La rivolta dei Forconi e l’onnipresente «pericolo» dell’unione solidale del popolo italiano

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Guido Bachetti
forconiMentre a Kiev la piazza «colorata» si anima contro il Presidente Viktor Fëdorovyč Janukovyč, in favore di una maggiore integrazione verso Occidente e verso l’influsso Atlantico «a stelle e strisce» (in sostanziale disinteresse per i dati allarmanti di disgregazione sociale e crisi sistemica propria dell’Unione Europea), in Italia sono state occupate le strade ed i centri nevralgici del Paese dal «movimento dei forconi» e da chi si è riconosciuto nelle istanze sociali di quest’unione eterogenea d’intenti. Blocchi stradali e occupazione dei crocevia ferroviari, presidi nelle piazze, cortei di protesta e volantinaggi sono state alcune delle innumerevoli forme di opposizione ad una crisi economica, occupazionale e sociale, che pare essere un ostacolo troppo grande da superare per le promesse «tiepide» del Governo Letta.
L’Italia vive una condizione allarmante, ben rappresentata dall’«entusiasmo» della governance per il dato, almeno privo del segno «meno», della Crescita: la laconica proiezione Istat per il terzo trimestre 2013, mostra un freddo «0%» sul quale naufragano le speranze delle fasce sociali che sono scese in Piazza a protestare in questi giorni e che hanno davanti agli occhi lo sviluppo vertiginoso e le prospettive delle «economie emergenti». Le grida scomposte degli operai, dei lavoratori in proprio, degli studenti e dei camionisti mostrano un disagio sociale che va ben oltre il punto di non ritorno e palesatosi, per citare soltanto uno degli innumerevoli avvenimenti non privi di ambiguità, nell’assalto alla libreria di Savona dove, a gran voce, la folla ha chiesto la chiusura dell’esercizio commerciale ed uno sparuto gruppo anche il rogo dei libri (che ricorda le pagine nere della censura Fascista ma anche di certi movimenti anti-intellettualistici sessantottini che bruciarono in pubblica piazza i libri ritenuti borghesi e reazionari).
L’analisi degli eventi che si susseguono in questi giorni non è affatto compito facile in primis per la palese eterogeneità e complessità del movimento, eppure stranamente sclerotizzato dalle pagine giornalistiche e dalle televisioni. Coloro i quali detengono il potere mediatico, infatti, hanno tutto l’interesse a mostrare all’italiano politicamente poco impegnato come delle legittime rivendicazioni sociali, siano delle semplici grida estremistiche e scomposte da abbandonare integralmente nel binario morto di tutto ciò che va oltre l’auspicabile «moderato» e preferibile «politicamente corretto». Ad ogni modo, fin dal primo giorno della protesta, si potevano porre in rilievo delle ambiguità nelle esilaranti domande poste dai giornalisti ai manifestanti che sbandieravano il Tricolore: «siete Fascisti?». Il Tricolore, simbolo che storicamente rimanda all’eroismo del periodo risorgimentale e alle lotte per l’autodeterminazione nazionale e la Sovranità politica, viene ridotto ancora una volta – «condotto a forza» potremmo meglio dire – all’interno di «logiche illogiche» proprie di chi ancora pretende di interrogare la complessità del presente con categorie politiche stantie, inattuali.
Questa volontà di sclerotizzare il conflitto sociale rivive ogni giorno nel tentativo di descrivere una crisi complessa utilizzando la bobbiana dicotomia Sinistra/Destra (già il Filosofo torinese Costanzo Preve, intelligentemente, ne aveva proposto l’abbandono integrale dal momento in cui è venuta meno la sovranità monetaria e politica dello Stato), anche se nel caso specifico dei Forconi è di gran lunga più appropriata la critica all’opposizione tra Antifascismo (in assenza palese di Fascismo) e l’Anticomunismo «rituale» (anch’esso privo di fondamento essendo scomparso da vent’anni circa il Comunismo Storico Novecentesco). È questa seconda «coppia di opposti» che meglio chiarifica il tentativo di guidare la protesta da parte degli intellettuali «incorporati», ma andiamo in ordine.
