L’asse Pol Pot-Washington in funzione antisovietica

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DkA4jÈ stata sempre fin troppo sottaciuta la complicità americana nell’ascesa al potere del Partito Comunista di Kampuchea dei famigerati Khmer Rossi. Quest’alleanza, che contro il comune nemico sovietico e vietnamita, durò due decenni, e gli Stati Uniti furono responsabili del sostegno della guerriglia Khmer negli anni ‛80, ma anche, indirettamente, della loro ascesa negli anni ‛70. La storiografia occidentale ha ben poco indagato su questo “patto faustiano”, e ha completamente taciuto sulle responsabilità dell’imperialismo americano nel sostegno diretto e indiretto di Pol Pot. Spiega il giornalista John Pilger, che ha molto indagato sul rapporto tra i Khmer Rossi e l’amministrazione americana: «È fin troppo facile e pericoloso ricordarsi di Pol Pot come un mostro unico. La cosa riprovevole sulla copertura americana delle sue morti è l’omissione della complicità americana nella sua ascesa al potere, una complicità che lo ha sostenuto per quasi due decenni» (John Pilger, “The friends of Pol Pot”, The Nation Magazine, 11 maggio 1998).
Tutto iniziò nei primi anni ‛70. L’aviazione americana, negli ultimi anni della Guerra in Vietnam, iniziò un’operazione su larga scala consistente nel bombardamento a tappeto della Cambogia, in teoria neutrale. Lo scopo era di minare una possibile base di appoggio dei nordvietnamiti. Le modalità di bombardamento furono descritte da Nixon a Kissinger per telefono con queste parole: «Voglio che qualsiasi cosa che sappia volare vada là [in Cambogia]e scateni l’inferno!» (Conversazione telefonica tra il Presidente Nixon e il Segretario di Stato Henry Kissinger, 9 dicembre 1970, 8,45 p.m., in U.S. Involvement in the Cambodian War and Genocide). Secondo uno studio del governo finlandese, questi bombardamenti causarono la morte di 600.000 persone e almeno due milioni di rifugiati, ma la cosa che favorirono più di tutte fu l’ascesa del gruppo dei Khmer Rossi maoista, che fino a poco prima era minoritario. Molti giovani profughi cambogiani trovarono rifugio tra le fila dell’esercito di Pol Pot; dice infatti il direttore operativo della CIA nel 1973 sulla Cambogia: «Questo metodo [il bombardamento]ha causato un reclutamento di un gran numero di giovani [e]la propaganda [di guerra]è risultata molto più efficace tra i rifugiati soggetti ai bombardamenti dei B-52». Quest’aggressione ingiustificata alla Cambogia fece mutare anche gli equilibri regionali, portando altre forze a favorire i comunisti cambogiani. Scrive infatti Hall: «L’attacco spinse i nordvietnamita ancora più in profondità in Cambogia e li spinse ad una più vicina cooperazione con i Khmer Rossi» (M. Hall, The Vietnam War, Pearson Education Limited, p. 63).
