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	<title>Stato  &#38;  Potenza</title>
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	<description>Periodico di informazione socialista</description>
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		<title>Lukashenko e Nazarbayev si incontrano</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 06:02:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Fais</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[In Breve]]></category>

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		<description><![CDATA[Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko e il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev si sono incontrati informalmente in Belovezhskaya Pushcha il 12-13 maggio. Il giorno prima si è tenuta la parte ufficiale della visita di Nazarbayev alla Bielorussia, i due leader hanno avuto colloqui informali nel Pushcha Belovezhskaya. Alexander Lukashenko ha ricevuto il suo omologo kazako [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/nursultan-nazarbayev-alexander-lukashenko-2011-12-20-11-50-19.jpg"><img src="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/nursultan-nazarbayev-alexander-lukashenko-2011-12-20-11-50-19-300x199.jpg" alt="" title="nursultan-nazarbayev-alexander-lukashenko-2011-12-20-11-50-19" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-3715" /></a>
<p align="justify">Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko e il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev si sono incontrati informalmente in Belovezhskaya Pushcha il 12-13 maggio. Il giorno prima si è tenuta la parte ufficiale della visita di Nazarbayev alla Bielorussia, i due leader hanno avuto colloqui informali nel Pushcha Belovezhskaya. Alexander Lukashenko ha ricevuto il suo omologo kazako nella sua residenza di Viskuli. &#8220;I due capi di stato hanno avuto una conversazione proficua, hanno fatto una passeggiata per vedere i monumenti e i siti riservati del parco nazionale&#8221;. E&#8217; stato osservato che il potenziale naturale unico della Bielorussia, le sue riserve e i suoi parchi nazionali sono una solida base per lo sviluppo della cooperazione nel settore del turismo e recupero. I presidenti di Bielorussia e Kazakistan hanno discusso una vasta gamma di questioni bilaterali alla vigilia dei colloqui ufficiali a Minsk. Il programma della visita ufficiale prevede un incontro con il presidente bielorusso Alexander Lukashenko dove i capi di stato hanno intenzione di discutere le prospettive di una cooperazione a tutto tondo per i due paesi, per quanto riguarda le relazioni economiche e commerciali tra la Bielorussia e il Kazakistan, nonché all&#8217;interno dello Spazio economico unico . I Presidenti hanno l&#8217; intenzione di discutere il programma economico di cooperazione per il settennato 2009-2016, i grandi progetti congiunti nel settore industriale e in altri settori di cooperazione, vale a dire la scienza dell&#8217;energia, dei trasporti e della logistica, l&#8217;istruzione e la cultura, l&#8217;agricoltura. Ci sono piani per condividere opinioni su un gran numero di questioni dell&#8217;agenda internazionale, la cooperazione in diverse associazioni di integrazione e le organizzazioni internazionali, le questioni della sicurezza regionale nella Comunità di Cooperazione Interstatali per Commercio e Trasporti. Le due parti  saranno tenute a firmare una serie di documenti per gettare le fondamenta per un ulteriore sviluppo delle relazioni interstatali.</p>
<p><strong>Traduzione di Dario Daniele Raffo</strong></p>
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		<title>Quando l’Alaska era russa</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 06:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Fais</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/32-6-6.jpg"><img src="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/32-6-6-300x235.jpg" alt="" title="32-6-6" width="300" height="235" class="alignleft size-medium wp-image-3705" /></a>
<p align="justify">Grigorij Ivanovič Šelichov era un modesto commerciante di Rylsk che decise di andare a cercare fortuna tuffandosi nell’oceanica opportunità rappresentata dalla nuova avventura siberiana intrapresa dallo Zar e dai Cosacchi, a cavallo tra il XVII e il XIX secolo. Quando partì, il “lontano est” era un territorio quasi completamente inesplorato, pieno di opportunità economiche e strategiche sia per i tanti commercianti dell’Impero, sia per lo Zar. Trasferitosi nella nascente cittadina di Okhotsk, stanziata nell&#8217;attuale Territorio di Chabarovsk, Šelichov cominciò ad organizzare spedizioni navali verso alcuni gruppetti di isole già sfiorate diversi anni prima dall’ammiraglio Vitus Jonassen Bering. Compito dell’esploratore scandinavo ingaggiato dalla monarchia di Pietrogrado, era stato quello di individuare un eventuale collegamento terraneo tra la Siberia e l’America. Così, mentre i <em>conquistadores</em> e i padri pellegrini giunti dall’Europa occidentale distruggevano e cancellavano intere civiltà nei territori oggi compresi tra il Canada meridionale e il Cile, raggiungendo le coste continentali direttamente dall’Oceano Atlantico, i Russi procedevano nella lenta realizzazione (in maniera spesso disordinata e priva di veri e propri criteri programmatici) di una vasta opera di insediamento all’interno del territorio siberiano, sino alle sue punte più estreme.<br />
Nel 1783, Šelichov organizzò una spedizione di tre navi, prendendovi parte assieme a sua moglie Natalia, raggiungendo le Isole Aleutine, Unalaska ed infine l’isola di Kodiak, dove fu accompagnato da alcuni interpreti e da un corposo numero d’indigeni di fiducia. Le popolazioni native erano sempre state molto ostili dinnanzi ad ogni tentativo di intromissione, anche solo commerciale. Ciò che più faceva gola ai commercianti russi erano le pelli animali, e fondamentalmente non v’erano mai stati altri scopi al di là dell’interesse negoziale. Le sortite russe lungo la costa del Pacifico settentrionale e dell’Alaska in particolare, erano quasi sempre costituite da spedizioni “private”, delle quali molte volte Pietrogrado – complice anche l’enorme lontananza geografica – non era nemmeno a conoscenza. L’autorità imperiale nella Siberia orientale era retta dal Governatorato di Irkutsk, ma i territori che si trovava ad amministrare erano così vasti e così scarsamente popolati, da rendere impossibile qualunque monitoraggio per lo Stato. Diverse spedizioni, dunque, non ebbero scrupoli, e si conclusero con numerosi scontri tra gli esploratori e le popolazioni native.<br />
Šelichov conosceva bene i motivi di quella ostilità coi Chukchi, coi Jukaghiri o coi Koriaki, ma soprattutto con le genti indigene delle Isole Aleutine, e decise di avviare rapporti dal mutuo vantaggio che consentissero ai nativi di mantenere il controllo sul loro territorio e che assicurassero loro viveri e più moderne strutture, in cambio di pelli e mercanzie. Una parte di loro non si fidò dei buoni propositi del mercante russo, e tentò di aggredire la sua spedizione, finendo inevitabilmente sconfitti appena un giorno dopo. Malgrado questa battaglia, Šelichov garantì nuovamente a tutti gli altri indigeni che avrebbe rispettato la pace e le buone relazioni, tanto da creare una guardia locale formata da abitanti del posto. Fu la svolta. Kodiak divenne un avamposto fortificato e moderno. Così, mentre la moglie si preoccupava di fornire cibo e viveri alle famiglie locali, battezzando inizialmente quaranta nativi, Pietrogrado poteva accogliere con soddisfazione la notizia. Ancora una volta, le isolate imprese dei Cosacchi, le folli spedizioni dei commercianti nei territori più ostili e le ardimentose esplorazioni avevano portato la Russia ad assorbire territori quasi disabitati, e per lo più ignoti.<br />