Inizialmente la manifestazione aveva assunto un carattere pacifico e non ideologico (se sia poi realmente possibile impegnarsi politicamente in modo «non ideologico» questa è un’altra questione da analizzare a parte), successivamente è stata giustamente rilevata la presenza di militanti politici appartenenti alla destra cosiddetta neofascista e, in alcune città, alla presenza di collettivi e centri sociali (possiamo parlare in questo caso di una composizione palesemente eterogenea, chiarificata anche dai motti «neutri» della manifestazione: «Fermiamo l’Italia!»; «siamo il popolo di tutto il mondo del lavoro»; «non ci sono categorie separate dalle altre» ecc.). Nonostante questa palese compresenza di un retroterra ideologico quantomeno variegato, i media hanno posto comunque in evidenza – e a mio avviso in modo artificioso – la presunta presenza in cabina di regia di un’«anima nera» all’interno di questi movimenti spontanei di cittadini e questa ipotesi è stata il pretesto per porre in essere una divisione ideologica tra i manifestanti; divisione che solo in secondo tempo si è espletata in strada con cortei e contro-cortei ponendo, da un lato, gli «anti-fascisti-anti-forconi» e dall’altro i «forconi-fascisti». In sintesi: una manifestazione che aveva come minimo comun denominatore il tema del lavoro e che accomunava realtà politiche, sociali ed ideologiche diverse, si è ritrovata divisa sostanzialmente in due parti dagli stessi steccati ideologici di sempre. Il più classico dei «dividi et impera» (e a rimetterci sono sempre i lavoratori).
Ritengo sia doverosa un’ulteriore precisazione. Una cosa è l’Antifascismo realmente esistito e che aveva senso politico ed ideologico di esistere quando opposto ad uno stato di cose reale (che non esiste più da 70 anni), un’altra è l’antifascismo ideologico dell’ANPI, dei «sinistri» e di chi segue ancora questo carnevale da neurodeliri che ha favorito la frammentazione di una manifestazione inclusiva e potenzialmente unitaria. Questo Antifascismo, così come il suo opposto anticomunista, non ha più senso di esistere e nel caso specifico del «movimento dei forconi», è stato anche deleterio perché abusando della carta jolly «Fascismo», ha favorito la delegittimazione di una manifestazione che vede la partecipazione di fasce di lavoratori in sofferenza reale: dai trattoristi che ieri a Milano sono andati in corteo per cercare di raggiungere la sede del consiglio regionale in piazza Duca d’Aosta, alle auto di traverso poste nello snodo verso la Francia a Ventimiglia; dalla tangenziale ovest di Milano occupata anche da studenti, al corteo che si è snodato nel centro storico di Firenze animato dalla bandiera italiana e dai cori contro Alfano, Letta e il neosegretario del PD e sindaco Matteo Renzi.
Un’ultima precisazione in merito al dossieraggio dei giornali e telegiornali: un conto è rilevare delle situazioni ambigue nel panorama più vasto di una mobilitazione nazionale, un altro conto è additare genericamente ed in modo acritico di «fascismo» il malessere reale di fondo… quest’atteggiamento che nasconde quantomeno malafede non fa altro che cercare di mettere gli uni contro gli altri i cittadini. Come è ormai tristemente evidente, gli intellettuali, che il sociologo francese Bourdieu definisce «il gruppo dominato della classe dominante», non fanno altro che tenere in vita la dicotomia destra/sinistra e l’anticomunismo/antifascismo con qualsiasi mezzo perché è l’unico strumento rimasto per contenere il malessere reale di chi è schiacciato da uno dei Paesi con la più alta pressione fiscale al mondo. Parlare di «logiche eversive» sottese a questa mobilitazione ha, infine, del paradossale. Tutto l’apparato mediatico embedded ha favoreggiato in diversa misura chi ha bombardato i Balcani, l’avventurismo in Libia, la barbara uccisione di Gheddafi, l’occupazione dell’Iraq e dell’Afghanistan, il silenzio sul terrorismo quedaista e salafita in Siria e l’appoggio acritico alle politiche dell’Eurozona che stanno facendo a pezzi lo Stato Sociale e le tutele della Prima Repubblica. Leggere oggi da questi fiancheggiatori di Sistema accuse di terrorismo e di attività sovversive rivolte ai lavoratori scesi in strada, è scandaloso e – letteralmente – grida vendetta.
Mi auguro che questa mobilitazione nazionale, oltre ad ottenere le risposte che la pongono in essere riesca, evitando i tentativi divisione sociale, a riunire il popolo italiano nel suo complesso e a smascherare le false dicotomie che hanno avvelenato la storia delle lotte nel Novecento italiano. Riuscire in questa impresa vorrà dire riuscire finalmente a minare alle fondamenta questo Sistema malato per favorire, si spera, la costituzione  di un nuovo modo comunitario di ripesare la socialità e di camminare in modo solidale verso un futuro caratterizzato da Sviluppo, Crescita e Lavoro.

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