A causa della sconsiderata politica di terrorismo adottata dagli Stati Uniti, che devastò totalmente la Cambogia e mandandola in rovina, questo paese (o quel che ne restava) passò sotto il controllo dei Khmer Rossi, l’unica forza militarmente organizzata per controllare il paese. L’ideologia maoista del PCK lo portò ad allinearsi con Pechino ed a rompere sempre più i ponti con gli ex alleati di Hanoi ed i paesi del Patto di Varsavia. In conseguenza della svolta dell’ultimo Mao, che diede il via ai rapporti con gli Stati Uniti, pure Pol Pot seguì questa pista, e ciò sarà la base per la successiva cooperazione negli anni ‛80. Gli Stati Uniti, anche a dispetto del regno di terrore esasperato creato da Pol Pot, non criticarono mai il nuovo governo di Phnom Penh, ed anzi, tacquero volutamente. Un giornalista del Public Broadcasting Service, spiega: «Nonostante la crescente evidenza delle atrocità dei Khmer Rossi, il governo americano rimase in silenzio … pochi politici americani erano disposti a venire coinvolti … e il governo non era interessato ad esaminare il suo complesso ruolo nel collasso della Cambogia» (Frontline World. Cambodia – Pol Pot’s Shadow. Cronicle of Survival. Terror and genocide 1975-1979). I crimini di Pol Pot, in realtà, erano ben conosciuti in America, a dispetto di quanto si crede. Carter disse che la Kampuchea Democratica era “il peggior violatore di diritti umani al mondo”, ma non fu mai presa alcuna decisione contro Pol Pot, né fu mai minacciato; conveniva rimanesse al potere. Un episodio degno di nota, a questo proposito, è narrato da Michael Haas: «Nell’agosto 1978 il senatore pacifista George McGovern presentà l’inaspettata proposta che una forza internazionale andasse in Cambogia per fermare il genocidio dei Khmer Rossi. Invece di valutare con cura l’idea, il Dipartimento di Stato rispose il giorno seguente, senza un’apparente deliberazione, che l’idea non era considerata da nessuno. La proposta di McGovern, in altre parole, fu rigettata» (Michael Haas, Cambodia, Pol Pot and the United States: The Faustian Pact, Praeger Publishers, 1991, pp. 12-13).
Nel dicembre 1978 iniziò la guerra tra la Kampuchea Democratica (il nuovo nome della Cambogia) e il Vietnam, che sarà, in poche settimane, vinta dal Vietnam, in netta superiorità numerica. Sul confine thailandese si raggrupparono un gran numero di rifugiati e si costruirono basi per la guerriglia Khmer contro il nuovo governo filo-vietnamita di Heng Samrin. Gli Stati Uniti condannarono l’invasione vietnamita con le stesse accuse rivolte al Vietnam dai Khmer Rossi, ovvero di “egemonismo di secondo piano”, dimenticandosi che l’azione vietnamita era stata fatta in risposta alle numerose violazioni territoriali dei Khmer Rossi e al rifiuto degli stessi di negoziare col Vietnam delle pretese dispute territoriali. L’America, il Giappone e l’Occidente, furono i primi a fornire aiuto ai rifugiati e ai guerriglieri anti-vietnamiti, un’operazione che era stata impedita alle Nazioni Unite e alla Croce Rossa per via dell’ampio dissenso nella comunità internazionale. Alle Nazioni Unite, il nuovo regime filo-vietnamita di Phnom Penh (la Kampuchea Democratica fu chiamata “Repubblica Popolare di Kampuchea”) fu considerato illegale, e Pol Pot mantenne il suo seggio, perché “gli Stati Uniti … e la Gran Bretagna insistettero” (John Pilger, How Thatcher gave Pol Pot a hand, New Statesman, 17 aprile 2000). Il Segretario di Stato Vance, sebbene si fosse opposto per settimane, alla fine diede ordine al delegato americano Andrew Young di votare per i Khmer Rossi, “piuttosto che stare dalla parte di Mosca e dei suoi alleati” (Michael Haas, Cambodia, Pol Pot and the United States: The Faustian Pact, Praeger Publishers, 1991, p. 17). Da quel momento anche il governo della Thatcher divenne uno dei maggiori sponsor di Pol Pot e del suo governo spodestato, ma non solo: iniziò una grande coalizione tra Washington e Pol Pot che sarebbe durata fino al 1991.
L’inizio di questi rapporti è datato gennaio 1980, e fu sul confine thailandese-cambogiano che i Khmer Rossi ricevettero assistenza. I motivi di questo sostegno erano ben chiari. Disse Henry Kissinger già il 26 novembre 1975, quindi 3 anni prima della caduta dei Khmer Rossi: «Cosa pensano i cambogiani degli Stati Uniti? Di’ loro che non serbiamo ostilità nei loro confronti. Vorremmo che fossero indipendenti come contrappeso al Vietnam del Nord … Preferiremmo che il Laos e la Cambogia si allineino con la Cina che con il Vietnam del Nord … A noi non interessa dell’influenza cinese in Cambogia per bilanciare quella del Vietnam del Nord. Come dissi ai cinesi quando ci incontrammo l’ultima volta e discutemmo della vittoria vietnamita in Indocina, è possibile ottenere una vittoria ideologica che è al contempo una sconfitta geopolitica. I cinesi furono d’accordo» (Memorandum della conversazione tra il Segretario di Stato Kissinger e il Ministro degli Esteri thailandese Chatchai, 26 novembre 1975, 1,00 p.m.).