Di ritorno verso Okhotsk, nel 1787, Šelichov perse gran parte del carico in una tempesta invernale, tuttavia poté consolarsi dinnanzi al rammarico del socio Golikov: “<em>Non rammaricartene tanto; stanno per giungere altre due navi e guadagnerai più che a sufficienza. Ma non si tratta di questo, ora. L’impresa sta assumendo proporzioni impensate; credo che stia per sorgere un’America russa!</em>”.<br />
Le significative parole di Šelichov denotavano forse un insensato eccesso di ottimismo, ma potevano ben dirsi concrete. Giunto a Irkutsk, spiegò con cura tutto il suo viaggio, sin dall’inizio, alle autorità imperiali, illustrando le scoperte geografiche compiute e i risultati ottenuti in quei quattro anni di gestione del territorio, durante i quali riuscì, assieme a sua moglie Natalia, a convertire alla fede cristiana ortodossa la stragrande maggioranza della popolazione indigena.<br />
Nei suoi ultimi anni di vita, Šelichov affidò il compito di esplorazione ad un altro commerciante. Aleksandr Baranov era un eminente collega di Selichov e, proprio come lui, pronto a sopportare i duri inverni artici per navigare sino all’Alaska, dove ormai poteva contare su una solida alleanza con le native popolazioni aleutine. Nacquero poi diverse compagnie di spedizione, pronte a difendere quei territori e a valutare la possibilità di ulteriori esplorazioni all’interno della regione settentrionale americana. Quattro anni dopo la morte di Šelichov (1795), l’abilità di Baranov e della vedova, Natalia, portò alla nascita della Compagnia russo-americana, incaricata di monitorare i commerci e l’amministrazione dei territori per conto diretto degli Zar Paolo I, Alessandro I, Nicola I e Alessandro II, succedutisi in sequenza durante il periodo di esistenza ufficiale della Compagnia: dal 1799 al 1867. La concorrenza di olandesi, spagnoli e svedesi poteva dirsi serrata, e a partire dalla prima decade del XIX secolo era la neonata nazione statunitense a puntare i piedi di fronte a questa temuta penetrazione russa da Nord. Tensioni tra Washington e Pietrogrado si registrarono già nei primi anni del XIX secolo, quando la Russia stabilì con un decreto il divieto di pesca a tutti gli stranieri nel territorio costiero dell’Alaska, sino al 1823, quando il presidente Monroe, con la sua omonima dottrina, sancì che il governo nord-americano non avrebbe permesso ulteriori espansioni degli Stati europei in America. I tentativi di penetrazione in California subirono così una brusca frenata.<br />
Fu inoltre la Guerra di Crimea ad evidenziare l’impossibilità di controllo e monitoraggio su un così vasto scenario territoriale, che alla metà del XIX secolo si estendeva dalla Polonia all&#8217;Alaska. All’epoca, per di più, nessuno ancora sapeva che il sottosuolo del territorio alaskiano nascondesse carbone, stagno e rame in quantità gigantesche. L’Alaska, un tempo considerata promettente terra di pelli e di ricchezze, era ormai divenuta una “rimessa” agli occhi dell’Impero zarista. Nel 1867, Pietrogrado cedette l’intera regione agli Stati Uniti per 7,2 milioni di dollari, chiudendo uno dei capitoli più brevi e più affascinanti dell’intera fase di russificazione dell’estremo oriente settentrionale.<br />
Ma in quegli ottanta anni compresi tra i primi viaggi di Selichov (1783) e la cessione dell&#8217;Alaska agli Stati Uniti (1867) cosa avvenne? Quali furono i segni lasciati dalla Russia all’interno di quel freddissimo territorio del continente americano?<br />
Nel 1794, i primi monaci russi giunsero nell’isola di Kodiak e ordinarono la costruzione della prima chiesa ortodossa in Alaska, dove cinque anni più tardi la Diocesi di Irkutsk, Nerchinsk e Jakutsk inviò un vicario. Nel 1815, dalle fondamenta della neonata cittadina zarista di Novo-Arkhangelsk (che oggi si chiama Sitka), sorse una cattedrale ortodossa, la prima sulla terraferma del continente americano. Venticinque anni più tardi, Novo-Arkhangelsk diventò la sede della nuova Diocesi di Kamchatka, Kurili e Aleutine, amministrata dal vescovo Innocenzo (Venjaminov).<br />
Oggi divisa tra molte comunità religiose e condizionata da un forte agnosticismo o ateismo, la popolazione dell’Alaska è suddivisa in cinque confessioni principali: evangelici (12%), cattolici (9%), ortodossi (8%), luterani (6%) e mormoni (4%). Tuttavia a questa composizione confessionale, non corrisponde una composizione etnica conseguente. Non esistono cittadini di origine russa o slava in genere, e la popolazione bianca di origine coloniale è quasi completamente composta da oriundi tedeschi, inglesi, norvegesi e irlandesi. Eppure, le tracce lasciate da quel periodo relativamente breve di incontro con la Russia, sono ancora tangibili dall’alto numero di cristiani ortodossi presenti tra i nativi alaskiani.<br />
Una delle storie più struggenti di questa testimonianza è senz’altro rappresentata dalla vicenda di Pietro l’Aleuta, chiamato Cungagnaq nella sua lingua nativa. Cungagnaq era un indigeno aleuta convertito all’Ortodossia dai missionari russi giunti nella regione a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo. Trovò la morte a San Francisco, nella California spagnola, l’8 settembre 1815, dove fu torturato per aver rifiutato di diventare cattolico durante la conversione forzata ad opera di padre Abella nella Missione Dolores. Oggi è un santo e martire della Chiesa Ortodossa, ed è venerato con particolare cura dagli eredi delle comunità aleute di fede ortodossa.<br />
L’Alaska ha attualmente una superficie di poco inferiore alla metà della superficie dell’intero territorio statunitense, e costituisce una delle cinquantadue stelle della confederazione presieduta dall’inquilino della Casa Bianca. È ancora adesso affascinante lasciarsi prendere dal dubbio in relazione alle tante questioni dirimenti dei centocinquanta anni successivi alla cessione dell&#8217;Alaska a Washington. Se i Russi non avessero mai venduto quel territorio, cosa sarebbe successo?<br />
Il golpe decabrista di Pietrogrado avrebbe ricevuto aiuti militari dal territorio nord-americano? La rivoluzione bolscevica sarebbe stata fermata da un più cospicuo invio di truppe ausiliarie dei Bianchi o, al contrario, avrebbe addirittura minacciato di riversarsi in Canada e negli Stati Uniti? La Guerra Fredda sarebbe mai cominciata? Gli Stati Uniti avrebbero mai osato sfidare l’Unione Sovietica sul piano missilistico?<br />
Nessuno potrebbe rispondere con sicurezza a questi interrogativi, tuttavia un piccolo pezzo di Russia continua a vivere in territorio statunitense. Che sia di buon auspicio per fermare il criminale governo che oggi, purtroppo, mantiene la sua oppressiva autorità sul freddo e sterminato territorio alaskiano.</p>
