilendo proprio con gli attuali governi della Patria Grande quelle politiche di riconquista dello “spazio vitale” nella società latinoamericana già attuate a Cuba ed in Messico.
Contrariamente agli Stati Uniti, per i quali i governi di Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador, ecc, costituiscono una minaccia ai loro interessi, per la Chiesa Cattolica essi non rappresentano una minaccia dal momento che non contrastano ma addirittura in una certa misura favoriscono il cattolicesimo. Certo, le Conferenze Episcopali locali non sono tenere con questi governi e, com’è ben noto, quella venezuelana è implicata sino al collo nel tentativo di golpe contro Chavez del 2002, esattamente come lo stesso Bergoglio è noto per i suoi rapporti tutt’altro che idilliaci con i Kirchner. Ma la priorità per la Chiesa Cattolica in America Latina, oggi, non è il colore dei governi bensì il cercare di frenare in un modo o nell’altro la continua emorragia di fedeli dovuta proprio alle chiese nordamericane che agiscono in loco con la benedizione degli Stati Uniti. Per tale motivo mai come oggi, in America Latina, Washington ed il Vaticano si sono trovati su posizioni tanto lontane.

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