Il coinvolgimento americani di mezzi fu notevole. Nel 1979, gli Stati Uniti dispensarono 7 milioni di dollari per fini “umanitari”, ma finirono nelle grinfie dello spodestato PCK (Michael Haas, Cambodia, Pol Pot and the United States: The Faustian Pact, Praeger Publishers, 1991, p. 17). Gli Stati Uniti, poi, dal 1980 al 1986, spesero in totale 85 milioni di dollari per Pol Pot, cifra rivelata sei anni più tardi dall’avvocato congressuale Jonathan Winer. Buona parte di queste spese furono sotto la copertura “umanitaria” (una procedura molto usata ancora oggi), ma in realtà erano un sostegno diretto ai soldati di Pol Pot. Spiegano Linda Mason e Roger Brown, che hanno studiato le “operazioni di soccorso” per i profughi cambogiani in Thailandia: «…le organizzazioni di soccorso fornirono al movimento di resistenza dei Khmer Rossi cibo e medicine … La caduta dei Khmer Rossi nel 1979 causò la più disperata fuga che ci fu sul confine thailandese-cambogiano. Attraverso gli aiuti, tuttavia, la loro salute migliorò rapidamente, e le organizzazioni di soccorso cominciarono a chiedersi se era leggittimo nutrirli. I Khmer Rossi … essendosi ripresi … avevano cominciato attivamente a combattere i vietnamiti. Le organizzazioni di soccorso considerarono che il supporto ai Khmer Rossi fosse inconsistente ai fini umanitari … Anche la Thailandia, la nazione che ospitava le organizzazioni di soccorso, e il governo americano, che ha finanziato la maggior parte delle operazioni di soccorso, insistettero che i Khmer Rossi fossero sfamati» (cfr. Jack Colhuon, “Dalla parte di Pol Pot: Supportare i Khmer Rossi”, Covert Action Quarterly Magazine, estate 1990). Nel novembre del 1980 l’ex deputato e direttore della CIA Ray Cline visitò un campo dei Khmer Rossi in Cambogia, e questa visita fu confermata in seguito dal governo thailandese. Insieme a Cline, sempre nel 1980, 50 agenti della CIA conducevano, per Washington, delle operazioni in Cambogia. Gli Stati Uniti, subito dopo l’invasione vietnamita, organizzarono il Kampuchean Emergency Group (KEG), ufficialmente per assistere i profughi cambogiani, ma in realtà per aiutare in ogni modo i Khmer Rossi. Dissero Linda Mason e Roger Brown: «Il governo americano insisteva che i Khmer Rossi fossero nutriti … gli Stati Uniti preferivano che le operazioni dei Khmer Rossi beneficiassero della credibilità di un’operazione di aiuto internazionale riconosciuta» (Linda Mason e Roger Brown, Rice, rivalry and politics: Managing Cambodian relief, University of Notre Dame Press, 1983). Grazie al loro potere, gli americani fecero pressione sul World Food Programme, sempre nel 1980, affinché stanziasse 12 milioni di dollari di aiuti, che sarebbero passati dalla Thailandia per raggiungere i campi dei Khmer Rossi. Secondo l’ex assistente del Segretario di Stato Richard Holbrooke “dai 20 ai 40 mila guerriglieri di Pol Pot ne beneficiarono”.