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		<title>Libia: la disfatta delle imprese italiane e la nuova ondata migratoria</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 06:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Fais</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Presidenza del Consiglio dei Ministri convocherà a breve un tavolo di lavoro con le imprese, le banche creditrici e i ministeri coinvolti per valutare le possibili soluzioni diplomatiche e finanziarie per le 90 imprese italiane che operavano in Libia prima della caduta di Gheddafi e che vantano crediti insoluti per oltre 600 milioni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/bombed-libya-no-7.jpg"><img src="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/bombed-libya-no-7-300x199.jpg" alt="" title="bombed-libya-no-7" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-3721" /></a>
<p align="justify">La Presidenza del Consiglio dei Ministri convocherà a breve un tavolo di lavoro con le imprese, le banche creditrici e i ministeri coinvolti per valutare le<br />
possibili soluzioni diplomatiche e finanziarie per le 90 imprese italiane che operavano in Libia prima della caduta di Gheddafi e che vantano crediti insoluti per oltre 600 milioni di euro. A darne notizia è l’on. Ettore Rosato (Pd), dopo che il Governo Monti ha accolto un ordine del giorno al decreto sulle commissioni bancarie. Rosato ha ricordato che &#8220;le imprese italiane sono in attesa della liquidazione dei crediti maturati e che questo ritardo creditizio è motivo di grande sofferenza e difficoltà per molte di queste aziende, spesso medie o piccole, che potrebbero trovarsi molto rapidamente sull&#8217;orlo del fallimento. Le banche italiane &#8211; prosegue &#8211; chiedono alle imprese la restituzione dei prestiti concessi per gli investimenti in Libia ma queste, in assenza dell&#8217;incasso dei crediti, sono impossibilitate a evadere la richiesta&#8221;.<br />
Rosato esprime &#8220;soddisfazione&#8221; per la volontà del governo di convocare al più presto il tavolo &#8220;per recuperare i crediti o, in alternativa, ottenere una forma di garanzia bancaria pubblica su quei crediti vantati e accertati dalla controparte prima della caduta del regime di Gheddafi e non ancora incassati&#8221;.<br />
A leggere queste notizie sembra di sognare. Non è proprio il PD il partito che più ha spinto per la partecipazione italiana alla guerra contro la Jamahirya libica, prendendo a pretesto la propaganda mediatica fabbricata da Al Jazeera e dalle veline della NATO?<br />
Ora il partitone di via Botteghe Oscure chiede di intervenire per compensare le ovvie perdite subite dalle imprese italiane che nella Libia di Gheddafi conducevano ottimi affari, a tutto vantaggio dell’occupazione dei nostri lavoratori? Oltre 100 miliardi di euro d&#8217;affari per un totale di 130 ditte che operavano in Libia sono le cifre esatte del nostro impegno economico in quel Paese, andato quasi completamente in fumo a causa dell’aggressione atlantista dello scorso anno. Nella disfatta, accertata dallo stesso Parlamento, fa eccezione, ma solo in parte, l’ENI, la cui statura internazionale le ha permesso di recuperare qualche posizione ma che si trova ora di fronte alla concorrenza ingombrante, perché imposta <em>manu militari</em>, delle multinazionali francesi, anglo-americane e qatariote.<br />
Facciamo allora noi una proposta all’On. Rosato: il PD destini i circa 20 milioni di euro sottratti dal tesoriere Lusi dai conti della Margherita alle imprese italiane che vantavano crediti nei confronti della Libia e di Gheddafi e che, grazie alla dabbenaggine e al servilismo della nostra classe politica, si ritrovano oggi con le pive nel sacco.<br />
Un altro politico che sicuramente potrebbe contribuire è Franco Frattini, visto che in occasione degli sbarchi di immigrati sulle nostre coste durante l’aggressione della NATO alla Libia ebbe il coraggio di accusare Gheddafi di un complotto volto a destabilizzare l’Italia. Patetico tentativo di rendere giustificabili agli occhi dell’opinione pubblica i bombardamenti degli aerei che partivano dalle base militari degli Stati Uniti in Italia.<br />
Gradiremmo allora sapere dall’ex inquilino della Farnesina se sia a conoscenza di sedute spiritiche tenutesi recentemente a Tripoli, visto che l’attuale Ministro degli Interni, Anna Cancellieri, ha appena chiesto il sostegno dell’Europa per affrontare l’ondata di sbarchi di clandestini in arrivo dalla Libia. Ma forse era vero il contrario?<br />
Può essere che il Governo Berlusconi, grazie al Trattato di Amicizia italo-libico, avesse trovato una soluzione per frenare l’arrivo di nuovi immigrati dall’Africa, magari combattendo proprio quella mafia di Bengasi che è poi stata portata al potere dalle bombe della NATO? Ora, ci dicono, il Trattato sarà riattivato ma si crede forse di poter raggiungere gli stessi risultati di allora?<br />
Si crede forse che i nuovi governanti di Tripoli abbiano lo stesso interesse e la stessa capacità di Gheddafi nello stabilizzare la Libia, nel combattere i traffici criminali di droga e di esseri umani, nel favorire le imprese italiane negli appalti? Forse si crede che la NATO e i suoi alleati abbiano bombardato per niente?<br />
Se certo l’attuale crisi economica deriva da cause globali, cioè l’effetto domino provocato dal fallimento dei “titoli spazzatura” statunitensi, le guerre imposteci dall’Alleanza Atlantica contribuiscono ad aggravare la situazione economica e sociale del nostro paese. In un momento di riassetto dell’Italia come quello che stiamo attraversando non si può dimenticare la difesa dell’interesse nazionale che, così come nel caso delle sanzioni economiche alla Siria e all’Iran, non coincide mai con quello degli Stati Uniti d’America.<br />
Una politica di servilismo non aiuterà perciò a risollevarci.</p>
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		<title>Aggiornamenti dalla Siria</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 06:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Fais</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Esteri]]></category>

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		<description><![CDATA[• I gruppi terroristici armati continuano a perpetrare crimini e a prendere di mira le forze di sicurezza, i civili e le personalità di spicco della società siriana e ad assaltare proprietà pubbliche e private. • Un gruppo terroristico ha fatto esplodere una bomba a salve, al fine di distogliere l&#8217;attenzione da un ordigno vero, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/detailed_tourist_map_of_syria.jpg"><img src="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/detailed_tourist_map_of_syria-300x262.jpg" alt="" title="detailed_tourist_map_of_syria" width="300" height="262" class="alignleft size-medium wp-image-3727" /></a>
<p align="justify">•	I gruppi terroristici armati continuano a perpetrare crimini e a prendere di mira le forze di sicurezza, i civili e le personalità di spicco della società siriana e ad assaltare proprietà pubbliche e private.<br />
•	Un gruppo terroristico ha fatto esplodere una bomba a salve, al fine di distogliere l&#8217;attenzione da un ordigno vero, inserito dentro una bombola di gas dal peso di circa 20 chili, che è stata messa sotto un&#8217;automobile. L&#8217;ordigno è esploso,  causando il ferimento di tre agenti delle forze dell&#8217;ordine.<br />
•	Ad Aleppo, in località al Forqan, un gruppo terroristico ha piazzato un ordigno esplosivo sulla strada, mentre l&#8217;esplosione di un altro ordigno vicino alla circonvallazione &#8220;al Dalla&#8221; all&#8217;inizio della via al Nil, ha causato il ferimento di due agenti delle forze dell&#8217;ordine.<br />
•	Nella periferia di Aleppo, nel villaggio Hamra attinente al distretto di Maskana, le autorità competenti, in un blitz in un covo di terroristi, sono riuscite a catturare tre terroristi e a sequestrare strumenti per la preparazione di ordigni esplosivi.<br />
•	Nel contesto delle azioni criminali volte a colpire le personalità di spicco della società siriana, un gruppo terroristico ha rapito un ingegnere e un controllore tecnico che lavoravano alla Direzione operativa e della manutenzione del bacino superiore dell&#8217;Eufrate, appartenente all&#8217;Ente Generale della Bonifica delle Terre di Deir Hafer, ad Aleppo, dopo aver aperto il fuoco su di entrambi.<br />
•	Eseguendo le losche trame dei finanziatori di armi e denaro, i gruppi terroristici hanno perpetrato crimini contro le forze dell&#8217;ordine, assalendo proprietà pubbliche e private. Ieri hanno assalito un pullman che trasportava agenti delle forze dell&#8217;ordine sulla strada Homs-Salamiya, uccidendo un agente e ferendone gravemente  altri.<br />
•	Un gruppo terroristico ha piazzato un ordigno sul tratto ferroviario che collega Aleppo con Latakia, al km 101, nei pressi del villaggio di Sanqarah, afferente a Jisr al-Shoghur, nella periferia di Idlib. Dall&#8217;inizio della crisi, i gruppi terroristici hanno perpetrato le loro azioni di sabotaggio alle ferrovie in numerose località: il 22 aprile è stato preso di mira un treno merci che trasportava grano per la panificazione, in cui è rimasto ferito il personale di bordo, oltre ad aver causato ingenti danni al treno.<br />
•	Nella provincia di Hama, un gruppo terroristico ha aperto il fuoco su quattro operai, dopo aver fatto irruzione nelle loro abitazioni.<br />
•	Un gruppo terroristico ha rubato un&#8217;automobile presa a noleggio dalla società  di combustibili di Hama, adibita al trasporto dei contanti da trasferirsi alla Banca Commerciale. Nell&#8217;automobile c&#8217;erano 7 milioni di lire siriane, che dovevano essere versate in banca.<br />
•	Le autorità competenti hanno catturato Mohammad Durzi al Moheymeid, sulla strada Salamiya-Raqqa, vicino all&#8217;incrocio con il villaggio Mozeiraa, dove hanno ritrovato anche un&#8217;automobile in cui erano nascoste due pistole da guerra e due bombe.<br />
•	Le autorità competenti hanno ritrovato il corpo del cittadino Mohammad Hikmat Hadid, abitante di Moarrdas, abbandonato in un campo nel villaggio di Taybeh al Imam.<br />
•	A Hama, nel quartiere di Arbaayn, un gruppo terroristico ha aperto il fuoco sulla popolazione, ferendo gravemente alla gamba un bambino di dieci anni, Ahmad Nasser, che è stato immediatamente trasportato in ospedale.<br />
•	Le guardie della dogana del punto di frontiera Jadida Yabous hanno sequestrato denaro di contrabbando ritovato in un&#8217;automobile che proveniva da Beirut ed era diretta a Damasco. Il denaro, nascosto in buste nere di plastica nel  vano posteriore della macchina, ammonta a 2 milioni di riyal sauditi, 50 mila riyal del Qatar, 56 mila dirham UAE, e 5500 dinari giordani, oltre a diversi importi in Euro.</p>
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		<title>Finmeccanica, ultima spiaggia per la sovranità</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 06:00:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Fais</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 2011 è stato un anno nero per Finmeccanica. La bufera giudiziaria non ha solo portato alla rimozione di Pierfrancesco Guarguaglini dal ruolo di Amministratore Delegato della società e di Marina Grossi dai vertici di Selex, ma ha anche contribuito ad aprire una voragine di 2,3 miliardi di euro di perdite, mentre l’utile netto registrato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/finmeccanica.jpg"><img src="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/finmeccanica-300x212.jpg" alt="" title="finmeccanica" width="300" height="212" class="alignleft size-medium wp-image-3724" /></a>Il 2011 è stato un anno nero per Finmeccanica. La bufera giudiziaria non ha solo portato alla rimozione di Pierfrancesco Guarguaglini dal ruolo di Amministratore Delegato della società e di Marina Grossi dai vertici di <em>Selex</em>, ma ha anche contribuito ad aprire una voragine di 2,3 miliardi di euro di perdite, mentre l’utile netto registrato l’anno precedente ammontava a quota 557 milioni di euro. Nel 2011 i ricavi del gruppo Finmeccanica hanno raggiunto quota 17,3 miliardi, con un calo del 7% su base annua dovuto all’implementazione della strategia di dismissione “caldeggiata” dall’Unione Europea in ottemperanza ai mantra del liberismo. Il progetto di frammentazione della società è stato avviato attraverso un ridimensionamento iniziale dei settori dell&#8217;elettronica per la difesa e la sicurezza, dell&#8217;energia (privatizzazione del 45% di Ansaldo Energia) e dei trasporti, mentre gli ordini hanno registrato un calo del 22% rispetto all’anno precedente, attestandosi a 17,4 miliardi di euro. L’alleggerimento del portafoglio ordini è pari al 5% (46 miliardi), mentre 2 miliardi di euro sono stati investiti nei campi di ricerca e sviluppo, in misura analoga al 2010.<br />
Nonostante questi dati estremamente allarmanti, l’attuale Amministratore Delegato dell’azienda romana Giuseppe Orsi ostenta ottimismo. Nel 2012, il gruppo stima di accumulare ricavi compresi tra i 16,9 e i 17,3 miliardi di euro, con un avanzo di cassa superiore a 900 milioni. «Il 2012 sarà un anno di svolta, con una ristrutturazione che sarà attuata senza bisogno di un aumento di capitale, senza bad company e senza chiedere soldi agli azionisti», proclama Giuseppe Orsi, il quale evidenzia il fatto che il disastroso esercizio del 2011 costituisca il presupposto necessario per avviare una fase di ristrutturazione integrale del gruppo. Secondo Orsi la carenza di risorse a disposizione comprometterebbe ogni possibilità di rendere competitivi tutti i settori controllati dalla compagnia, che riducendo il proprio margine operativo attraverso la dismissione dei comparti meno produttivi otterrebbe i fondi e lo slancio necessario per ammodernare i settori di punta. Si tratta quindi di una scelta dall’alto valore strategico, che segnerà in maniera determinante il futuro di Finmeccanica.<br />
La messa in atto di questo genere di programma insinua tuttavia il dubbio che la proclamata “necessità” di affinare la <em>silhouette</em> del gruppo attivi un circolo vizioso di privatizzazioni il cui fine ultimo è la cessione definitiva della quota di Finmeccanica detenuta dallo Stato. Non va dimenticato che lo scorso 26 novembre il “Financial Times” dispensò al governo guidato dall’appena insediato Mario Monti il “suggerimento” di ridurre le numerose interferenze statali che, secondo il celeberrimo organo informativo che funge da cartina di tornasole degli “umori” di Wall Street, costituirebbero la più frenante palla al piede dell’economia italiana. Così, quando Monti mostrò forti perplessità rispetto all’&#8221;imbeccata&#8221; del “Financial Times”, la scure di <em>Standard &#038; Poor’s</em> si abbatté furiosamente su Finmeccanica, degradando a BBB- (con <em>out look</em> negativo) il giudizio sulla compagnia.<br />
Per questa ragione non appare affatto rassicurante il fatto che il nuovo piano strategico elaborato dal Consiglio Di Amministrazione – incardinato sulle dismissioni – e illustrato con dovizia di particolari da Orsi susciti invece reazioni diametralmente opposte a Wall Street. Il 15 maggio, la grande banca d’investimento <em>Morgan Stanley</em> ha rivisto positivamente il rating (portandolo da <em>underweight</em> ad <em>equalweight</em>) di Finmeccanica, alzando l’obiettivo di prezzo da 2,75 a 3,25 euro. Ciò ha fatto in modo che nel corso della giornata il titolo dell’azienda venisse sospeso per eccesso di rialzo.<br />