Nel 1982, per dare maggiore credibilità agli aiuti occidentali, l’imperialismo creò un organismo fantoccio denominato Coalizione del Governo Democratico della Kampuchea. In essa si trovavano tutti e tre i gruppi guerriglieri antivietnamiti, ed era perciò più difficile individuare quali aiuti sarebbero finiti nelle mani di Pol Pot. Le altre fazioni (ANS, Armée Nationalle Sihanoukiste, e KPNLF, Khmer People’s National Liberation Front) non erano che due piccole organizzazioni con un’autonomia limitata, ed il vero punto forte restavano i Khmer Rossi, che, non a caso, mantenevano il controllo del ministero degli esteri e il seggio all’ONU. Ben Kiernan, uno dei massimi studiosi della Cambogia, spiegò che questa “Coalizione” non era “né una coalizione, né democratica, né in Kampuchea”. Così, l’amministrazione americana continuò a sostenere Pol Pot dichiarando, ufficialmente, di sostenere questi due gruppi. Con questa creazione, il governo americano non ebbe più remora di dichiarare ufficialmente che aveva ed avrebbe fornito all’ANS e al KPNLF “aiuti militari umanitari e non letali”; nel 1982, infatti, l’aiuto alla resistenza crebbe da 4 a 10 milioni di dollari (Michael Haas, Cambodia, Pol Pot and the United States: The Faustian Pact, Praeger Publishers, 1991, p. 18). Ma questi aiuti non erano per nulla “non letali”. Un reporter del London Sunday, nel 1989, che si era recato nei campi dei guerriglieri scrisse: «Divisioni americane sono state viste aiutare nell’addestramento la guerriglia di resistenza khmer e sembra che, recentemente, si siano recati con loro in Cambogia … Rapporti sulla crescente intromissione americana sono emersi dalla città del nord di Sisophon, dove gli ufficiali locali hanno detto che 4 occidentali hanno accompagnato le guerriglie in un attacco in città il mese scorso». Inoltre, spiega Jack Colhuon: «Sebbene il governo americano negò di foraggiare l’ANS e il KPNLF con hardware militari, un rapporto recente mostra che le forze del KPNLF avevano ricevuto un carico di armi dagli Stati Uniti, inclusi M-16, lanciagranate e cannoni senza rinculo. È stato anche riportato che gli Stati Uniti stanno fornendo al KPNLF fotografie satellitari ad alta risoluzione e “molti comandanti del KPNLF affermano che gli americani hanno  inviato circa 40 soldati d’élite per addestrarli nell’uso del sofisticato missile anticarro Dragon di produzione americana, in un corso di 4 mesi conclusosi il mese precedente”. Quando il KPNLF lanciò un attacco su grande scala il 30 settembre [del 1989], un gran numero di ufficiali americani furono visti sulla regione di confine, vicino ai combattimenti» (Jack Colhuon, “Dalla parte di Pol Pot: Supportare i Khmer Rossi”, Covert Action Quarterly Magazine, estate 1990). Gli aiuti militari americani a Pol Pot erano coperti dai paesi asiatici; infatti, la CIA consegnava armi, denaro ed altro, a paesi come la Thailandia, la Malesia e Singapore, che avrebbero poi smistato il tutto nelle zone controllate dai Khmer Rossi. Le armi erano prodotte a Singapore e a Taiwan sotto la licenza belga ed americana, e finivano poi nelle mani di Pol Pot. In questo modo, l’aiuto americano non era facilmente rintracciabile. Precisa Michael Haas: «Le armi arrivavano dopo aver rivisto i piani di battaglia. La CIA condivideva fonti satellitari e di altro tipo … Inoltre, il Congresso stanziò 500 milioni di dollari ogni anno per il traferimento di rifornimenti non letali in eccesso dai magazzini del Dipartimento della Difesa e per i costi di trasporto, per la spedizione di aiuti letali donati da fonti non-governative» (Michael Haas, Cambodia, Pol Pot and the United States: The Faustian Pact, Praeger Publishers, 1991, p. 19). Il governo americano, però, nel 1985 (e lo ribadirà Bush nel 1989), dichiarò di “proibire l’uso degli aiuti con l’obiettivo o l’effetto di promuovere, sostenere, aumentare, direttamente o indirettamente, la capacità dei Khmer Rossi”. Questo improvviso “cambiamento di facciata” fu solo un diversivo dell’amministrazione americana per scrollarsi di dosso il sostegno a Pol Pot; ma la sostanza del sostegno al PCK non cambiò. Infatti, il Congresso aveva appena approvato altri 5 milioni di aiuti alle organizzazioni di facciata dell’ANS e del KPNLF. Riferisce degli aiuti diretti a Pol Pot, il giornalista John Pilger: «Fui testimone io di ciò. Viaggiando con un convoglio di 40 camion delle Nazioni Unite, sono arrivato in una base dei Khmer Rossi a Phnom Chat. Il comandante della base era il famigerato Nam Phann, noto agli operatori umanitari come “il macellaio” o “l’Himmler di Pol Pot”. Dopo che le forniture venivano scaricate, letteralmente ai suoi piedi, disse: “La ringrazio molto, ne vogliamo di più”» (John Pilger, How Thatcher gave Pol Pot a hand, New Statesman, 17 aprile 2000).