La “promozione” resa da <em>Morgan Stanley</em> evidenzia gli obiettivi della grande finanza, che fin dall’epoca delle “grandi privatizzazioni” (inaugurata nel 1992 simultaneamente all&#8217;operazione “Tangentopoli”) mira a mettere le mani sull’intero comparto industriale pubblico italiano. Le “interferenze” dello Stato instancabilmente stigmatizzate dagli araldi del liberismo, tuttavia, mal si conciliano con i disastrosi risultati prodotti dalle svendite attuate dai governi italiani in ottemperanza agli indiscutibili cardini del “libero mercato”. L’esperienza dei BRICS testimonia, al contrario, il fatto che, nel corso di determinate fasi, le traiettorie strategiche impostate dai centri decisionali nazionali possono garantire ampi margini di crescita, a condizione che gli agenti sociali dominanti siano dotati di sufficiente lungimiranza e capacità operativa. La statura politica di cui le classi dirigenti italiani succedutesi nel corso degli ultimi decenni hanno dimostrato di essere dotate segnala la tremenda penuria di strateghi del capitale paragonabili a quelli di Pechino, che non a caso hanno escogitato e messo in atto una politica estera capace di supportare la massiccia penetrazione economica della Cina nel continente africano.<br />
Sulla scorta dell’esempio cinese occorre quindi impedire che la nuova strategia di dismissione – assai gradita ai centri dominanti di Wall Street – escogitata dal Consiglio Di Amministrazione di Finmeccanica, finisca per provocare l’acquisizione di aziende di punta come la <em>Selex</em>, la <em>STS Ansaldo</em> e (soprattutto) l’<em>Alenia</em> da parte di grandi multinazionali come la <em>General Electric</em>, la <em>Siemens</em> e la <em>Alstom</em>. La spoliazione degli ultimi settori strategici (ENI e Finmeccanica su tutti) controllati dallo Stato priverà definitivamente l’Italia degli unici strumenti attraverso cui il Paese potrà sperare di affrancarsi dal rapporto di vassallaggio che intrattiene con gli Stati Uniti, ritagliandosi un ruolo attivo nella ridefinizione dei rapporti di forza che sorreggeranno il nuovo assetto multipolare che va irreversibilmente instaurandosi.</p>
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		<title>La Grecia: i Balcani sono ancora la polveriera d&#8217;Europa?</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 06:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Fais</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla fine l&#8217;ha spuntata l&#8217;ottantaduenne presidente della repubblica Papuias: la Grecia ha un governo, per quanto tecnico, guidato dal presidente della cassazione, e col solo compito di traghettare il paese alle nuove elezioni previste per giugno, oltre che di gestire l&#8217;ordinaria amministrazione. Non è stato possibile accordare in alcun modo tra loro le varie forze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/partenone.jpg"><img src="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/partenone-300x198.jpg" alt="" title="partenone" width="300" height="198" class="alignleft size-medium wp-image-3733" /></a>
<p align="justify">Alla fine l&#8217;ha spuntata l&#8217;ottantaduenne presidente della repubblica Papuias: la Grecia ha un governo, per quanto tecnico, guidato dal presidente della cassazione, e col solo compito di traghettare il paese alle nuove elezioni previste per giugno, oltre che di gestire l&#8217;ordinaria amministrazione. Non è stato possibile accordare in alcun modo tra loro le varie forze politiche, uscite a seconda del caso premiate (Syriza e KKE, oltre alla mai convocata Alba Dorata) o bastonate (Pasok e Nea Demokratia) dal voto di due settimane fa, riguardo alla formazione di un nuovo esecutivo. E così adesso le carte si rimescoleranno di nuovo; il tempo ci dirà se gli equilibri politici scaturiti giorni or sono dalle urne verranno riconfermati o nuovamente ed ulteriormente scompaginati.<br />
Syriza, la coalizione della sinistra cosiddetta “radicale”, è data per esser ampiamente in vantaggio: da seconda forza del paese, qual è ora, diverrebbe così la prima, surclassando ND e Pasok. Ma è soprattutto sull&#8217;estrema destra che si concentrano le attenzioni dei più: lo scontento dei greci verso le istituzioni democratico &#8211; parlamentari, rivelatesi ai loro occhi incapaci di fronteggiare la finanza internazionale di marca anglosassone e l&#8217;Unione Europea incarnata dall&#8217;asse franco-tedesco e dalla BCE, finirà inevitabilmente col premiare quelle forze politiche che, a torto o a ragione, vengono indicate come le più estreme e radicali. Finchè si tratta di Syriza, o anche del KKE, poco male; ma, se entrano in gioco gli “albadoratisti”, identificati come neo-nazisti, ecco che nell&#8217;opinione pubblica europea iniziano a serpeggiare timori facilmente immaginabili. Difficilmente Alba Dorata potrà mai ottenere una maggioranza anche solo relativa, indispensabile a farla governare da sola; ma un buon piazzamento alle elezioni la renderebbe comunque influente, costringendo le altre forze politiche a tener conto del peso dei suoi voti in parlamento, oltre che del malcontento di cui è stata capace di rendersi interprete.<br />
Manca circa un mese allo svolgimento di queste elezioni, e chissà quante ci toccherà vederne fino ad allora. Per esempio nel tardo pomeriggio di venerdì 18 maggio è ventilata la notizia di una formale richiesta della Merkel alle autorità elleniche affinchè insieme alle elezioni sia tenuto anche un referendum col quale i cittadini greci decidano la permanenza o meno del loro paese nell&#8217;eurozona. La notizia è stata prontamente smentita dal governo tedesco, ma già il fatto che fosse circolata con tanto successo sta ad indicare come l&#8217;opinione pubblica europea e quindi i mercati considerino la considerassero, tutto sommato, probabile e credibile: quasi da accogliersi con sollievo. In effetti sappiamo come ormai appaia sempre più difficile immaginarsi una Grecia in grado di restare nell&#8217;euro; anche perchè la tentazione di dichiarare la bancarotta e di ripartire da zero, con una crescita che a quel punto sarebbe certamente più facile, scoraggia la volontà di continuare ancora a far parte dell&#8217;onerosa comunità della moneta unica.<br />
Si dice che, uscita dall&#8217;eurozona ed in prospettiva persino dall&#8217;Unione Europea (le due cose, in ogni caso, non coincidono e non si vede esattamente perchè l&#8217;una dovrebbe automaticamente comportare anche l&#8217;altra), la Grecia potrebbe agganciarsi alla Russia. E&#8217; certo il fatto che il paese, fragile e dilapidato, difficilmente potrebbe pensare d&#8217;andare avanti da solo, senza rapportarsi con nessuno: l&#8217;hoxhaismo non parrebbe proprio essere all&#8217;ordine del giorno. Nell&#8217;attuale scenario mondiale, chiudere le porte all&#8217;Europa significherebbe automaticamente mettersi nelle mani o degli Stati Uniti, una realtà comunque destinata ad essere sempre più lontana e debole, in quanto in declino, oppure ai paesi del BRICS, al contrario in costante crescita ed espansione globale e strategica. La Russia, con la quale la Grecia condivide tanti elementi storici e culturali, potrebbe essere davvero la futura meta della politica greca, magari insieme alla Cina. Entrambi i Paesi, com&#8217;è noto, sono già al momento saldamente presenti nell&#8217;economia greca, in particolare nell&#8217;industria portuale dove la cooperazione cinese sta dilagando come non mai.<br />
Dal canto suo la Russia aveva proposto alla Grecia di rilevarne un terzo del debito in cambio della concessione di una base militare e navale: il tempo ci dirà quanto queste voci siano attendibili e, ancor più, attuabili. Circa un anno e mezzo fa la Libia aveva proposto alla Grecia ingenti aiuti finanziari in cambio di un non voto alla missione NATO che ha determinato quel che sappiamo; Atene, succube della politica europea e statunitense, rifiutò, anche se di quel denaro aveva un bisogno assoluto. Certo, oggi non ci sono più il Pasok e Nea Demokratia a farla da padrone, ma siamo proprio sicuri che i tempi siano veramente cambiati?<br />
Questo per quanto riguarda i futuri scenari greci; e per quanto riguarda l&#8217;Unione Europea? La Grecia è stata usata come grimaldello per scardinare l&#8217;unione monetaria da parte dei ben noti centri di potere della finanza internazionale localizzati in Nord America: non è un mistero per nessuno. Il nome di Soros ricorre ormai da anni, insieme a quelli meno noti di molti altri suoi emuli, colleghi e sodali. In mancanza di trame speculative l&#8217;eurozona probabilmente potrebbe reggere all&#8217;uscita della Grecia così come alle sue tribolazioni; ma, data la loro presenza, adesso c&#8217;è da temere per il Portogallo e la Spagna, ed in prospettiva anche per l&#8217;Italia, le cui condizioni vengono rese proprio più delicate a causa dell&#8217;abbandono greco dell&#8217;euro. E, d&#8217;altra parte, sarebbe difficile immaginarsi una crisi finanziaria globale senza speculazioni e speculatori. Anche in questo caso il tempo ci dirà a cosa stiamo andando incontro: di certo, almeno a me, le scene che in questi giorni si vedono in Italia (manifestazioni davanti alle sedi di Equitalia, attentati da parte di gruppi anarchici che oltretutto e non a caso si richiamano ai loro confratelli greci, e così via) ricordano fin troppo da vicino quelle dell&#8217;Atene di un anno fa.<br />
Nel 1914 i Balcani, con l&#8217;assassinio dell&#8217;arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, divennero la “polveriera d&#8217;Europa”; ma lo erano già da tempo, con le guerre balcaniche e le frequenti tensioni che dividevano le diplomazie delle varie potenze europee. Che lo siano anche adesso? Forse stavolta sarà dalla Grecia, anziché dalla Bosnia e dalla Serbia, ad iniziare quell&#8217;effetto domino che travolgerà l&#8217;Europa intera. Al tempo: non dovremo aspettare ancora per molto per saperlo.</p>
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		<title>Troppa attenzione su Saviano è un errore</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 06:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Fais</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ultima serata di “Quello che (non) ho” non poteva non concludersi anche con una sparata sulla Cina. Molti dei nostri lettori sapranno certamente di cosa stiamo parlando ma, per coloro che non avessero seguito la puntata e più precisamente la parte in oggetto, riassumeremo dicendo che Saviano s&#8217;è prodotto in uno dei suoi soliti monologhi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/p_fazio_saviano_vieni-via-con-me.jpg"><img src="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/p_fazio_saviano_vieni-via-con-me-300x193.jpg" alt="" title="Fabio Fazio e Roberto Saviano" width="300" height="193" class="alignleft size-medium wp-image-3718" /></a>
<p align="justify">L&#8217;ultima serata di “Quello che (non) ho” non poteva non concludersi anche con una sparata sulla Cina. Molti dei nostri lettori sapranno certamente di cosa stiamo parlando ma, per coloro che non avessero seguito la puntata e più precisamente la parte in oggetto, riassumeremo dicendo che Saviano s&#8217;è prodotto in uno dei suoi soliti monologhi, stavolta sui cosiddetti “Laogai” accusati d&#8217;essere una riserva di manodopera a costo zero per i piani d&#8217;espansionismo commerciale della Repubblica Popolare Cinese. Mostrando un tavolo ingombro d&#8217;oggetti dei più disparati, dai giocattoli all&#8217;elettronica, Saviano ha detto che facendo realizzare gratuitamente tutta quella roba nei laogai la Cina ha potuto raggiungere l&#8217;elevato livello di sviluppo economico e commerciale odierno, fino a garantirsi l&#8217;immunità e l&#8217;impunità per la sua “immoralità umanitaria” acquistando ingenti quote del debito statunitense.<br />
E&#8217; quindi seguita l&#8217;ovvia descrizione di cosa siano i laogai e delle loro condizioni di vita interne, chiaramente raffigurate a tinte molto fosche, così come del modo con cui essi verrebbero “riempiti” di prigionieri: una recita precisa e pedissequa di quanto già avevamo letto, decenni or sono, nei libri di Solgenitzin. Campi di lavoro, o meglio ancora di sfruttamento, al servizio delle supposte ambizioni imperialistiche e finanziarie del regime comunista cinese: questa, in sintesi, è la morale del sermone di Saviano, conclusosi col riferimento al prigioniero d&#8217;eccellenza Liu Xiao Bo &#8211; cioè colui che ha augurato al proprio Paese, per “civilizzarsi”, di vivere un altro secolo di colonismo occidentale, venendo premiato per questa come per altre simili sortiti col Nobel per la Pace &#8211; e col discorso al pubblico dell&#8217;ospite Harry Wu. Questi, presidente e fondatore della “Laogai Fundation”, si presenta come un reduce dei laogai, da anni residente negli Stati Uniti dove s&#8217;occupa di questioni relative ai diritti umani in Cina e nel programma di Fazio e Saviano ha raccontato la propria storia, sostenendo d&#8217;essere stato imprigionato (e che la sua famiglia sia stata imprigionata) per aver espresso, giovane studente universitario, la propria contrarietà all&#8217;intervento sovietico in Ungheria nell&#8217;ormai lontano 1956. Conosciamo anche queste figure ed ancor più le fondazioni e le ONG che guidano, sempre così solerti nell&#8217;occuparsi delle problematiche interne dei paesi considerati rivali degli Stati Uniti, dell&#8217;UE e d&#8217;Israele, ma chissà come mai completamente assenti dai guai di quest&#8217;ultimi.<br />
In effetti c&#8217;è da dubitare che assisteremo mai, in futuro, a monologhi di Saviano relativi alle vergognose condizioni di vita di Guantanamo o delle prigioni segrete della CIA, di Abu Grahib o delle carceri di Tripoli, sulle prigioni e le torture praticate da Israele in Libano e nei Territori Palestinesi, e così via: di sicuro fino ad oggi non ve ne sono stati. Molto meglio sparare a zero sulla Cina, sulla Russia, su Cuba o sul Venezuela, mettendo insieme un po&#8217; di luoghi comuni, mistificando le notizie ed aizzando le tradizionali paure del pubblico occidentale impregnato dalla cultura eurocentrica ed etnocentrica. Intanto Vittorio Arrigoni ed il Centro Impastato, che hanno ripreso Saviano per i suoi svarioni, da parte sua attendono ancora ed inutilmente una qualche rettifica: nel caso del primo, una rettifica che arriverà (se mai arriverà) post mortem.<br />