Con i problemi emersi grazie alla perestrojka nel campo socialista, e diffusisi anche in Asia, il sostegno occidentale a Pol Pot, tra il 1989 e il 1991 cominciò a crescere, vedendo il governo filo-vietnamita di Phnom Penh essere sempre più in crisi. E con la caduta graduale del potere di Heng Samrin, crebbero anche i finanziatori di Pol Pot. Nel 1989, infatti, emersero anche altre, pesanti, responsabilità: quelle britanniche e della Thatcher. Sul Sunday Telegraph apparve la notizia che le SAS addestravano i Khmer Rossi, e fu poi più tardi rivelato, sul Jane Defence Weekly, che l’addestramento era in corso da almeno quattro anni, cioè dal 1985 circa. Il governo della Thatcher, inizialmente, smentì ogni coinvolgimento britannico in Cambogia, me nel 1991 crollò, ed ammise di aver addestrato i Khmer Rossi fin dal 1983. Spiega un membro dello squadrone di riserva delle SAS: «Abbiamo addestrato i Khmer Rossi su molto materiale tecnico, molto sulle mine … Abbiamo usato le mine che provenivano dalla Royal Ordnance in Gran Bretagna, che abbiamo avuto attraverso l’Egitto cambiandone i codici di identificazione … Gli abbiamo addestrati anche psicologicamente. In un primo momento volevano solo andare nei villaggi e fare a pezzi la gente. Gli abbiamo detto come farlo facilmente» (John Pilger, Ibid).
Le responsabilità del Pentagono, in questo periodo, crebbero ulteriormente. Nel 1989 l’aiuto segreto americano “non letale” passò da 20 a  24 milioni di dollari, e quello non segreto a 5 milioni. Per il 1990 l’amministrazione Bush chiese un aumento fino a 7 milioni di dollari di aiuto “non letale” aperto. Il Principe Sihanhouk, capo dell’ANS ma anche ex Capo di Stato sotto Pol Pot, e che funse da copertura, dichiarò nel 1989: «Solo un mese fa, ricevetti un’informazione dell’intelligence che c’erano divisioni della CIA nei campi dei Khmer Rossi in Thailandia, in maniera particolare nel campo sul lato B … Gli uomini della CIA stanno insegnando ai Khmer Rossi i diritti umani! La CIA vuole trasformare delle tigri in dei gattini!». Tuttavia, nonostante queste dichiarazioni possano sembrare una condanna verso i Khmer Rossi, nel 1989 Sihanouk, i suoi e il KPNLF, erano ancora uniti saldamente ai Khmer Rossi. La critica verso Pol Pot era fatta per ammansire le organizzazioni internazionali, che cominciavano a denunciarlo, ma nessuno aveva intenzione di rompere con l’uomo forte della resistenza. Dice a questo proposito lo stesso monarca, in un messaggio radio dello stesso anno: «Vorrei particolarmente ringraziare il fatto che le nostre tre armate [ANS, KPNLF e Khmer Rossi] sappiano come cooperare cordialmente tra di esse … Ci assistiamo a vicenda in ogni circostanza e cooperiamo tra di noi sul campo di battaglia della nostra madrepatria cambogiana». Il discorso di Sihanouk si concluse citando la cooperazione con Pol Pot nelle battaglie di Battambang, Siem Reap e Oddar Meanchey, sintomo che i Khmer Rossi erano ancora la vera forza dominante tra i ribelli (Jack Colhuon, “Dalla parte di Pol Pot: Supportare i Khmer Rossi”, Covert Action Quarterly Magazine, estate 1990). Nell’agosto 1990 un ex membro delle Forze Speciali americani svelò che gli era stato ordinato di distruggere delle registrazioni che mostravano munizioni americane, in Thailandia, andare nelle mani dei Khmer Rossi. Le registrazioni, disse, coinvolgevano il Consiglio Nazionale di Sicurezza americano e il consigliere della politica estera presidenziale. Ma, nonostante gli sforzi coperti e non dell’Occidente, la guerriglia non aveva ottenuto alcun risultato, e si profilava un nuovo scenario: il ritiro delle truppe vietnamite dalla Cambogia. Più tardi, nei primi anni ‛00, emersero molte altre testimonianze di ex militari americani che ebbero un ruolo attivo nell’aiuto a Pol Pot. Dice al WorldNetDaily Tom Berta: «Ero in Thailandia … volavo personalmente con i nostri aeroplani in molte occasioni, almeno 20. La CIA esercitava una cosa che chiamava “Terza Opzione” e vendeva armi ai Khmer Rossi».
Nel febbraio del 1992 le Nazioni Unite mandarono in Cambogia una “forza di pace” (22 mila militari) per ristabilire l’ordine nel paese. Inizialmente tutte le fazioni furono accolte trionfalmente a Phnom Penh per negoziare, compresa quella dei Khmer Rossi, che però incontrò solo le congratulazioni dei funzionari delle Nazioni Unite e non quella dei cittadini di Phnom Penh. I funzionari delle Nazioni Unite si “dimenticarono” del cosiddetto “genocidio”, proprio perché essi erano i primi ad esserne coinvolti; Eric Falt, portavoce delle Nazioni Unite in Cambogia dichiarò: «Il processo di pace è volto a consentire [ai Khmer Rossi]di acquisire rispettabilità». Khieu Samphan, ex Primo ministro della Kampuchea Democratica di Pol Pot, ebbe il privilegio di incontrare il capo delle truppe ONU, l’australiano John Sanderson, e, de facto, il processo si risolse, inizialmente, con la cessione di quasi un quarto del territorio cambogiano nelle mani di Pol Pot. Le Nazioni Unite tentarono poi di disarmare i Khmer Rossi, ma senza successo; e ciò portò l’esercito comunista a riprendere la guerriglia e boicottare il processo elettorale, in coincidenza con le elezioni del maggio 1993, che videro la vittoria di Hun Sen (Partito del Popolo Cambogiano) e del Principe Ranariddh. Le Nazioni Unite ed Hun Sen raggiunsero poi un accordo per processare i capi dei Khmer Rossi con l’accusa di “crimini contro l’umanità”. Gli statunitensi si mostrano tuttavia restii a questo processo, conoscendo le loro innegabili colpe. Disse infatti l’ex leader dei Khmer Rossi Ta Mok (detto “il macellaio”) o il suo avvocato: «Tutti gli stranieri interessati devono essere chiamati alla sbarra, e non ci saranno eccezioni … Madeleine Albright, Margaret Thatcher, Henry Kissinger, Jimmy Carter, Ronald Reagan e George Bush … abbiamo intenzione di invitarli a dire al mondo perché supportavano i Khmer Rossi». Anche altri ex leader dei Khmer Rossi, durante il loro processo, misero in evidenza le responsabilità americane. Kaing Guek Eav, soprannominato “Duch”, responsabile della famigerata prigione di Tuol Sleng (dove sembra che abbiano perso la vita 14-20 mila persone in 3 anni) ha dichiarato: «I signori Richard Nixon e Kissinger hanno permesso ai Khmer Rossi di cogliere occasioni d’oro».

Leonardo Olivetti

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