Il monologo di Saviano ce n&#8217;ha fatto venire in mente un altro, invero molto più apprezzabile, in cui (nel corso della trasmissione “Vieni via con me” andata in onda lo scorso anno) spiegava il funzionamento della cosiddetta “macchina del fango”. Si prende qualche notizia vera, la si altera quanto basta e la si mette insieme ad un bel po&#8217; di maldicenze, presentandole come insinuazioni che un poco alla volta entrano nella mente d&#8217;ognuno, un po&#8217; come una specie di virus del dubbio. Ecco, ciò che ha fatto Saviano parlando dei laogai cinesi (o, se preferite, della strage di Beslan, nel corso della prima serata) risponde proprio a questa metodologia. Non dubitiamo del fatto che Saviano sia rimasto vittima, in passato, della “macchina del fango”; certamente oggi, che è diventato un tuttologo ed una prima punta dell&#8217;ambiente liberal, con tutte le sue tipiche fobie occidentaliste e globaliste, ha dimostrato di saperla utilizzare a sua volta, a danno di altri.<br />
Con tutto ciò, riteniamo che sia comunque inopportuno concedere troppa attenzione all&#8217;autore di Gomorra: questo perchè, in ogni caso, qualunque critica finirebbe col rispondere al principio del “che se ne parli bene o se ne parli male, purchè se ne parli”. Meglio, molto meglio, in questi casi, lasciar perdere ed andare avanti: né a Pechino, né a Mosca, né a L&#8217;Avana, né a Caracas sanno chi sia Saviano e men che meno si preoccupano di ciò che potrebbe dire sul loro conto: hanno ben altri problemi a cui star dietro. Come disse quell&#8217;anonimo cittadino milanese a Renzo, nei “<em>Promessi Sposi”: “Va&#8217;, va&#8217;, povero untorello; non sarai tu quello che spianti Milano</em>”.</p>
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		<title>Presidio di solidarietà con il popolo greco</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 09:17:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Fais</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attività]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicati]]></category>

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		<description><![CDATA[Stato&#038;Potenza scende in piazza per la Grecia, per l&#8217;Italia e per l&#8217;Europa, contro i parassiti di Washington, Londra e Bruxelles, sabato 19 maggio con un presidio che si svolgerà di fronte al Consolato della Repubblica di Grecia a Milano, in Viale Beatrice d&#8217;Este 1.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><b><br />
</b></p>
<p align="justify"><strong>Stato&#038;Potenza scende in piazza per la Grecia, per l&#8217;Italia e per l&#8217;Europa, contro i parassiti di Washington, Londra e Bruxelles, sabato 19 maggio con un presidio che si svolgerà di fronte al Consolato della Repubblica di Grecia a Milano, in Viale Beatrice d&#8217;Este 1.</strong></p>
<p><b><br />
</b><br />
<a href="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/149433_299064713510539_100002210394505_52811890_1307231473_n.jpg"><img src="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/149433_299064713510539_100002210394505_52811890_1307231473_n.jpg" alt="" title="149433_299064713510539_100002210394505_52811890_1307231473_n" width="640" height="960" class="aligncenter size-full wp-image-3696" /></a></p>
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		<title>La Grecia crolla sotto i colpi di Wall Street! Presidio di solidarietà al popolo ellenico</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 09:35:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mfrance77</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attività]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Sabato 19 maggio, dalle ore 15.30, vicino al Consolato Greco di Milano in Viale Beatrice d&#8217;Este, il movimento Stato&#038;Potenza scenderà in strada per un volantinaggio/sit-in di solidarietà al popolo ellenico. La Grecia è infatti vittima dei meccanismi ultra-liberisti dell&#8217;Unione Europea. Ma ancor prima lo è della natura capitalistica ed atlantista di questa Europa, costretta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sabato 19 maggio, dalle ore 15.30, vicino al Consolato Greco di Milano in Viale Beatrice d&#8217;Este, il movimento Stato&#038;Potenza scenderà in strada  per un volantinaggio/sit-in di solidarietà al popolo ellenico. </strong><br />
La Grecia è infatti vittima dei meccanismi ultra-liberisti dell&#8217;Unione Europea. Ma ancor prima lo è della natura capitalistica ed atlantista di questa Europa, costretta a rientrare all&#8217;interno di parametri economici e finanziari fuori da ogni logica, e a pagare il riassetto strategico deciso dai centri di potere di Washington, Londra e Bruxelles. Chi ha provocato la speculazione? Le operazioni truffa delle banche statunitensi, pronte a vendere derivati senza alcuna garanzia.<br />
Chi sta decidendo la credibilità finanziaria degli Stati europei, coi suoi giudizi così vincolanti e mirati? Le agenzie di rating, società &#8220;private&#8221; statunitensi, che &#8211; ormai è evidente &#8211; agiscono per conto del governo nord-americano che, vistosi declassato una sola volta negli ultimi anni, ha prontamente fatto sostituire il direttore di Standard and Poor&#8217;s , Deven Sharma, con un dirigente più &#8220;accondiscendente&#8221; verso la superpotenza americana.<br />
Non basterà perciò riacquisire la sovranità monetaria, ma sarà necessario ricostruire l&#8217;Italia, la Grecia e l&#8217;Europa dalle fondamenta: modernizzazione e rilancio industriale, rilancio del settore agricolo, incentivi all&#8217;innovazione tecnologica, sovranità energetica e militare. Questa è la ricetta per uscire dalla crisi.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<a href="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/volantinogrecia.png"><img src="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/volantinogrecia-214x300.png" alt="" title="volantinogrecia" width="214" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-3681" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Replica al Manifesto</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 15:33:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Fais</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/602-0-20120218_083415_0A6BB0F1.jpg"><img src="http://www.statopotenza.eu/wp-content/uploads/2012/05/602-0-20120218_083415_0A6BB0F1-300x292.jpg" alt="" title="602-0-20120218_083415_0A6BB0F1" width="300" height="292" class="alignleft size-medium wp-image-3661" /></a>
<p align="justify"><strong>Diffondiamo pubblicamente la replica che abbiamo inviato al quotidiano &#8220;Manifesto&#8221;, come risposta all&#8217;ennesimo e gravissimo attacco ricevuto in un articolo pubblicato proprio quest&#8217;oggi, dal titolo “<em>Una nuova «offensiva» I tentativi nazionalcomunitaristi per un «fronte unico anticapitalista e antiamericano»</em>”, firmato da Saverio Ferrari.<br />
Segnaliamo con dispiacere questi attacchi, che ormai si susseguono da mesi con una impressionante regolarità, tanto che oramai ci troviamo nella difficoltosa situazione di doverci difendere quasi come ai tempi dell&#8217;Inquisizione, da posizioni di evidente debolezza rispetto a coloro i quali hanno la possibilità di appoggiarsi o fare riferimento a quotidiani e strutture ben più importanti del nostro giornale <em>on line</em>.</strong></p>
<p><b><br />
</b></p>
<p align="right">All’attenzione delle redazioni (cartacea e web) de<br />
Il Manifesto &#8211; quotidiano comunista</p>
<p><b><br />
</b><br />
<strong>OGGETTO: diritto di replica</strong><br />
<b><br />
</b> </p>
<p align="justify">In data 16 maggio scorso, abbiamo preso notifica della pubblicazione sul Vostro giornale di un articolo firmato da Saverio Ferrari, dal titolo “<em>Una nuova «offensiva» I tentativi nazionalcomunitaristi per un «fronte unico anticapitalista e antiamericano»</em>”.<br />
Restando sinceramente sconcertati per la tendenziosità dell’articolo e per l’evidente tentativo di diffamazione ai nostri danni, chiediamo gentilmente la possibilità di rispondere alle accuse inserite nel pezzo, mettendo in chiaro alcuni punti:</p>
<p align="justify">1. La redazione del giornale <em>on line</em> &#8220;Stato&#038;Potenza&#8221; costituisce una struttura autonoma e indipendente rispetto a qualsiasi altro soggetto politico o editoriale ed è pertanto inaccostabile o inassimilabile, nella sua sfera d&#8217;azione, ad altre realtà.<br />
2. Il programma politico del movimento di cui il giornale &#8220;Stato&#038;Potenza&#8221; è espressione culturale prende spunto – sin dal nome – dalle idee innovative e dagli spunti teorici introdotti, nei rispettivi contesti storici e politici, dal Partito Comunista della Federazione Russa (unico e vero erede del PCUS) e dal Partito Comunista Cinese, cercando di comprendere quegli scenari per valutarne l’adattabilità dei propositi al nostro contesto nazionale.<br />
3. Né il movimento né il giornale riconducibili alla realtà di &#8220;Stato&#038;Potenza&#8221; hanno la benché minima idea di voler rivalutare o, peggio, ricostituire partiti o circoli neo-nazisti o neo-fascisti dai quali prendiamo le distanze sia politicamente sia storicamente.<br />
4. L’idea di modernizzare e rendere autonomi industria, settore strategico ed esercito nasce esclusivamente dalla percezione della necessità di riconquistare una sovranità popolare e nazionale autentica, come i più disparati esempi storici del Socialismo Reale dimostrano. Basterebbe leggersi Lenin, Stalin, Kim Il Sung o Ho Chi Minh per comprendere l’importanza &#8211; in chiave socialista &#8211; delle categorie politiche dell&#8217;indipendenza e della sovranità.<br />
5. Smentiamo inoltre categoricamente qualunque accostamento a ideologie pensate per la militarizzazione della società. La leva obbligatoria e l’idea di milizia popolare, è esistita da sempre in tutti i Paesi, compresi quelli socialisti, ed è stata cancellata nel nostro Paese proprio dal centro-destra italiano, che ha malaugratamente introdotto il servizio professionale, con le terribili finalità di razionalizzare e specializzare &#8220;nuove&#8221; forze armate di tipo quasi &#8220;automico&#8221;, molto ben retribuite, completamente prive del benché minimo pensiero critico rispetto alla società e alle questioni globali più dirimenti.<br />
6. Non capiamo se sia riferito anche a noi, indirettamente. Tuttavia, nel nostro programma non esiste in alcuna maniera una “<em>assunzione di una lettura del capitalismo ridotto a sole banche e finanza, senza alcuna critica del sistema che li ha prodotti, con il contorno di presunte cospirazioni ebraiche</em>”, come sostiene l’autore dell’articolo. Tanto che all’interno del nostro Manifesto Politico, è esplicitamente ribadito che “<em>chiunque oggi in Italia parli di nazionalismo da una prospettiva socialista, rivitalizzando in chiave para-mitologica figure del Risorgimento o lotte particolaristiche come quella curda o quella sud-sudanese, desta dunque più di un sospetto, e dimostra ancora una volta come un progetto ideologico, slegato o persino antitetico al realismo e al paradigma d’analisi della geopolitica, sia destinato semplicemente a scadere nel ridicolo del folklorismo nostalgico, o, peggio, a servire il centro egemone dell’imperialismo (gli Stati Uniti) coi suoi piani di frammentazione e di disgregazione dei grandi spazi sub-continentali, sempre in agguato tanto nella massa eurasiatica quanto nel continente africano propriamente detto</em>”, oltre ad aver ribadito più volte in un recente pezzo di chiarimento contro precedenti accuse che “<em>in ciò risiede l’importanza del tema della sovranità, che – se preso seriamente – non può certo essere astratto, ideal-tipico e dunque “sciovinista”, ma semplicemente strategico e patriottico</em>”, evitando ogni semplificazione sul tema monetario e finanziario, per noi senz’altro utile ma insufficiente (lo ribadiamo) a spiegare le ragioni della crisi capitalistica attuale.<br />
7. La nostra ferma opposizione al sistema imperialista (dunque iper-capitalista) degli Stati Uniti è sia economica che geopolitica, non soltanto geopolitica. La geopolitica senza l’economia non esiste, così come non esiste l’economia separata o avulsa dalle questioni militari (lo insegnava pure Lenin&#8230; basta leggerlo). La Nato rappresenta in tal senso un’alleanza potentissima che &#8211; affiancata alla Commissione Trilaterale (Nord America + Europa + Giappone) &#8211; costituisce una struttura di dominio e schiacciamento dei Paesi che non ne fanno parte, siano essi potenze come Russia e Cina, o semplici nazioni “canaglia” come la Siria, l’Iran, la Corea del Nord o la Libia di Gheddafi. L’imperialismo OGGI è UNO, malgrado la fase multipolare stia avanzando e dia l’impressione di poter produrre diversi imperialismi. Il divario tecnologico, strategico e massmediatico tra i Paesi del Patto Atlantico e il resto del mondo è talmente forte che tutti gli altri soggetti internazionali, come i BRICS o la SCO, possono soltanto essere pensati come organismi di difesa da uno schiacciamento occidentale. È per questo che noi sosteniamo Russia e Cina, così come l’India, il Brasile e il Sud Africa. Ed è per questo che ci schieriamo senza se e senza ma dalla parte dei popoli e dei governi presi di mira dalla Nato. Lo abbiamo fatto con la Libia, lo stiamo facendo con la Siria e lo faremo con chiunque rappresenti un nodo critico rispetto all’imperialismo (leggersi Stalin nei <em>Principi del Leninismo</em>).<br />
8. Nessuno di noi ritiene che gli Stati Uniti d&#8217;America siano in mano a presunti &#8220;circoli sionisti&#8221;, ma anzi ribadiamo la sostanziale subalternità &#8211; o comunque la stretta dipendenza &#8211; di Israele nei confronti delle politiche imperialiste della superpotenza nord-americana, dove le lobby &#8220;puritane&#8221; del cristianesimo protestante sono forse anche più importanti di quelle ebraiche. La vicinanza di Washington alle rivendicazioni dei Fratelli Musulmani e delle monarchie musulmane del Golfo durante le cosiddette &#8220;rivolte arabe&#8221;, da noi ripetutamente &#8220;denunciata&#8221;, è un&#8217;ampia dimostrazione che per il Pentagono non esiste alcun pregiudiziale vincolo sionista ma solo opportunismo e tatticismo geopolitico.<br />
9. Infine, la frase &#8220;<em>Evidentemente da quelle parti c&#8217;è chi non si pone troppe domande</em>&#8221; riferita alla Bielorussia e alla Romania, evidenzia un chiaro e grave pregiudizio occidentale rispetto a realtà geografiche e politiche che molto probabilmente hanno trovato in noi interlocutori affidabili, a differenza di altri soggetti sedicenti antimperialisti.</p>
<p align="justify"><strong>Invitiamo ancora una volta a diffidare di questo genere di critiche, dense di imprecisioni e accostamenti impertinenti, costruiti con lo scopo abbastanza evidente di voler gettare fango sulla nostra realtà e di denigrare il nostro lavoro settimanale che, nel rispetto degli altri, cerca di fornire una lettura ed un punto di vista diverso rispetto alle realtà già esistenti nel campo della critica politica.</strong></p>
<p><b><br />
</b></p>
<p align="right"><strong>Stato&#038;Potenza<br />
Redazione</strong></p>
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